lunedì 7 agosto 2017

Italia
«Accogliere significa saper prendere per mano, camminare insieme, far percepire che anche noi come Chiesa accompagniamo i poveri». È quanto ha sottolineato il cardinale arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, presidente della commissione episcopale per il servizio della carità e la salute nonché responsabile di Caritas italiana, concludendo ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, il convegno nazionale sul diaconato permanente. Quattro giorni di lavori — dal 2 al 5 agosto — sul tema «Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati». Un argomento, quello dell’accoglienza, al centro dell’intervento del porporato. «Quando una persona si sente accolta per quello che è — ha affermato — oltre a non sentirsi diverso da noi, si sente amata da Dio». In questa prospettiva Montenegro ha spiegato anche cosa s’intende per “diaconia dell’accoglienza”: «Creare relazioni tra uomini per rendere la vita più umana. Una vita non accolta muore anche se biologicamente sopravvive». Perché, «l’accogliere non è solo dare un aiuto generoso ma dimostrare amicizia». E ha ricordato, a tale proposito, la visita che Papa Francesco compì a Lampedusa l’8 luglio 2013. In quella occasione, il Pontefice «volle poveri, immigrati e bambini, non politici e vescovi. Mai nelle nostre Chiese, però, abbiamo messo un biglietto nei posti in prima fila riservandoli ai poveri».
Il diacono, dunque, è chiamato a stare «nella frontiera della società». Egli, lo ha sottolineato Gianrico Ruzza, vescovo ausiliare della diocesi di Roma e delegato per il diaconato, «ha il compito di inserirsi con positività e con gioia, a nome di tutta la comunità, nelle periferie esistenziali e materiali dell’uomo del nostro tempo». Le periferie — ha spiegato il presule — non sono soltanto «quartieri ghetto o dormitori, ma anche il disagio giovanile, la ludopatia, la disoccupazione, il conflitto sociale, le migrazioni e l’emarginazione. Chiunque è chiamato a svolgere il ministero della consolazione deve manifestare la dimensione della compassione evangelica».
Per la comunità cristiana, e in particolare per i diaconi, la sfida indicata è quindi «condividere la condizione di fragilità per promuovere un cammino che possa portare alla pienezza dell’uomo nuovo in Cristo». Monsignor Ruzza ha citato in più occasioni Papa Francesco e ha puntualizzato che «i diaconi sono i protagonisti del sogno di Papa Francesco, quello di una Chiesa che sa trovare vie e metodi nuovi per portare misericordia». Poi, ha invitato i diaconi a spostare l’attenzione dal concetto di sanità a quello di salute, «cioè la salvezza in vista dell’eternità». «La sfida che abbiamo dinanzi — ha aggiunto — è quella di stringere le mani dei nostri fratelli e portarli fuori da un senso di compiutezza negativa». Infine, ha rivolto loro un altro invito: «Dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità, perché il vero motore deve essere la preghiera e non una strategia organizzativa. Dobbiamo essere il viandante che cammina insieme ai poveri e ai senza fissa dimora. La nostra identità è stare con gli altri».
L'Osservatore Romano, 7-8 agosto 2017.