venerdì 11 agosto 2017

India
Giovanni de Brito. Missionario tra i poveri ostacolato dai potenti
L'Osservatore Romano
Martire in India. Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo che il rettore della Pontificia università Gregoriana ha dedicato, sull’ultimo numero di «La Civiltà cattolica», alla figura del gesuita portoghese Giovanni de Brito, martire nell’India del XVII secolo, canonizzato da Pio XII nel 1947, nel terzo centenario della nascita.
(Nuno Da Silva Gonçalves) Essendo fuori dalle regioni controllate dai portoghesi, i gesuiti di Madurai vivevano secondo caratteristiche specifiche. Si erano conformati ai costumi indigeni e, nel caso di conflitto o di persecuzione da parte delle autorità locali, non potevano attendersi un aiuto dai portoghesi o da un’altra potenza straniera.

Accettando questa situazione, poterono costituire una Chiesa cristiana indipendente dalla protezione occidentale. A tale proposito, Giovanni de Brito, riferendosi al 1682, scrive: «Tutto si riassume così: i re e i principi si oppongono a noi, i potenti e i letterati fanno quanto possono per allontanarci; tuttavia, grazie alla protezione di Dio Nostro Signore, che ci mantiene in questa terra, riusciamo a diffondere la sua santa religione».
L’anno seguente, alludendo all’estensione della sua missione, aggiungeva: «Essendo così vasta, non c’è un posto in cui si possa vivere in sicurezza per due mesi di seguito». Di qui la necessità di continui spostamenti, per trovare luoghi più sicuri. L’8 settembre 1683, il governatore del regno di Tanjore diede ordine di imprigionare i missionari e di confiscare tutti i loro beni. L’ordine non fu mai eseguito, perché i cristiani dichiararono che sarebbero usciti da quella provincia, e si temeva che la partenza di tanta gente che pagava le imposte compromettesse le entrate fiscali. Il governatore diede allora indicazioni perché de Brito fosse assassinato segretamente, ma una violenta tempesta fece fallire il suo piano.
Secondo alcuni, anche fra i suoi compatrioti, de Brito esagerava nei metodi di adattamento. Tuttavia Albert Nevett scrive: «Per quanto possiamo giudicare, date le circostanze, i suoi metodi di adattamento erano tanto radicali per quanto era possibile; ma non era il suo metodo che otteneva le conversioni, bensì la sua allegria, la sua personalità amica, la sua dedizione, la sua evidente santità».
Nel 1684 Giovanni de Brito finì per essere preso, presso Tanjore, dai nadares, una casta di lavoratori, per i quali era un affronto che tanti dei loro membri fossero diventati cristiani. Dopo essere stati torturati e derubati, de Brito e i suoi compagni catechisti furono rimessi in libertà. Intanto nel regno di Tanjore aumentavano le persecuzioni contro i cristiani. La situazione peggiorava, e si cominciò a pensare che il cristianesimo sarebbe stato bandito da quel territorio. Era anche possibile che persecuzioni simili cominciassero a Madurai, Marava e Giungi.
Nel 1685 Giovanni de Brito fu nominato superiore della missione. Ma anche con tale responsabilità il suo metodo di lavoro non cambiò molto: si serviva dell’incarico per aiutare i compagni, e riservava per sé i lavori più pesanti. Nella lettera annuale il padre Luís de Melo scrive: «Non siamo mai sicuri nella nostra abitazione. In ogni momento siamo, per così dire, uomini destinati alla morte, e questo è l’unico sollievo che possano sperare quanti lavorano qui».
Intanto si aggravava la situazione a Marava. L’aumento del numero di cristiani significava perdita di guadagni per i templi, e questo era un motivo di opposizione al lavoro di Giovanni de Brito. La situazione peggiorò nel 1685, quando il missionario, poco dopo aver attraversato la frontiera di Marava, fu catturato insieme a tre compagni catechisti, e tutti furono condannati a morte. In quella occasione Giovanni scrisse al provinciale: «Siamo rassegnati alla santissima volontà di Dio, e molto felici perché siamo giudicati degni della grazia di offrire la nostra vita per la fede». La condanna a morte, però, doveva essere confermata. Giovanni fu condotto alla presenza di Raganata Tevar. Questi ascoltò un’esposizione della religione cristiana fatta dal missionario, e ne fu tanto impressionato che ordinò di mettere in libertà tutti i prigionieri cristiani. Aggiunse però che la legge del Dio di Giovanni non era adatta né a lui né al suo popolo. Perciò ordinò che il missionario fosse espulso dal suo regno, proibendogli di predicare il cristianesimo e minacciandolo di morte, se non avesse obbedito.
Poco dopo questi avvenimenti, il provinciale scrisse a de Brito, comunicandogli che doveva partire per l’Europa, perché era stato eletto procuratore della Provincia. Giovanni ricordò al provinciale che aveva fatto il voto di non ritornare mai in Portogallo, ma la sua obiezione non fu accolta. Perciò egli partì da Goa il 15 dicembre 1686 per il suo ritorno in Europa. Mentre si trovava in Portogallo, conservò molte delle abitudini che seguiva in India: continuò a dormire su una stuoia e a cibarsi soltanto di vegetali. A chi si meravigliava di questi suoi atteggiamenti, rispondeva che i suoi fratelli a Madurai conducevano una vita molto più eroica e penitente, esposti a pericoli continui, e aggiungeva che, essendo desideroso di ritornare in India, voleva mantenersi in forma per rientrare in azione, se gli fosse stato permesso.
Dovette di nuovo vincere le resistenze di chi lo voleva trattenere a Lisbona: questa volta, anche lo stesso re e i suoi ministri. Molti gli dicevano che poteva fare molto di più per l’India rimanendo in Europa. Il re finì per dargli il permesso di partire, ma dichiarò che lo avrebbe richiamato dopo due anni. Giunse anche a scrivere al generale della Compagnia di Gesù, attraverso il suo confessore padre Sebastião de Magalhães, per chiedere il rientro di Giovanni de Brito in Portogallo, ma non ottenne nulla. Il missionario, più tardi, l’11 aprile 1692, ricordando questi tentativi, scrisse al padre João da Costa: «Ho sempre detto a Vostra Reverenza che non pensavo di ritornare in Portogallo. Io amo più il cielo che la terra, più le boscaglie di Madurai che il palazzo del Portogallo».
Mentre attendeva di tornare in oriente, Giovanni si rivolse al provinciale, che era allora il padre André Freire, chiedendo che lo mandasse di nuovo nella missione del Madurai. Desiderava soprattutto ritornare a Marava, cosa che poi ottenne. Grazie alla sua attività, ci furono molte conversioni, anche fra i parenti del rajah, ma questi successi non potevano non provocare odio e minacce di vendetta.
Giovanni de Brito era consapevole della situazione, e il 22 luglio 1692 scriveva al padre João da Costa: «Ora si dice che a Marava sperano di prendermi e di tagliarmi la testa, e così mettere fine alla predicazione del Vangelo in quella terra. Se così è stabilito, perché parlare? Andremo più presto in cielo; e poiché la notizia è già molto diffusa, giudico che non sia gloria di Dio lasciare ora queste terre». In realtà gli avvenimenti precipitarono. Gli ultimi fatti si riferiscono alla conversione di Tadaia Theva, che chiese di essere battezzato da Giovanni de Brito, dopo essere stato guarito da una malattia. Poiché era un personaggio conosciuto e una delle sue mogli era cugina del rajah, la sua conversione non poteva passare inosservata. Far diventare cristiana una persona così importante era la via sicura per provocare una violenta persecuzione. Perciò Giovanni radunò i suoi catechisti e i cristiani più influenti ed espose il problema. Terminate queste consultazioni, egli era fermamente deciso a battezzare il principe. Si incontrò intanto con il catecumeno e cominciò a istruirlo. Gli spiegò anche quello che considerava un grande ostacolo: doveva essere pronto a vivere con una sola delle sue mogli, allontanando le altre quattro, e ciò avrebbe certamente provocato l’ira del rajah. Il principe non si intimorì e dichiarò che era disposto a conservare soltanto la prima moglie e a escludere le altre, fra le quali la cugina del rajah.
Quando si giunse al battesimo, avvenne quello che si prevedeva: Giovanni fu preso con i suoi compagni, e il 28 gennaio 1693 tutti furono giudicati e condannati a morte. Il rajah diede l’ordine che fossero fucilati e li fece condurre nel luogo dell’esecuzione. Tadaia Theva, circondato da molti cristiani, si fece avanti per dire ai soldati che prima dovevano uccidere lui. Temendo una sollevazione, il rajah ordinò che i condannati tornassero in prigione e dispose che Giovanni fosse trasferito a Oriyur e consegnato a Udaia Theva, suo parente, per essere poi giustiziato. I suoi compagni finirono per essere liberati.
Il 29 gennaio Giovanni fu scortato a Oriyur, dove fu decapitato il 4 febbraio. La sera prima scrisse al padre Francisco Laínez, superiore della missione: «Ora spero di subire la morte per il mio Dio e mio Signore, cercata due volte in India, nella missione e a Marava: davvero con una grande fatica, ma con un premio inestimabile. La colpa di cui mi accusano è di insegnare la legge di Dio nostro Signore, e che in nessun modo si devono adorare gli idoli. Quando la colpa è una virtù, la sofferenza è una gloria». Sono parole che manifestano la dedizione di un europeo che ha messo da parte, per quanto possibile, il suo stile occidentale per poter trasmettere lo spirito di Cristo adottando le pratiche ascetiche dei penitenti indiani.