giovedì 10 agosto 2017

(Giovanni Cerro) Nell’introduzione a LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo (1947), lo studioso tedesco Viktor Klemperer, costretto nel 1935 a lasciare l’università di Dresda a causa delle sue origini ebraiche, avanzava una proposta a dir poco provocatoria: abbandonare per lungo tempo o addirittura per sempre l’uso di parole appartenenti a quella che definiva lingua tertii imperii (da cui l’acronimo LTI), la lingua forgiata e utilizzata dal Terzo Reich.
Se il nazismo aveva tentato di insinuarsi «nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente», allora secondo Klemperer era necessario ricorrere a un’antica tradizione dell’ebraismo ortodosso: quando una stoviglia diventava impura, bisognava purificarla sotterrandola. Gran parte della LTI non era costituita da neologismi, ma da distorsioni e trasformazioni di parole già presenti nel vocabolario tedesco, spesso piegate per indicare nuovi significati. Si tratta di termini come Strafexpedition e Aktion, Fanatismus e Weltanschauung, difficilmente traducibili in italiano per la loro valenza polisemica.
Lo stesso discorso varrebbe anche per il vocabolo Rasse, ovvero razza, che i nazisti certo non inventarono, ma di cui si servirono ampiamente per giustificare pratiche persecutorie e discriminatorie volte al controllo della popolazione e alla segregazione e all’eliminazione di interi gruppi avvertiti come una minaccia per la sanità e la purezza del corpo sociale.
La storiografia ha ormai dimostrato come ampi settori della comunità scientifica tedesca contribuirono all’elaborazione teorica, quando non all’attuazione concreta, di progetti eugenetici (il termine eugenics introdotto da Francis Galton fu tradotto in Germania dal biologo Alfred Ploetz come Rassenhygiene, igiene della razza) e biopolitici.
Alla luce di queste considerazioni va segnalata la recente iniziativa promossa da un gruppo di antropologi italiani — guidati da Giovanni Destro Bisol dell’università di Roma La Sapienza e Maria Enrica Danubio dell’università dell’Aquila e afferenti all’Istituto italiano di antropologia di Roma — che chiedono di eliminare il termine “razza” dai documenti pubblici, a partire dalla revisione dell’articolo 3 della Costituzione italiana, in modo simile a quanto è già stato fatto in Francia.
Le ragioni che stanno alla base di questa proposta sono ora illustrate in un agile volume, Italiani. Come il dna ci aiuta a capire chi siamo (Roma, Carocci, 2016, pagine 138, euro 13), scritto proprio da Destro Bisol insieme al ricercatore Marco Capocasa. Nel libro si intendono sfatare alcuni luoghi comuni particolarmente radicati nel dibattito contemporaneo, dimostrando che il concetto di razza — oltre che squalificato dall’uso strumentale che ne è stato fatto sia da parte delle ideologie coloniali e imperialistiche sia dai totalitarismi — non ha alcuna validità nemmeno dal punto di vista scientifico.
Le razze, intese come «unità discrete, esclusive e omogenee», non sono infatti in grado di spiegare il fenomeno della diversità genetica. Storicamente per definirle si è fatto ricorso ai criteri più disparati, dal colore della pelle alla morfologia cranica, fino addirittura alla forma dei capelli, giungendo a classificazioni tutt’altro che uniformi e all’individuazione di un numero variabile di gruppi umani. Si va dalle quattro razze di cui parlava il naturalista svedese Linneo nel suo Systema naturae, la cui prima edizione risale al 1735, fino alle trentotto razze del complesso catalogo messo a punto dall’antropologo tedesco Egon Freiherr von Eickstedt negli anni trenta del XX secolo.
Sulla base dei più avanzati studi di genetica e genomica, Destro Bisol e Capocasa ci mostrano che sarebbe più corretto parlare di popolazioni, ovvero di individui che condividono un dato territorio e un dato sistema sociale in un determinato lasso di tempo e che possono essere soggetti a modificazioni. Mentre la nozione di razza insiste sulle differenze, l’idea di popolazione mette l’accento sulla contaminazione e il mescolamento del patrimonio genetico, un dato ormai indiscutibile, ma da sempre rifiutato dai sostenitori delle differenze razziali. Si pensi ad Arthur de Gobineau o a Georges Vacher de Lapouge che riconoscevano negli incroci etnici e nel meticciato l’origine della decadenza delle nazioni europee.
Oggi l’indagine diretta del dna svolge un ruolo determinante per chiarire la situazione. Se si analizzano le differenze genetiche tra un europeo e un asiatico si scopre che queste sono di poco superiori a quelle che separano tra loro due europei o due asiatici: la percentuale si aggira tra il 5 per cento e il 10 per cento. Anche se si prendesse in esame questo divario, si giungerebbe a esiti discordanti: attenendosi al cromosoma X gli europei si troverebbero nello stesso insieme degli etiopi, mentre tenendo conto del cromosoma Y gli europei apparterrebbero allo stesso gruppo degli asiatici, degli australiani e di parte degli americani.
Questa scarsa differenziazione è spiegabile con il fatto che la più importante migrazione dall’Africa orientale è avvenuta tra 60.000 e 45.000 anni fa, un tempo “troppo limitato” per poter generare differenze davvero apprezzabili attraverso la nozione di razza. In tal senso, gli italiani costituiscono un caso di studio esemplare riguardo sia la variabilità genetica che quella linguistica.
La struttura del dna degli italiani — studiata a partire dal 2007 grazie a un lavoro di mappatura di dimensioni davvero imponenti — non è affatto unica, ma è il risultato composito dei processi demografici che hanno investito la penisola. In Italia, inoltre, sono riconosciute ben dodici minoranze linguistiche, la cui origine rimanda a zone diverse del continente e la cui consistenza numerica è molto differente. Basterebbero queste poche riflessioni per sostenere che non ha alcun senso parlare di una «pura razza italiana», come si faceva nel Manifesto della razza pubblicato nel luglio 1938.
Del resto, già in un articolo del 1959 il linguista Gianfranco Contini aveva rilevato che il vocabolo “razza” faceva riferimento fin dalle sue prime attestazioni, risalenti al Duecento, all’ambito della zootecnia e della riproduzione animale, non certo all’uomo. Contrariamente a quanto pensavano Leo Spitzer e lo studioso svizzero Walther von Wartburg, razza non derivava dal latino ratio, ma dal francese antico haraz, termine con il quale si indicava l’allevamento dei cavalli.
Si tratta di considerazioni linguistiche formulate quasi sessant’anni fa, a cui oggi si uniscono i dati dell’antropologia culturale e le evidenze scientifiche fornite dai genetisti. Eppure, nonostante tutto, il concetto di razza non smette di alimentare pregiudizi e forme di intolleranza.
L'Osservatore Romano, 10 agosto 2017.