giovedì 3 agosto 2017

Francia
Nella festa del curato d’Ars. Vite per la missione
L'Osservatore Romano
In occasione della festa liturgica di san Giovanni Maria Vianney, che coincide per la diocesi di Belley-Ars con la conclusione dell’anno dedicato alla missione, il vescovo Pascal Roland e il rettore del santuario francese Patrice Chocholski hanno invitato a presiedere le celebrazioni il cardinale prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, Fernando Filoni. Di seguito anticipiamo stralci della conferenza pronunciata dal porporato nel pomeriggio del 3 agosto e intitolata «Il curato d’Ars e Paolina-Maria Jaricot: due vite per la Chiesa in missione».
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(Fernando Filoni) Il Curato d’Ars e Paolina-Maria Jaricot sono due personaggi appartenenti alla vita di questa gloriosa terra lionese, così diversi eppure così insieme proiettati nella medesima riforma spirituale, morale e apostolica della Chiesa: uno sacerdote, l’altra laica; l’uno uomo e l’altra donna; l’uno curato di campagna in un minuscolo villaggio di contadini e pastori, l’altra in relazione con il mondo operaio, nascente e produttivo che stava accelerando verso un progresso nuovo. Ambedue profondamente legati dall’amore di Dio, ambedue presi dalla passione per il Vangelo di Cristo e per la salvezza delle anime, fiduciosi nella forza della preghiera, simbolicamente appartenenti a due famiglie diverse, piccole piante radicate nel cuore storico e tradizionale della Francia; a Dardilly, nel 1786 (8 maggio), ossia tre anni prima dello scoppio della Rivoluzione, nasceva nella pia famiglia Vianney, Giovanni, al quale, per devozione e consacrazione, fu aggiunto anche il nome di Maria. A Lione, nel 1799 (21 luglio), in piena Rivoluzione, nell’agiata famiglia Jaricot, nasceva Paolina Maria. Due vite, dunque, contemporanee (c’erano 12 anni di differenza), parallele e per certi momenti intrecciate; accomunate già nel nome per la devozione delle famiglie alla Madre di Gesù, diverse per stato sociale e per scelta di vita, collegate per l’amore a Cristo e alla Chiesa, unite nel comune desiderio di rinnovare la Chiesa uscita profondamente ferita e purificata dal tormento rivoluzionario.
Di Giovanni Maria Vianney, sacerdote, vorrei cogliere il senso della sua missionarietà nella vita parrocchiale; si direbbe oggi, in termini cari a Papa Francesco, di parroco “in uscita”, non chiuso tra le mura della propria chiesetta, né soddisfatto di qualche successo; bensì in continua ansia pastorale, prossimo alle necessità materiali dei poveri e dell’ambiente contadino, attento e forte per non lasciarsi travolgere dalle avversità e dall’ignoranza dei fedeli, in intima comunione con Dio. Di Paolina-Maria Jaricot mi piace ricordare, ancora in termini cari a Papa Francesco, l’entusiasmo apostolico innovativo e creativo, in quanto laica e pertanto antesignana sui tempi e in particolare nella Chiesa, per l’opera di evangelizzazione che partiva dal nuovo contesto operaio e si proiettava nel mondo, verso terre e continenti mitici, la Cina, il Pacifico, i Caraibi a cui bisognava far giungere il Vangelo.
Paolina-Maria si sentiva come una figlia spirituale di quel sacerdote al quale accorrevano numerosissime persone; la coerenza di vita sacerdotale del Curato d’Ars, la sua profonda pietà, la vita interiore nutrita dalla preghiera e dalla penitenza, la sua disponibilità verso i poveri e i peccatori non potevano non incidere nell’animo di quella giovane che, uscita dalla crisi spirituale e psicologica adolescenziale, aveva sentito il fascino della preghiera e della consacrazione a Dio nel mondo; così organizzava tra le operaie la partecipazione spirituale e finanziaria in sostegno di chi portava il Vangelo ad gentes, e contribuiva tra i suoi concittadini al rinnovamento morale e spirituale della società lionese; Paolina-Maria era affascinata poi dallo spirito che propagavano Les Missions Étrangères de Paris, che nel 1817 avevano fondato l’Associazione di preghiera per domandare a Dio la conversione degli infedeli, la perseveranza dei cristiani che vivono in mezzo a loro e la prosperità delle iniziative destinate alla propagazione della fede. Di quel sant’uomo del Curato d’Ars sentiva il bisogno del conforto per la sua missione tra gli operai e le operaie; aveva bisogno del suo sostegno affettivo per capire se le sue iniziative avessero in sé lo spirito di Dio e fossero secondo la sua volontà. Se per Giovanni-Maria Vianney la forza della sua visione ecclesiale era concentrata nel riportare a Dio la sua parrocchia e le anime più lontane, per Paolina-Maria Jaricot gli orizzonti della sua azione partivano dalla realtà concreta in cui viveva, la città di Lione, per allargarsi alla missione universale della Chiesa, con l’estensione internazionale del rosario vivente, gli aiuti umanitari e le corrispondenze con i missionari. Il Curato d’Ars fu il cuore pulsante della sua cittadina e della regione, la Jaricot fu il cuore pulsante della solidarietà missionaria in un tempo in cui la grande stagione dell’evangelizzazione si allargava fino agli angoli più remoti della terra. Ambedue furono una benedizione per la Chiesa.
Riguardo al concetto di missionarietà odierno, bisognerebbe ritenere alquanto superato il concetto di missionarietà legato alla territorialità. Questo fu un approccio tipico fino al concilio Vaticano II; la stessa Congregatio de Propaganda Fide fu concepita e messa all’opera da Gregorio XV nel 1622 per l’evangelizzazione dei popoli nei territori che i commerci e le rotte extraeuropee avevano aperto a oriente, a occidente e a sud del vecchio continente. Dal concilio Vaticano II, invece, si cominciò a superare tale visione perché in tutti i continenti si era già annunciato il Vangelo, anche se non a tutti i popoli; inoltre, erano già nate nuove e giovani Chiese che passavano dalle mani dei missionari in quelle del clero autoctono in vertiginosa crescita, specialmente dopo l’emancipazione dai paesi coloniali e la creazione degli stati indipendenti. La stessa missionarietà passava nelle mani dei sacerdoti e dei religiosi locali e le comunità prendevano coscienza del proprio ruolo verso l’opera di evangelizzazione. Pertanto, in tutta la Chiesa si era avviata una nuova coscienza missionaria, ossia che la missionarietà riguardasse tutta la comunità cristiana e non solo la gerarchia o gli istituti missionari; quindi, non andava vista esclusivamente in sostegno di chi attraversava i mari con una specifica e generosa vocazione, ma di responsabilità comune e aperta ubicunque. Si superava la dimensione di missionarietà unidirezionale — dal nord al sud, dai ricchi ai più poveri — e si sottolineava quella multidirezionale, secondo cui tutti hanno qualcosa da dare e da ricevere, sia all’interno delle Chiese, sia in relazione ai non-cristiani, a cui pure si deve portare il Vangelo. Dunque, una missionarietà comprensiva e inclusiva, che è legata al battesimo e quindi è parte della sacramentalità della vita cristiana e si attua dove il cristiano agisce, dove il secolarismo e l’immigrazione stanno cambiando il volto delle tradizionali comunità, dove ancora il Vangelo è stato annunciato di recente e i cristiani sono minoranza tra popoli pure ricchi di culture e di tradizioni religiose: penso a grandi paesi e territori dell’Asia e del Medio oriente. La comprensione storica e secolare della missione, collocata nelle mani di uomini e donne con vocazione speciale, era stata posta dal Decreto conciliare Ad gentes in modo inderogabile, e si era risposto che la missione era il soggetto che riguardava tutta la Chiesa. Fu un salto di qualità naturale e al tempo stesso più rispondente ai nostri tempi. Si afferma, pertanto, gradualmente la consapevolezza di dover collocare il carisma missionario dentro l’orizzonte globalmente inteso della natura della Chiesa. Significativo è il punto di partenza di questa visione che, direi, troviamo nella Lumen gentium al numero 17.
Cinquant’anni dopo, Papa Francesco, che usa richiamarsi spesso al concilio, non vi si è fermato lì, rilevando che i segni dei tempi ci portano ad aggiornare la nostra conoscenza e l’azione pastorale e missionaria; di conseguenza, egli ha dato alla Chiesa il suo «sogno» ecclesiologico con l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Egli scrive che la Chiesa è missione. Di fatto non può fare altro se non annunciare la Buona Novella. E tuttavia, questa realtà missionaria della Chiesa è continuamente in cammino e presente nella consapevolezza del popolo di Dio. Ciò induce a pensare che questa definizione della missionarietà della Chiesa dovrebbe condurre anche a una ecclesiologia nuova nel modo di comprendere, di vivere e di essere la comunità di Gesù.
L'Osservatore Romano, 3-4 agosto 2017