martedì 8 agosto 2017

Filippine
L’impegno del movimento Silsilah nell’isola di Mindanao. Dialogo e pace sono sempre possibili
L'Osservatore Romano
Far incontrare musulmani e cattolici, riscoprendo il legame che li conduce all’unico Dio: questa in estrema sintesi la missione, “impossibile” secondo alcuni, di padre Sebastiano D’Ambra, 75 anni, 51 di sacerdozio, da 40 a Mindanao, nell’arcipelago delle Filippine.
«Quando sono arrivato in quello sperduto villaggio di musulmani, mi sono immedesimato e sono diventato parte di loro. Mi sono guadagnato il loro rispetto. Ho alzato la voce contro gli abusi dei militari nei confronti dei poveri e delle donne. Un atteggiamento — ha spiegato il missionario — che mi ha dato forza. In seguito sono stato chiamato come mediatore dai ribelli. Hanno provato a corrompermi con proposte indecenti. Hanno perfino tentato di farmi fuori. Mi dicevo: “I ribelli rischiano la loro vita per un’ideologia, perché non posso rischiare la mia per una missione di amore?”».
Il “legame” che attualizza il rapporto spirituale fra cristiani e musulmani si chiama «Silsilah», un termine preso dall’esperienza dei sufi, i mistici musulmani. È il nome del movimento sorto nel 1984, cui padre D’Ambra ha dedicato tutta la sua vita. Silsilah, infatti, è il movimento per il dialogo interreligioso più conosciuto nelle Filippine. «Il suo cuore — ha dichiarato padre D’Ambra ad AsiaNews — è rappresentato dall’Harmony Village a Zamboanga. Questo movimento punta al dialogo, partendo dalla spiritualità, sorretto da tre pilastri: Dio, gli altri e il creato. Per superare le barriere proponiamo degli esperimenti di convivenza fra cristiani e musulmani. Per cominciare un weekend al mese, fino a che non sbocciano le amicizie. Da ultimo, organizziamo degli incontri tra catechisti cattolici e insegnanti delle madrasse, per riflettere sull’importanza di trasmettere il messaggio della pace ai giovani».
Nonostante la situazione nell’isola sia abbastanza tesa, il missionario è più che mai convinto che il dialogo è necessario e rimane «una sfida continua. Quando arrivai ho conosciuto il Moro National Liberation Front, a Zamboanga City, con il suo lascito di eccidi e oltre diecimila case bruciate. Poi, — ha ricordato — venne Abu Sayaf nel Mindanao. Adesso, siamo alle prese con le rivolte nel Marawi, dove non si è risolto di certo il problema con la cessazione del fuoco. I fattori in campo sono tanti: l’ideologia dello stato islamico finanziata da tanti soldi che attira i giovani; l’atteggiamento del governo che non sa come affrontare l’emergenza e soprattutto la paura illogica che porta pregiudizi e violenza». Padre D’Ambra continua a lavorare per la pace e il dialogo e non ha intenzione di arrendersi. «L’importante è non scoraggiarsi. Mai. Il cristianesimo filippino dopo 500 anni di storia (nel 2021) dovrebbe capire che una devozione che non va in profondità rende più vulnerabili. Di fronte al radicalismo islamico occorre attrezzarsi. Una fede diluita non è sufficiente. I cattolici si devono svegliare e fare un esame di coscienza per comprendere che la fede non vive per eredità».

L'Osservatore Romano, 7-8 agosto 2017