sabato 12 agosto 2017

la Repubblica
(Alberto Bisin) I profughi nel Mediterraneo, le Ong che operano per soccorrerli, gli scafisti che li trasportano, sono  tutti ormai triturati in un dibattito grossolano che non sa distinguere, che sostituisce confusione e  violenza verbale ad argomentazioni articolate. Alla base di tutto sta una malintesa “guerra agli  scafisti”, capace di giustificare ogni allentamento della ragione, appunto, così come dell’etica. Gli scafisti non sono che un piccolissimo snodo di una realtà ben più ampia e complessa: un  movimento migratorio di grande entità (senza esagerare, nulla di mai visto, nulla di epico, ma pur  sempre di grande entità) verso l’Europa, motivato come sempre sono questi movimenti da ragioni  economiche e sociali.
Popolazioni che vivono in pessime condizioni (incluse guerre e regimi  totalitari) manifestano la volontà di spostarsi verso Paesi dove si aspettano condizioni migliori. Quando le condizioni di partenza e quelle di arrivo sono così distanti come lo sono ora, almeno  nelle attese dei migranti, essi sono disposti a sopportare temporaneamente condizioni disumane e a  rischiare la vita per riuscirvi. Gli scafisti semplicemente soddisfano questa volontà per proprio  profitto. Senza affatto sminuire le loro responsabilità legali ed etiche, prima di far ruotare il dibattito sulle politiche per l’immigrazione attorno alla necessità di muover loro “guerra” è necessario  delimitare e comprendere questo fenomeno migratorio. Anzi, prima di tutto è necessario capire le  motivazioni del desiderio di una frazione sostanziale della popolazione europea (circa il 43% da dati della European Social Survey nel 2014) di chiudere sostanzialmente le frontiere davanti a questi  flussi migratori. Passare poi dalla “guerra agli scafisti” alla guerra alle Ong che intervengono sulla tragedia dei  profughi in mare, anche in questo caso senza sminuire le loro responsabilità legali qualora siano  presenti, è pessima retorica anche se (forse) buona politica. Almeno il dibattito intellettuale  dovrebbe stare ben alla larga da questi “argomenti”. Tornando al cuore della questione, le preferenze dei cittadini riguardo ai migranti, è bene notare che esse variano molto in Europa (ancora dati Ess 2014): se solo l’8,5% degli svedesi dichiara di  desiderare una sostanziale chiusura delle frontiere ai migranti, così è per più dell’80% di greci e  ungheresi, per il 27% dei tedeschi e per circa il 40% di italiani e francesi. Queste differenze tra  Paesi sono dovute naturalmente alle diverse condizioni economiche, ma dipendono anche in modo  sostanziale da quanto le istituzioni abbiano gestito la presente emergenza e migrazioni precedenti  con efficienza o al contrario con retorica nazionalista. Per quanto riguarda le diverse condizioni economiche, i cittadini dei Paesi riceventi dichiarano di  essere contrari a sostanziali flussi migratori per tre motivi: il timore di un peggioramento delle  condizioni sul mercato del lavoro, la convinzione che i migranti siano ammessi al welfare del Paese  senza pagarne i costi, una generica ostilità di carattere culturale (e quindi nei confronti di alcuni  gruppi etnici e religiosi in modo particolare). Tutti questi motivi sono fortemente correlati tra loro:  nei Paesi in cui i cittadini sono maggiormente convinti che i migranti portino con sé bassi salari e  disoccupazione, sono forti anche la convinzione che essi si avvantaggino del sistema di welfare e il  rifiuto di una presunta multi-culturalità. Ma, e questo è il punto più importante, i Paesi in cui i cittadini più si aspettano elevati costi in  termini di mercato del lavoro e welfare non sono generalmente affatto quelli in cui ci aspetteremmo  realmente costi più elevati, in base alla composizione dell’offerta di lavoro sul mercato e alla  generosità del welfare. In altre parole, le ragioni economiche del rifiuto all’apertura delle frontiere,  se pur potenzialmente rilevanti in alcuni Paesi e in alcuni settori occupazionali, sembrano svolgere  più una funzione di giustificazione ex post di un rifiuto forse motivato da ostilità culturale. Altro che “guerra agli scafisti”, allora; e tantomeno guerra alle Ong. La questione è governare flussi migratori importanti e inevitabili. Anche “aiutiamoli a casa loro” è solo uno slogan per anime belle.  Importante è invece governare le condizioni di accesso dei migranti al mercato del lavoro e al  welfare. Ma soprattutto è importante prestare fondamentale attenzione all’integrazione culturale dei  migranti (a esempio senza imporre una integrazione geografica che è spesso solo causa di odi e  risentimenti). Certo, queste sono indicazioni vaghe, che necessitano di molto lavoro e pensiero per  essere ben definite, ma almeno hanno il pregio di non identificare ipocritamente bersagli inutili e  dannosi.