giovedì 10 agosto 2017

El Salvador
Seppe rispondere alla storia
L'Osservatore Romano
mons. Romero - card. Rosa Chávez
(Gregorio Rosa Chávez, Cardinale vescovo ausiliare di San Salvador) La mattina del 5 agosto scorso, ascoltando Radio vaticana, ho avuto due sorprese gradite: la notizia che Papa Francesco aveva scritto una lettera al cardinale Ricardo Ezzati, suo inviato speciale alle celebrazioni del centenario dalla nascita di monsignor Romero; e un bel reportage sul beato Paolo VI, al compiersi di trentanove anni dalla sua morte, avvenuta alle 21.40 del 6 agosto 1978 (13.40 del pomeriggio, ora di El Salvador). L’ho ascoltato in autobus, tornando dalla messa del Divino salvatore del mondo al seminario.
Nella lettera al cardinale di Santiago del Cile, il Santo Padre qualifica il nostro beato come: «Vescovo e martire, illustre pastore e testimone del Vangelo e difensore della Chiesa e della dignità umana». Inoltre, lo chiama portavoce dell’amore di Cristo «tra tutti, specialmente tra i poveri, gli emarginati e gli esclusi dalla società», e aggiunge che come sacerdote e come vescovo egli diffuse «la giustizia, la riconciliazione e la pace». Ma sorprendente per me è stato ascoltare, durante l’omaggio reso dall’emittente, la voce di Paolo VI, perché nel reportage si possono sentire, per voce dello stesso Pontefice, le parole amabili rivolte a monsignor Rivera e a monsignor Romero. Una vera emozione.
L’occasione è propizia per affermare davanti al paese e davanti alla Chiesa che siamo in debito con monsignor Rivera. Non è giusto che dimentichiamo la sua testimonianza e non soltanto per la sua instancabile lotta per portare il paese alla pace, ma per essere il fedele continuatore dell’eredità di monsignor Romero, al quale succedette nella sede arcivescovile di San Salvador.
La Chiesa deve sempre dialogare con il mondo e ascoltare prima, per poter rispondere. È questo che caratterizzava monsignor Romero come monsignor Rivera: seppero rispondere nel loro momento alla storia. Un altro debito aperto lo abbiamo nei confronti di monsignor Luis Chávez y González. Egli fu l’architetto della Chiesa che stiamo vivendo. Partecipò alle quattro sessioni del concilio Vaticano II. Fu membro della commissione preparatoria del concilio, scelto da Giovanni XXIII. Annunciò che questa Chiesa si dichiarava «in stato di concilio», vale a dire che assumeva in anticipo ciò che questa assemblea avrebbe dato alla Chiesa. E quando applica il concilio all’America latina, a Medellín, egli tiene presenti questi documenti. La nostra storia martiriale cominciò qui, perché vivere ciò che insegnano questi documenti porta al martirio.
Tanto monsignor Rivera come monsignor Romero furono suoi vescovi ausiliari. Chi avrebbe pensato che poi sarebbero diventati, insieme al terzo arcivescovo di San Salvador, le tre colonne sulle quali poggia la nostra Chiesa arcidiocesana? Monsignor Chávez, monsignor Romero e monsignor Rivera sono queste tre colonne. E che colonne forti abbiamo come dono di Dio! Lo stemma episcopale di monsignor Chávez mi richiama l’attenzione per due ragioni: primo perché c’è disegnata la sagoma del vulcano di San Salvador come lo vediamo da qui. E, in secondo luogo, per il motto, scritto in latino, che dice: Ipsum audite (“Ascoltatelo”).
Secondo una solida tradizione, la trasfigurazione del Signore ebbe luogo sul monte Tabor. Quando era ancora sacerdote, nel 1956, padre Óscar Romero visitò la Terra santa e lasciò una serie di belle cronache su diversi luoghi della patria di Gesù. Nel parlare del monte Tabor scrisse: «Si sente Dio in questo divino paesaggio di montagna e di pianura. Il Tabor sta a 562 metri sopra il mare, a circa 300 metri sopra la pianura. Per la sua altezza e le sue linee eleganti il Vangelo ben lo chiamò “un monte elevato”. Perché questa è senza dubbio la montagna della trasfigurazione. Il Vangelo non menziona il nome; ma tutte le circostanze concordano con l’antichissima tradizione che per testimonianza di Origene nel secolo III si può far risalire agli stessi apostoli».
Molti anni dopo, il 13 agosto 1978, monsignor Romero, in qualità di arcivescovo, predicò l’omelia della trasfigurazione con queste parole: «Un popolo che fissa il suo sguardo e il suo cuore in Gesù Cristo come salvatore del mondo, è un popolo che non può perire. C’è poi un segno di speranza che bisogna mantenere: il nostro amore per il Divino Patrono. Manteniamo questo onore e cerchiamo di rafforzarci di più in questa adesione incrollabile, piena di speranza nel Figlio di Dio».
Questo sano esercizio di memoria ci permette di capire il presente. Mi vengono immediatamente alla mente le parole di Papa Francesco ai giovani a Rio de Janeiro nella giornata della gioventù: «Guardando voi oggi qui presenti, mi viene in mente la storia di san Francesco d’Assisi. Davanti al Crocifisso sente la voce di Gesù che gli dice: “Francesco, va’ e ripara la mia casa”. E il giovane Francesco risponde con prontezza e generosità a questa chiamata del Signore: riparare la sua casa. Ma quale casa? Piano piano, si rende conto che non si trattava di fare il muratore e riparare un edificio fatto di pietre, ma di dare il suo contributo per la vita della Chiesa; si trattava di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo».
Oggi ci sono molti giovani impegnati con la Chiesa, con molto entusiasmo, con grande creatività. Però manca una cosa: non li stiamo preparando a cambiare la storia. Ed è questo che dobbiamo fare noi che siamo alla guida e abbiamo più esperienza in questa Chiesa: preparare la generazione che viene a cambiare la storia che tanto ci sta facendo soffrire. Le celebrazioni di quest’anno hanno avuto come tema centrale il centenario della nascita di monsignor Óscar Arnulfo Romero e la natura martiriale della nostra Chiesa. Così lo illustra l’immagine del nostro amato pastore, al lato della quale si poteva leggere il motto del suo episcopato: «Sentire con la Chiesa».
Dobbiamo interiorizzare questa dimensione tanto sconosciuta e gloriosa che appartiene alla nostra Chiesa: siamo una Chiesa di martiri. Ci risulta facile applicare questo qualificativo quando parliamo di monsignor Romero, dei sacerdoti assassinati e delle quattro donne statunitensi — tre religiose e una missionaria laica — ai quali fu tolta la vita nel dicembre 1980.
Tuttavia abbiamo un debito che dobbiamo cominciare a saldare quanto prima: siamo obbligati per gratitudine a Dio e per amore della verità a riscattare la memoria di cento martiri anonimi, la maggior parte dei quali sono umili contadini e contadine. Hanno due cose in comune: la prima è che, durante gli anni della guerra, non si macchiarono mai le mani di sangue; e la seconda è che furono uomini e donne che si sforzarono di amare Dio e il prossimo.
Non dimentichiamo le parole di san Giovanni Paolo II: «I martiri sono il meglio della Chiesa». Il compito non è facile perché nel nostro paese si continua a chiamare martiri coloro che impugnarono le armi e morirono seguendo un ideale, e perché il termine continua a essere scomodo per buona parte della popolazione salvadoregna. Per noi martire significa testimone. Il martire per eccellenza è Cristo, «il testimone fedele», come lo chiama l’Apocalisse. Sì, dobbiamo camminare con loro in nome di Cristo.
Una bella parabola di questo invito è il pellegrinaggio che metterà in marcia migliaia e migliaia di uomini e donne di ogni età e condizione sociale venerdì 11, sabato 12 e domenica 13 di questo mese, quando ricorderemo per la prima volta nella nostra storia Il cammino di monsignor Romero. Il motto che noi vescovi di El Salvador abbiamo proposto per quest’anno è: «In pellegrinaggio fino alla culla del profeta», cioè Ciudad Barrios. È bene tenere presente che possiamo tutti partecipare, percorrendo almeno una parte del cammino, per quanto lo permettono le nostre forze e il nostro entusiasmo. Sono sicuro che il paese e il mondo guarderanno con meraviglia qualcosa di mai visto, che diventerà tradizione anno dopo anno: un popolo che si mette in cammino, con fede, in profonda preghiera, chiedendo l’intercessione del beato Romero per ottenere il dono tanto ambito della pace, è un popolo che non sarà vinto.
Ripeto qui quello che ho detto in varie occasioni: un popolo che decide di mettersi in cammino, è invincibile. È invincibile se sa perché cammina, se sa verso dove cammina e se confessa la sua fede in Gesù Cristo, via, verità e vita.

L'Osservatore Romano, 10-11 agosto 2017