lunedì 7 agosto 2017

La Repubblica Democratica del Congo è segnata da una spaventosa escalation di violenze. È in corso una guerra che rischia di diventare — stando ai numeri e all’intensità degli scontri — la nuova principale crisi africana. A lanciare l’allarme è stato anche l’Onu che pochi giorni fa ha evocato addirittura lo spettro della pulizia etnica. L’Unicef parla di 850.000 i bambini sfollati. Sono in atto — dice il palazzo di Vetro — «a opera sia dei soldati governativi che dei miliziani ribelli, crimini contro l’umanità».
Il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo è iniziato in sordina nell’agosto del 2016. Ad affrontarsi, le popolazioni tribali locali e il governo centrale di Kinshasa, considerato dai primi illegittimo. Il mandato del presidente Joseph Kabila è scaduto nel dicembre 2016 e da quel momento la ribellione contro il governo è andata crescendo. Kabila ha già completato due mandati presidenziali e non è più eleggibile secondo la Costituzione. Tuttavia, nonostante il cosiddetto Accordo di San Silvestro, si rifiuta di indire nuove elezioni affermando che nel paese c’è troppa tensione per assicurare lo svolgimento pacifico del voto.
Le schermaglie politiche si sono trasformate in una brutale caccia all’uomo dopo l’uccisione di Jean-Pierre Bandi, leader tribale di una delle provincie del Kasai, ad opera dell’esercito regolare. I combattimenti hanno causato la morte di oltre 3300 persone (stima delle ong umanitarie); interi villaggi sono stati completamente rasi al suolo, sono state rinvenute 52 fosse comuni, 400.000 bambini vanno incontro a rischio malnutrizione. Inoltre, circa 1,3 milioni di persone sono fuggite dalle loro case, tanto che il paese africano è attualmente quello con il maggiore numero di sfollati e rifugiati al mondo. I civili fuggono verso sud, principalmente in Angola dove sono arrivati già 40.000 sfollati. A fine giugno le vittime erano 3383. Sempre più frequenti sono gli attacchi da parte delle milizie irregolari alle istituzioni pubbliche, nonché l’uccisione sommaria di funzionari statali. E — cosa ancor peggiore — con il passare delle settimane lo scontro sta dilagando nella sfera etnica.
L’Onu ha accusato pubblicamente l’esercito regolare di Kinshasa di essere il principale responsabile. Lo scontro si è accentuato dopo che due funzionari delle Nazioni Unite sono stati ritrovati morti. Secondo alcune fonti giornalistiche, sarebbero stati uccisi dai militari proprio mentre stavano documentando le fosse comuni realizzate dall’esercito regolare. L’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani ha lanciato pochi giorni fa un monito al presidente Joseph Kabila affinché «intervenga immediatamente per impedire l’espandersi delle violenze» e «per rispettare l’obbligo di proteggere tutta la popolazione, qualunque sia l’etnia di appartenenza, nella regione del Kasai».
L'Osservatore Romano, 7-8 agoso 2017.