martedì 1 agosto 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Il prossimo 8 settembre Papa Francesco, nella giornata che trascorrerà a Villavicencio, beatificherà, oltre a padre Pedro María Ramírez Ramos (ricordato come il "martire di Armero"),  anche mons. Jesús Emilio Jaramillo, vescovo di Arauca, appartenente all’Istituto per le Missioni Estere di Yarumal. Nacque, a Santo Domingo nell'arcidiocesi di Medellín,  il 14 febbraio 1916 e fu ucciso a 73 anni il 2 ottobre 1989, mentre era di ritorno dalla città di Fortul.
La sua macchina fu fermata da tre guerriglieri armati del fronte Domingo Laín dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che sequestrarono il vescovo e uno dei sacerdoti che lo accompagnavano. I due prigionieri furono separati e al prete fu detto di ritornare sul posto l’indomani mattina.
Quando si ripresentò, trovò il cadavere di Jaramillo con diverse ferite da arma da fuoco e senza la croce e l’anello episcopale. Con ogni probabilità il vescovo fu “processato”, torturato durante gli interrogatori e poi giustiziato «in quanto membro del settore più reazionario della gerarchia ecclesiastica colombiana», come spiegarono in seguito gli uomini dell’ELN in un comunicato pubblicato sul foglio “Liberación”. Nello stesso comunicato il presule era accusato anche di intromettersi, in complicità con l’Esercito, nei programmi scolastici per favorire una formazione controrivoluzionaria, dichiarazioni farneticanti di un gruppo armato estremista.
Mons. Jaramillo chiamato fin da giovane al sacerdozio, iniziò i suoi studi ecclesiastici nel 1929 presso il seminario dell'Istituto per le Missioni Estere di Yarumal, nel quale fu ordinato presbitero il 1° settembre 1940. Dopo gli studi di teologia all'Università Saveriana, fu insegnante dei novizi e rettore del seminario di Yarumal. Vicario delegato dal 1950 al 1959, in questo stesso anno fu nominato presidente del segretariato per i laici. L'11 novembre 1970 Papa Paolo VI lo nominò vescovo titolare di Strumnizza e Vicario apostolico di Arauca. Fu consacrato vescovo il 10 gennaio 1971. Il 19 luglio 1984 il Vicariato apostolico di Arauca fu eretto in diocesi.
Ad Arauca, mons. Jaramillo, svolse la propria attività pastorale con grande passione e impegno, non trascurando in varie occasioni di prendere pubblicamente posizione contro la guerriglia marxista, specialmente contro quella condotta nel territorio della sua diocesi dall'ELN (Ejército de Liberación Nacional), secondo gruppo armato dopo l'ex Farc. (1)
L'uccisione di mons. Jaramillo non ebbe una grande rilevanza mediatica in America Latina e neanche in Europa. Il suo fu un "omicidio passato in sordina" e la ragione, secondo numerosi analisti, potrebbe trovarsi nel fatto che l'ELN sin dal suo inizio è apparso come un gruppo armato legato a certe correnti della teologia della liberazione e tra i suoi "combattenti" aveva alcuni ex preti come, per esempio, il famoso Camilo Torres ucciso dall'Esercito colombiano pochi mesi dopo il suo arruolamento (Bogotá, 3 febbraio 1929 – Dipartimento di Santander, 15 febbraio 1966).
Si potrebbe dire che i primi anni dopo il suo sacrificio mons. Jaramillo fu ricordato soprattutto dai fedeli che, tra l'altro, dopo la sua uccisione ricevettero la salma in migliaia di persone all'aeroporto  "Santiago Pérez Quiroz" e poi per più di un giorno affolarono la camera ardente allestita nella curia. San Giovanni Paolo II lo ricordò come "servitore del Vangelo" "vittima di una ingiustificabile violenza". Inoltre mons. Jaramillo Monsalve, è stato uno dei due vescovi ricordati tra i "cristiani che hanno dato la vita per amore di Cristo e dei fratelli in America" durante la Commemorazione ecumenica dei Testimoni della fede del XX secolo del 7 maggio 2000, nel contesto delle celebrazioni del Grande Giubileo.
L'ultimo giorno di mons. Jaramillo
In questi giorni "El Tiempo di Colombia ha pubblicato un autorevole racconto sulle ultime ore di mons. Jaramillo rilanciato poi in altre lingue da diverse testate web. Nel servizio di "Terre d'America" si legge: "Monsignor Jesús Emilio Jaramillo sapeva che la situazione della guerriglia in Arauca era molto tesa e che l’Eln vedeva i sacerdoti con sospetto, ma nonostante questo decise di intraprendere un viaggio per evangelizzare la zona del Sarare. Questo gli costò la vita, il 2 ottobre del 1989. Fu assassinato con colpi di fucile alla schiena e in faccia e il suo corpo fu buttato sulla sponda di un sentiero. (...) L’ultimo giorno di vita del monsignor Jesús Emilio Jaramillo cominciò la mattina di domenica primo ottobre quando il vescovo, accompagnato dal padre Helmer Muñoz –suo assistente –, un altro sacerdote, un seminarista e una suora, arrivarono a Puerto Nidia, un gruppo di case dove celebrarono la Messa. Dopo pranzo, verso le 2.30 del pomeriggio uscirono su un fuoristrada verso Fortul. Avevano percorso una strada sterrata per circa un’ora e mezza, arrivarono fino al fiume Caranal. Lì, appena prima di passare il ponte di assi, c’erano tre uomini vestiti da contadini, due dei quali con armi lunghe. Fecero fermare il veicolo.
«Chiesero chi è Jesús Emilio Jaramillo e il monsignore, senza titubare, disse: “Sono io”», raccontò padre Muñoz.
Secondo la sua testimonianza, li fecero scendere dall’auto e, alla suora, al sacerdote e al seminarista dissero di dirigersi a Fortul e informare alle autorità che il vescovo rimaneva sequestrato dall’Eln. Il padre Helmer lo lasciarono perché potesse guidare il veicolo.
“Due di loro si spostarono sui sedili posteriori e il monsignore lo fecero sedere nel mezzo. Il terzo si sedette davanti”, spiegò il religioso.
L’auto percorse l’esteso territorio di Sarare fino al calare della notte. Il cammino si fece più difficile e il passo più lento, il timore tra i religiosi aumentava. Ad un certo punto monsignore prese il suo rosario e cominciò a pregare. Padre Helmer chiese ai guerriglieri se credessero in Dio.
«Uno di loro mi rispose: “Per me Dio è questo”, e mostrò l’arma», raccontò il sacerdote.
Erano circa le 7 del pomeriggio, quando fermarono l’auto in una zona solitaria di Santa Isabel. Dissero al vescovo che scendesse, e padre Helmer insistette per accompagnarlo, poiché monsignore non vedeva bene di notte.
«Uno che era seduto dietro mi disse: “Lei rimanga, lo portiamo via, torni a prenderlo tra due ore”, ma io insistetti per rimanere. Allora un altro di loro, alto, scuro, mi disse: “Se ne deve andare con le buone o con le cattive”, e il monsignore mi chiese di andarmene. Appoggiò la mano destra sulla spalla e mi disse: “Parliamo un poco”. Ci spostammo da una parte mentre gli uomini ci tenevano sotto tiro. Mi disse: “Riconciliamoci, mettiamoci alla presenza del Signore e che sia fatta la sua volontà”. Ci assolvemmo a vicenda. A voce bassa disse che mi dovevo allontanare per non complicare le cose. Le chiavi dell’auto le avevano tirate in mezzo alla sabbia, così dovetti cercarle e quando salì uno di loro mi disse che era meglio che non tornassi di lì a due ore ma il giorno successivo», continuò con il suo racconto il sacerdote. 
In quel momento la fine sembrava evidente.
«Allora monsignore disse loro: “Rispettate il ragazzo, risparmiate la vita al ragazzo, io rispondo per i sacerdoti”, racconta.
Il padre tornò a Caranal e passò la notte nell’auto. La mattina seguente si svegliò presto, arrivò sul luogo dove lo aveva lasciato la notte precedente.
“Camminai 50 metri e lo incontrai sul lato destro della carreggiata, totalmente straziato”, continuò il padre.
“Lo trovai pancia in su, quando provai a muovere il corpo fuoriuscì parte della materia cerebrale. Dovetti avvolgerlo nella mia stola, con le cose dell’eucarestia.”, raccontò il testimone.
Secondo lui il vescovo fu assassinato un’ora dopo essersi separati.
“Il primo colpo fu alla schiena e gli fratturarono il braccio destro, uno sparo al fianco e l’altro in faccia, con un’arma lunga, dicono gli esperti”, spiegò Muñoz.
Non aveva più l’anello episcopale, glielo avevano portato via e la catena del pettorale era rotta in più parti.
Dopo aver pregato un momento ricoperse il corpo con dei rami, poiché il sole si stava alzando e non voleva che qualcuno lo vedesse così. Tornò a Caranal a cercare l’ispettore di polizia, siccome non c’era, la giunta comunale si occupò del corpo. Il cadavere del vescovo fu portato in un fuori strada fino ad Esmeralda. Lì, nel centro di assistenza del luogo, il corpo del vescovo venne pulito e un elicottero militare lo portò a Arauca.
Riguardo le ragioni dell’omicidio, padre Helmer assicura che a monsignor Jaramillo lo consideravano complice della Mannesmann (la multinazionale che costruì l’oleodotto Caño Limón-Coveñas), e che i preti ottenevano i guadagni dalle opere realizzate da questa impresa, ma anche che amministrasse i soldi che il Governo destinava ai professori attraverso il programma Educación Contratada e che lo addoloravano le morti dei soldati ma non quelle delle altre persone.
“La beatificazione di monsignor Jaramillo porterà molte benedizioni per Arauca, anche per coloro che lo criticarono – che non furono pochi– gli stessi che grazie a documenti e informazioni spinsero la guerriglia contro di lui”, concluse padre Helmer."
(Della redazione politica del quotidiano della Colombia El Tiempo - Traduzione dallo spagnolo di Silvia Pizio).
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(1) Questo gruppo armato, ancora attivo, in Ecuador, da alcuni mesi negozia con il governo del Presidente Santos una accordo di pacificazione sulle orme di ciò che è stato l'Accordo con la guerriglia ex-Farc. Vi sono stati alcuni importanti progressi ma gli esperti ritengono che le trattative sono ancora in alto mare e dunque lontane da una conclusione. In queste settimane, in merito alla prossima visita del Papa, da più parti si è parlato di una "buona occasione" per accelerare gli accordi e forse stabilire una tregua a tempo indeterminato.
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