giovedì 27 luglio 2017

Non c’è tregua alle violenze in Venezuela. In un contesto internazionale sempre più critico, il governo del presidente Nicolás Maduro va avanti e conferma la data delle elezioni per la costituente, che si terranno domenica prossima. Questo mentre lo scontro istituzionale interno si fa sempre più duro. Ieri durante la prima giornata di uno sciopero generale di 48 ore indetto dall’opposizione, sono morte altre due persone e ci sono stati oltre cinquanta arresti. Ieri, le vittime degli scontri tra polizia e manifestanti sono state un adolescente di sedici anni, morto a Caracas, e un uomo di trenta, morto nello stato occidentale di Mérida dove oggi si è registrato anche il decesso in ospedale di un terzo manifestante. Il bilancio dell’ondata di proteste iniziata lo scorso aprile continua ad aumentare. Secondo l’opposizione, allo sciopero ha aderito il 92 per cento dei lavoratori. Diverso il parere dell’esecutivo, secondo cui l’appello a incrociare le braccia ieri e oggi non è stato recepito da gran parte della popolazione.
La tensione nel paese è altissima. «Proseguiremo la mobilitazione e continueremo a chiedere un cambiamento in Venezuela» ha dichiarato Freddy Guevara, primo vicepresidente del parlamento, precisando che l’opposizione farà «tutto quello che è nelle sue mani» di fronte a coloro che «stanno portando avanti questa follia». Oggi si attendono nuove manifestazioni e si temono scontri. E ieri, sul piano internazionale, è arrivata anche la protesta di tredici paesi del continente americano (Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Colombia, Cile, Perú, Paraguay, Costa Rica, Guatemala, Panamá e Honduras) che hanno chiesto al presidente Maduro di sospendere le elezioni per l’assemblea costituente in agenda per il 30 luglio. «Chiediamo al governo del Venezuela di sospendere il processo che porterà alla formazione di un’assemblea costituente, che implicherebbe lo smantellamento definitivo dell’istituzionalità democratica» si legge in un comunicato comune diffuso a margine di una riunione del consiglio permanente dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), a Washington. I paesi firmatari esprimono la loro «profonda preoccupazione per la grave alterazione dell’ordine democratico in Venezuela, l’aggravarsi della crisi e l’aumento della violenza» e ribadiscono «l’importanza di stabilire quanto prima un altro meccanismo di facilitazione che possa appoggiare un processo di dialogo e trattativa fra il governo e l’opposizione».
Ieri Washington ha varato nuove sanzioni contro tredici alti dirigenti del governo venezuelano. «Come ha detto il presidente Trump, gli Stati Uniti non ignoreranno gli sforzi in corso da parte del regime di Maduto per indebolire la democrazia, la libertà e il rispetto della legge» ha dichiarato il segretario del tesoro Steven Mnuchin. «Chiunque sarà eletto all’assemblea costituente deve sapere che il suo ruolo nell’indebolimento dei processi e delle istituzioni democratiche può esporlo a potenziali sanzioni americane».
Maduro ha dal canto suo criticato la decisione definendo le sanzioni «illegali, insolenti e insolite», in un discorso trasmesso a reti unificate dalla televisione del suo paese. Il presidente ha inoltre invitato i tredici dirigenti colpiti dalle sanzioni — fra i quali si trovano il comandante della guardia nazionale e quello della polizia, il presidente del consiglio nazionale elettorale, il protettore civico e il ministro responsabile delle prigioni — a un meeting elettorale in vista delle elezioni per l’assemblea costituente.
Critiche dirette sono state espresse anche dal presidente brasiliano Michel Temer. In Venezuela, ha dichiarato Temer durante il recente vertice del Mercosur, «è avvenuta una rottura della democrazia».
Lo scorso 16 luglio un referendum simbolico dell’opposizione ha bocciato (con una maggioranza di oltre il 98 per cento e un’affluenza di sette milioni di persone) il progetto della costituente. Il governo di Caracas ha respinto tutte le accuse e ha affermato che non ci sarà nessun passo indietro.
L'Osservatore Romano, 27-28 luglio 2017.