venerdì 14 luglio 2017

Vaticano
Tutti i cattolici della fantascienza
L'Osservatore Romano
Anticipiamo stralci di un articolo del direttore della Specola vaticana che uscirà sul prossimo numero della «Civiltà Cattolica».
(Guy Consolmagno) Nel novembre del 2015, Grayson Clary scrisse su «The Atlantic» un articolo con un titolo provocatorio: «Perché la fantascienza conta tanti cattolici». In effetti, la scienza e la fantascienza possono essere fonti di grande gioia, anche di gioia spirituale, in armonia tra l’altro con un principio di base della spiritualità gesuitica: «Trovare Dio in tutte le cose».

Chi scrive è uno scienziato appassionato di fantascienza. Recentemente ho partecipato, presso la Notre Dame University, a un seminario dal titolo «Cercando di dire “Dio”». Il titolo del convegno, come hanno spiegato i promotori, «è tratto da Winter Sun di Fanny Howe e si riferisce alla riluttanza di molti autori a scrivere di religione e di spiritualità in un’epoca in cui la religione viene guardata con sospetto o come qualcosa di sorpassato. Pur potendo decidere di evitare la terminologia religiosa tradizionale, un certo numero di poeti, romanzieri, memorialisti e scrittori di fantascienza si è già volto alla religione e alla spiritualità, e alcuni autori hanno indagato nuovi modi per dire “Dio”». Il convegno ha organizzato dibattiti sulla poesia, sulla narrativa, sulla saggistica creativa e biografica, sul fantasy e sulla fantascienza, riunendo scrittori molto noti e altri emergenti, i quali, a dire degli organizzatori, «nelle loro opere lottano con argomenti spirituali e tentano di farlo in modi nuovi». Anche alla luce di ciò, vorrei quindi provare a considerare la narrativa fantasy e di fantascienza da una prospettiva cattolica.
Personalmente ho iniziato a leggere fantascienza quando ero molto giovane, più o meno nella stessa età in cui ho cominciato a fare il chierichetto. Nella biblioteca della città in cui sono cresciuto, alla fantascienza era riservato uno scaffale, proprio all’ingresso della sezione «per adulti». È probabile che i bibliotecari li avessero messi in quel luogo pensando che libri del genere fossero poco adatti agli adulti. A me parevano un antipasto del mondo dei «veri» romanzi, più o meno come fare il chierichetto è stato il primo passo per partecipare alla liturgia della Chiesa. Tutti nella mia famiglia frequentavano assiduamente la biblioteca e, quando io e i miei fratelli avevamo finito di scegliere i libri che ci interessavano nella sezione per bambini, aspettavamo nostra madre nella parte anteriore della biblioteca vera e propria, accanto ai libri di fantascienza.
Il libro che ha davvero stuzzicato il mio gusto per la fantascienza è stata un’antologia di racconti classici dell’«età dell’oro» (cioè degli anni Quaranta), A Treasure of Great Science Fiction, a cura di Anthony Boucher. Boucher, pseudonimo di William A. P. White, che è stato fondatore e redattore di «The Magazine of Fantasy and Science Fiction», a lungo considerata la rivista di fantascienza di maggior prestigio. A quanto pare, nel mondo della fantascienza Boucher era noto anche per essere un cattolico praticante. In un tempo in cui un inflessibile materialismo, come quello di Herbert G. Wells, veniva considerato requisito fondamentale per una «moderna» e razionale persona di scienza, il suo cattolicesimo veniva ritenuto una vera e propria stranezza.
Sebbene oggi in libreria sia difficile trovare libri di racconti, e le tradizionali riviste di fantascienza siano meno diffuse, le storie brevi rimangono tuttora il punto di partenza migliore per un lettore o per uno scrittore di fantascienza. A differenza di un romanzo, un racconto può svilupparsi bene su un’idea intelligente e su alcuni personaggi abilmente abbozzati. Meglio ancora, la brevità del formato comporta che non ci sia spazio per alcune tra le principali insidie presenti in troppi cattivi romanzi (e non soltanto romanzi di fantascienza): trame parallele inutili e descrizioni noiose. Invece, l’autore deve badare al modo in cui il mondo della storia funziona rispetto ai canoni della storia stessa.
Questa tecnica di spargere continuamente indizi nel testo è stata soprannominata incluing da Jo Walton, critica e autrice di fantascienza. Ecco un esempio. Immaginate che nel vostro mondo fittizio abbiate inventato un elemento importante per la vostra trama, una macchina che nell’universo in cui si sviluppa la storia è onnipresente, come lo è nel nostro, per esempio, una fotocopiatrice. Nessuno nel mondo reale perde tempo a spiegare a qualcun altro come funziona una fotocopiatrice: chiunque ne ha usata una. Allora, come fare in modo che i personaggi della vostra storia parlino di come funziona la vostra macchina? Scrivete una scena in cui la macchina si rompe! Poi, siccome un personaggio si lamenta con un altro di ciò che non funziona, il lettore può venire a sapere come dovrebbe funzionare quando... funziona.
Uno degli elementi affascinanti che può attirare lettori verso la fantascienza — ma è possibile che in altri produca l’effetto contrario — è proprio il divertimento prodotto dallo scovare questi indizi, risolvendo il rompicapo che l’autore ha escogitato. Dopotutto, è esattamente ciò che deve fare uno scienziato quando cerca di capire l’universo. Dio è un maestro di incluing: il supremo autore di fantascienza!
Il vero motivo per cui ho voluto studiare i pianeti è stato il fatto di averli incontrati prima nella fantascienza, come luoghi fisici nei quali alle persone accadono delle avventure. Oggi questo può sembrare scontato, ma non è stato sempre così. Una volta la gente pensava ai pianeti soltanto come a punti luminosi nel cielo. Prima dell’inizio dell’era spaziale, sin dai tempi di Tolomeo — inclusi Copernico, Keplero e Newton, e fino alla metà del XX secolo — l’astronomia è consistita nello studio dei moti planetari.
L’obiettivo era trovare il modo di prevedere in un dato momento le posizioni esatte di quei punti luminosi rispetto alle costellazioni. Se ne ha una conferma nei libri popolari e nei manuali di astronomia del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo che si trovano nella biblioteca della Specola Vaticana. Quegli autori a volte riferiscono le dimensioni e anche le masse dei pianeti e delle loro lune, elementi che si deducono dall’osservazione dei loro moti relativi. Ma nessuno di loro si è mai preso la briga di dividere la massa per il volume, al fine di calcolare la densità di un pianeta; e tantomeno di speculare su che tipo di materia si potrebbe trovare all’interno di quei pianeti, data quella densità.
L’unica eccezione a questa regola è stato padre Angelo Secchi, il gesuita italiano che nel 1859 ha scritto Il quadro fisico del sistema solare, in cui descrive la superficie di Marte e di altri pianeti. Fu lui a fare la celebre scoperta di quelle ombre scure su Marte che, secondo lui, erano dei «canali». Secchi, notoriamente, è stato anche la prima persona che ha dato una classificazione sistematica delle stelle secondo il loro spettro, cioè secondo la loro composizione: erano i primi passi di quella che chiamiamo «astrofisica».
La vera ragione per cui ho frequentato il Massachusetts Institute of Technology (Mit) è stata proprio la fantascienza. La nostra fede cattolica può insegnarci come guardare alla nostra storia personale. Le avventure ambientate su altri pianeti dimostrano che le leggi su ciò che è giusto o sbagliato sono universali quanto la legge di gravità. E una fantascienza cattolica può ricordarci anche che quanto il mondo ritiene un lieto fine non è sempre il fine più lieto.

L'Osservatore Romano, 13-14 luglio 2017