venerdì 28 luglio 2017

Vaticano
Ma dov’era Santa Marta?
L'Osservatore Romano
A pochi passi dalla casa di Papa Francesco. Casa Santa Marta: un nome e un luogo che dal primo giorno di pontificato di Papa Francesco sono divenuti notissimi in tutto il mondo. Pochi sanno però che quel toponimo è, insieme a quello della piazza in cui sorge l’edificio, il flebile legame con un angolo di Vaticano ormai scomparso. A poche decine di metri dall’attuale dimora del Pontefice, infatti, alle spalle della basilica di San Pietro, lì dove ora sorge il Palazzo dei tribunali, nella prima metà del Cinquecento venne costruita la chiesa confraternitale di Santa Marta. Annessi vi erano anche un ospedale e un cimitero, a disposizione degli ufficiali e domestici dei palazzi apostolici. Questi erano riuniti nella confraternita dei Serventi, di quanti cioè, come l’operosa santa Marta — la discepola di Gesù, sorella di Maria e di Lazzaro, della quale la Chiesa celebra la memoria liturgica il 29 luglio — erano al servizio del Pontefice Paolo III.
La chiesa, oggetto di vari restauri, fu completata nel Settecento e aveva all’interno pregevoli decorazioni. Con lo scioglimento della confraternita, il complesso di Santa Marta nel 1726 fu affidato alla congregazione dei trinitari scalzi, e l’ospedale divenne la nuova sede del seminario vaticano.
Dopo alterne vicende della congregazione dei trinitari, la chiesa sotto Pio IX passò a uso esclusivo del seminario.
A fine Ottocento fu anche restaurata, ma fu quello l’ultimo momento di gloria della chiesa di Santa Marta che agli inizi del secolo successivo fu l’edificio sacrificato (e abbattuto) nell’ambito di una risistemazione urbanistica dell’area.
La storia viene raccontata nei dettagli e in tutti i suoi passaggi dall’architetto Ilaria Delsere nel libro La chiesa e l’ospedale di Santa Marta al Vaticano (Città del Vaticano, Edizioni Capitolo Vaticano, 2016, pagine 176, euro 29). Il volume — corredato anche della ristampa anastatica di una monografia ottocentesca dedicata al tema — è arricchito da un interessante corredo fotografico che, attraverso immagini dell’epoca e di oggi, dà conto della trasformazione avvenuta nel 1930. Fu quello l’anno decisivo, così come si racconta nello stralcio del libro che pubblichiamo in questa pagina.

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(Ilaria Delsere)
Nel 1930 la chiesa di Santa Marta fu coinvolta, come tutta la quinta edilizia retrostante la tribuna michelangiolesca, nella vasta opera di risistemazione promossa da Pio XI (1922-39), a seguito della fondazione dello Stato della Città del Vaticano (1929). Dai disegni dell’ingegnere Giuseppe Momo, progettista di diverse architetture e della ridefinizione urbanistica dell’area, conosciamo lo stato dell’edificio del Seminario e della chiesa di Santa Marta antecedente le demolizioni. Da queste fu risparmiata, oltre la chiesa di Santo Stefano degli Abissini, solo la fabbrica del Seminario, unita dalla fine dell’Ottocento all’ex convento di Santa Marta; incredibilmente invece non fu alla fine preservata, al contrario da quanto previsto in uno dei progetti di Momo, la pregevole chiesa cinquecentesca ad esso annessa, le cui opere d’arte superstiti furono traslate parte nella Pinacoteca Vaticana, parte nella cappella del nuovo palazzo del Governatorato, cui fu assegnata la medesima titolazione della chiesa scomparsa.
Gli edifici superstiti della basilica di Santo Stefano, restaurata da Gustavo Giovannoni (1931-33) e del Seminario Vaticano — da allora adibito a palazzo dei Tribunali e oggi anche sede della Gendarmeria Pontificia — ne risultarono del tutto decontestualizzati, in virtù dell’operazione di “isolamento” attuata. Dal confronto tra il progetto di Momo e l’edificio attuale, si evince come la fabbrica originariamente destinata ad ospedale della confraternita poi adibita a convento di Santa Marta, situata a sud del corpo scala in aggetto (poi trasformato in una sorta di torre merlata), permanga tuttora; essa infatti — benché ampliata sul retro — appare ancora oggi caratterizzata, come rappresentato nei disegni di Mascarino e nell’incisione di Vasi, da una triplice scansione di finestrati sul prospetto principale, accostata all’edificio del Seminario, cui fu funzionalmente unita dai restauri di Leone XIII. 
Se la demolizione dell’adiacente complesso settecentesco di Santo Stefano dei Mori, di cui rimane oggi la sola basilica, costituì la perdita di un significativo brano di tessuto urbanistico settecentesco, frutto del progetto unitario dell’architetto Valeri durante il pontificato Albani (1703-18), l’abbattimento della chiesa di Santa Marta appare, se possibile, ancora più grave e sorprendente: non solo per la perdita di una testimonianza storico artistica di grande rilievo, ma anche per la valutazione della scelta effettuata, che ad oggi appare evitabile, essendo stata di fatto la fabbrica sacrificata ad esigenze di circolazione. Oggi infatti al suo posto si snoda una strada, posta tra le emergenze del palazzo dei Tribunali e della chiesa di Santo Stefano degli Abissini strada che, nel progetto di Momo, era invece previsto fiancheggiasse la chiesa cinquecentesca. Poiché in quest’ultimo la fabbrica di Santo Stefano appare ancora nella sua facies settecentesca, cioè ridotta dimensionalmente a una sola parte della navata centrale con esclusione del transetto, forse proprio la scelta di restituire all’edificio sacro le più ampie proporzioni della basilica altomedievale, con il ripristino dell’abside e del transetto (e di una porzione delle navate laterali), determinò la scelta di demolire la chiesa di Santa Marta per far luogo alla sede stradale.
Opera di uno dei principali architetti romani della fine del XVI secolo, Santa Marta costituiva dunque un esempio significativo non solo per la tipologia dell’edificio sacro, ma anche per le opere d’arte ivi contenute, elaborate dai maggiori artisti dell’epoca attivi presso la corte pontificia e, non ultimo, per la sua connessione con l’originaria struttura ospedaliera, da cui — come visto — è stata insensibilmente resecata, facendo perdere traccia di sé e del complesso in cui era inserita.
Il toponimo di Santa Marta, ancor oggi rimasto a indicare la medesima piazza e ripreso da Leone XIII per l’edificio del Pontificium Hospitium Sanctae Marthae (1891) che su di essa affaccia (nucleo dell’attuale Domus Sanctae Marthae, riedificata negli anni Novanta del Novecento da Giovanni Paolo II), affonda quindi le proprie radici nella storia secolare di una struttura assistenziale e di un pregevole episodio di architettura ormai perduto.
L'Osservatore Romano, 28-29 luglio 2017