lunedì 31 luglio 2017

La Repubblica
(Alberto Melloni) Cento anni fa, in una estate così, un uomo minuto e poco ieratico si misurò con la guerra mondiale: la prima, se si vuole anch' essa a capitoli ma molto più legati e rilegati di quelli di cui parliamo oggi, come se la devastazione a puntate fosse un male minore. Quell' uomo, Benedetto XV, lo fece con una proposta diplomatica che si rivelò un proverbiale insuccesso: una pace senza risarcimenti e senza cambi di regime o di confine non la accettò nessuno; sui morti si piantarono vittorie e riparazioni e in quel brodo di violenza delle masse sulle masse crebbero i batteri del fascismo, che ancora circolano e della cui vitalità stupidamente ci meravigliamo.
Ma quell' uomo su un punto piccolissimo vinse: e in quella nota datata 1° agosto 1917 disse due parole che sono diventate una sentenza, se si vuole inascoltata, forse letta con un qualche riduttivismo, ma indimenticabile e perpetua: «inutile strage». In quell' estate del 1917, papa Giacomo Della Chiesa - giunto sul trono di Pietro quasi a vendicare il veto dell' imperatore d' Austria che nel 1903 aveva sbarrato l' ascesa al pontificato del cardinal Rampolla, suo maestro di diplomazia - capisce che la guerra non poteva più rientrare nello schemino intransigente del castigo di un Dio cattivo davanti all' incredulità moderna. E allora guarda, con gli occhiali piccoli e sbilenchi della diplomazia, che sono però sempre meglio dalla cataratta delle ideologie. In quell' estate 1917 l' America è entrata non in una guerra mondiale, ma dentro la guerra nel mondo in cui da allora vive. La lotta sottomarina "totale" introduce un aggettivo funesto che non uscirà mai più dal linguaggio militare. In Russia il governo repubblicano di Kerenskij, che ha spodestato lo zar, e già nella agonia, restaurerà l' autocrazia nella sua variante bolscevica. Sconfitti nella battaglia di Gaza gli inglesi mandano in Medio Oriente il generale Allenby, che il 9 dicembre espugnerà Gerusalemme, otto secoli e qualcosa dopo la presa dei crociati. Le primaverili vittorie italiane sulla Bainsizza sono solo l' anticamera della Caporetto di novembre. Nelle trincee di tutta Europa la conta dei morti e dei mutilati ammutolisce il vitalismo che aveva atteso la guerra come lavacro del mondo e il rintocco dei mortai come sinfonia della modernità: e restano solo vite che stanno «come d' autunno sugli alberi le foglie» o rantolano nel fango. Il papa capisce che difendere «i sacri templi, i ministri di Dio» dei suoi primi appelli del 1914 non ha alcun senso; che la tregua di Natale che aveva turbato gli Stati maggiori per l' entusiasmo che aveva suscitato fra le truppe non è più una via; che l' appello alla preghiera cade nel vuoto o dà corda alla propaganda (in Francia il testo dell' orazione per la pace del 7 febbraio 1917 viene sequestrato come opuscolo disfattista). Così gioca la carta della diplomazia che è sempre e solo il tentativo di ricreare l' equilibrio instabile chiamato pace, giocando alla mano giusta la carta della razionalità. Ci lavora dal 12 dicembre 1916, quando vede nell' offerta di pace degli imperi centrali, palesi intenti autoassolutori, ma anche una via: si offre di appoggiarla (anche se Francia e Inghilterra gli fanno sapere di ritenere «sgradito qualunque intervento della S. Sede per la pace »); e per sette mesi, fino al voto di luglio del Reichstag che vede convergere il partito cattolico e la sinistra, lavora ad una sua proposta fatta per punti, al cui centro sta la proposta di una pace che permetta il disarmo. Gasparri, il suo segretario di Stato, la scrive in 11 punti a gennaio; poi in 7 a giugno, quando ormai Eugenio Pacelli è andato nunzio in Germania. Un nunzio inesperto, che sbaglia a disubbidire al suo superiore che voleva tornasse a Berlino; e che alla fine viene scavalcato dalla scelta di Benedetto XV e di Gasparri di agire con una nota vaticana a tutte le «potenze belligeranti». Limata per settimane, datata 1° agosto anche se consegnata dopo, la nota voleva uscire dal generico con ipotesi su disarmo, arbitrato, confini, rinunzia alle riparazioni, che vennero rifiutate dalle cancellerie: i paesi vittime d' invasione la considerano un gesto crudele, gli altri un tentativo di fare una "pace bianca" che ignorava le esigenze nazionali e i tradimenti, altri un affronto ai paesi ignorati nel testo. Anche fra i cattolici la nota del papa che la propaganda chiama "Maledetto XV", lasciando intendere una collusione con gli imperi, è o fredda o negativa: il grande predicatore parigino, presente il cardinale di Parigi, la sconfessa dal pulpito; in Italia i vescovi appagati dal potere dei patriottici, raccomandano una «interpetrazione » corretta e denunciano quelle «disoneste» dei pacifisti. Un fallimento che ha inibito il papato per sempre: tant' è che dopo quella nota solo Giovanni XXIII, ha osato prendere la via dell' enciclica sulla pace e ha indotto tutti gli altri alle perorazioni anche forti o fortissime. Mancava a Benedetto XV l' intuizione teologica di fondo davanti alla pace e alla guerra: quella che riconosce nella pace non solo l' esito di una filosofia sociale, ma un nome del messia - «Cristo nostra pace» dice la Scrittura; e che riconosce nella guerra non solo l' esito di un disequilibrio politico, ma una operazione diabolica. Di cui noi oggi cogliamo la bestialità quando un corpicino morto su una spiaggia o la foto di un bombardamento catturano e bucano per una manciata di minuti la crosta feroce della distrazione. Eppure Benedetto XV aveva intuito una cosa: che cento anni dopo, con due guerre mondiali alle spalle, la questione è ancora vera. Cercare soluzioni pragmatiche ("concreto" è un aggettivo andreottiano da prendere perciò con le pinze), senza temere equivoci e scacchi, è una via da percorrere. Un problema ancora aperto cento anni dopo la Nota, in un mondo che ha assunto senza esitazione la definizione bergogliana della «terza guerra mondiale a capitoli»: senza chiedersi in quanti capitoli si fa la pace e a chi spetta scrivere il primo, o anche solo il titolo.