lunedì 24 luglio 2017

Turchia
Il viaggio di Paolo VI in Turchia nel racconto di testimoni e giornalisti
L'Osservatore Romano
(Eliana Versace) Il 12 agosto 1967 l’ambasciatore italiano in Turchia Mario Mondello inviò un rapporto al ministro degli esteri, il democristiano Amintore Fanfani, nel quale riferiva in ogni particolare l’incontro privato che ebbe col patriarca Atenagora. Si trattava del primo contatto diretto tra il patriarca di Costantinopoli «personaggio senza dubbio pittoresco e straordinario» e il rappresentate dello stato italiano che intendeva «apprendere dalla sua viva voce le reazioni alla visita del Pontefice» e avere informazioni «sullo sviluppo dei rapporti tra le due Chiese». Atenagora destò stupore nell’interlocutore per i suoi tratti — «l’uomo è immenso, a ottant’anni è un Tolstoj, fissato nell’età dell’autoritratto di Leonardo» — e per i suoi modi familiari e sorprendentemente calorosi fin dal primo istante.
Accogliendo il diplomatico italiano infatti il Patriarca iniziò il colloquio, condotto in un ottimo francese, prendendo «le mani nelle sue mani», mentre stringendole ricordava: «Così stavo pochi giorni fa con il Santo Padre seduto anch’egli in quella poltrona, le sue mani nelle mie. Che miracolo! Che evento straordinario! Che bontà! Che generosità! Quel grande si è degnato di venire fin qui, si è degnato di farmi visita».
Col suo gesto Paolo VI aveva superato nei fatti ogni questione di precedenza per cui una visita avrebbe potuto configurare un implicito riconoscimento di superiorità. Per Atenagora questa decisione rappresentò un gesto profetico. «Chi è lui?» esclamò, giungendo a definire convintamente Paolo VI «un profeta mandato dalla Divina Provvidenza al momento giusto. E il Profeta è venuto fin qui», per imprimere nuovo vigore a quel cammino ecumenico che aveva avuto inizio con Giovanni XXIII.
Il patriarca ebbe però al riguardo parole di apprezzamento pure per Pio XII, tuttavia la sua entusiastica ammirazione restava esclusivamente rivolta a Paolo VI che continuava a chiamare «il Profeta». E aggiunse: «Sapete come lo chiamo io abitualmente? Paolo II», imitando con la mano il gesto di Churchill che con lo stesso segno indicava la vittoria. «Sì, lo chiamo Paolo II, perché egli è il successore di San Paolo, destinato dalla Divina Provvidenza a diffondere tra tutte le Chiese il verbo dell’apostolo, aggiornato ai tempi presenti». Continuando a sostenere la fondatezza del nome che attribuiva al Papa chiamandolo Paolo II, Atenagora spiegava che quel numero espresso con le due dita centrali della mano indicava anche il segno della vittoria, dunque il Pontefice era per lui «Paolo II, il Vittorioso», e insisteva inoltre sulla profetica pregnanza di quel nome anche per i protestanti, che hanno un particolare culto per San Paolo e «anch’essi devono avvicinarsi a noi».
Alla domanda del diplomatico italiano sull’importanza delle differenze teologiche tra le varie Chiese, il patriarca reagì con vigore e disse: «E come potrei attribuirvi importanza se non ve ne sono?». Per spiegare il senso delle sue parole all’interlocutore sorpreso si paragonò proprio a un diplomatico: «Sapete i teologi sono come i giuristi. Voi diplomatici, ascoltate i giuristi quando sentite di dover compiere qualche gesto o qualche atto importante di politica internazionale? Certamente no. Ebbene io sono un diplomatico. Del resto, per scrupolo di coscienza, ho chiesto a qualche teologo di studiare in che cosa consistessero queste differenze. Ebbene, sapete che cosa hanno trovato? Che non ce ne sono. Ecco tutto. Anzi si sono accorti che le nostre Chiese si erano separate senza motivi di contrasto, senza alcuna ragione, ma solo per successivi atti compiuti da una parte e dall’altra impercettibilmente. Insomma una querelle d’éveques».
Bisognava allora, per l’anziano patriarca, rimettere insieme le Chiese «mediante degli atti» e senza preoccuparsi delle differenze teologiche «che sono dei pretesti». Atenagora si mostrava sicuro anche sul fatto che i capi e i credenti delle altre Chiese autocefale nella galassia dell’ortodossia lo avrebbero compreso e seguito nel vigore della sua spinta ecumenica. «E come potrebbe essere altrimenti? Il mio è un atto d’amore. Il mio è un atto di carità», ribadiva Atenagora che, proprio in occasione del viaggio di Paolo VI in Turchia, da lui preannunciato con telegrammi ai capi delle altre Chiese ortodosse, aveva ricevuto da essi messaggi di fraternità e vicinanza nella preghiera.
Il patriarca, additando i pochi oggetti che ornavano la sua stanza elencava indicandoli «un quadro della Madonna che tutti onoriamo e immediatamente al di sotto? Una fotografia del mio incontro con il Pontefice. Sulla mia scrivania? Una altra fotografia insieme al Pontefice»». E continuava precisando: «Ebbene che Madonna ho scelto? Una Madonna cattolica fatta in Italia. Non una Madonna ortodossa. Perché non c’è una Madonna cattolica e una ortodossa. Di Madonna ce n’è una sola, uguale per tutti. Così come Cristo è uno solo, lo stesso per tutti. E facciamo tutti lo stesso battesimo, che ci rende tutti cristiani». Una sola era allora la via da percorrere per il patriarca di Costantinopoli: «Basta con le differenze: avviciniamoci con gli “atti”. Questa è la via che sta di fronte a noi. Non ce n’è un’altra».
Alle perplessità dell’ambasciatore che rievocava secoli di disunione Atenagora rispondeva confermando nuovamente l’unica strada percorribile: quella dell’amore e della carità «e amore e carità impongono la via dell’unione».
A questo proposito il patriarca raccontò al diplomatico italiano come prima di recarsi a Roma, nell’ottobre seguente, ricambiando la visita del Papa, egli avrebbe visitato le Chiese ortodosse dei Balcani e quella russa, per poi riferire in Vaticano sull’esito di questi contatti preliminari, e concordare il da farsi.
Atenagora, durante il colloquio, non tralasciò di considerare i rapporti con le Chiese separate del protestantesimo con le quali «occorrerà avvicinarsi. Ma ciò avverrà in un momento successivo», e quelli con l’islam. «In verità il dialogo esiste da XIII secoli; è lungo quanto il nostro contatto, anche se non è stato molto proficuo. Ma bisogna fare qualcosa in questo senso. L’amore ci affida quest’incarico; l’affetto che nutriamo verso i nostri fratelli islamici, ci sostiene e ci sosterrà su questa via».
Nel corso della conversazione si affrontò pure la questione giuridicamente e diplomaticamente delicata del controllo dei Luoghi Santi: «Per noi pensa il Santo Padre. Lui sa quello che bisogna fare. Il punto di vista del Santo Padre è il nostro punto di vista», rispondeva in proposito il patriarca al suo stupefatto interlocutore.
Congedandosi Atenagora giustificò la modestia della sua sede con parole che accrebbero meraviglia e stupore nell’ambasciatore. «Questa sede modesta non mi preoccupa», disse Atenagora salutandolo. «È l’ultimo dei miei pensieri. Io mi sento al Vaticano. Lì è la nostra casa. Anzi per essere più esatti io mi sento a Castel Gandolfo, accanto a quel grande, a quello spirito superiore, a quel generoso, a quel profeta», dunque sempre accanto a Paolo VI (che trascorreva i mesi estivi nella residenza pontificia di Castel Gandolfo).
Nel riferire ogni particolare di questo incontro il rappresentante italiano non tralasciò di trasmettere al ministro Fanfani la sua viva impressione nei confronti di Atenagora, ««personaggio un po’ sconcertante almeno per noi che siamo abituati al misurato ritegno, nei gesti e nelle parole, dei nostri ecclesiastici». Allo stesso tempo però il diplomatico si confessò conquistato dal modo di fare, focoso e bonario, del capo dell’ortodossia. «Mentre si agitava e parlava di fronte a me, mi domandavo: ma è questo il Capo della Chiesa ortodossa, o non piuttosto un povero prete di campagna cattolico, misticamente invasato del Pontefice? O forse — continuava l’ambasciatore concludendo la sua valutazione — la Divina Provvidenza, nei suoi imperscrutabili disegni, si serve appunto di queste figure per realizzare i suoi piani più arditi? Perché una cosa mi sembra fuor di dubbio: quest’uomo si muove nella buona direzione (…) la via che egli indica nell’attuale crisi spirituale del mondo è quella giusta; in essa possono riconoscersi e identificarsi tutti gli uomini di buona volontà, quelli di coscienza religiosa come quelli di coscienza morale».
L'Osservatore Romano, 24-25 luglio 2017