lunedì 24 luglio 2017

Turchia
Il messaggio di Efeso
L'Osservatore Romano
(Federico Alessandrini) Di fronte alle imponenti rovine che coprono la valle dell’Efeso antica, nel caldo pomeriggio del 26 luglio una voce insistente c’inseguiva silenziosamente, mentre Paolo VI guardava e riguardava quei ruderi venerandi. La basilica del Concilio del 431, nella quale aveva pregato e parlato; il teatro che vide le folle eccitate dall’argentiere Demetrio in tumulto contro l’uomo di Tarso venuto a «turbare» l’artigianato e i traffici locali. La voce diceva le parole del capitolo III della lettera paolina agli abitatori antichi della città spenta: il mistero, non compreso nelle età passate, è stato adesso rivelato dallo Spirito: «I gentili sono coeredi con noi, parte dello stesso corpo, partecipano con noi della promessa di Dio in Gesù Cristo».
Ci pareva che quelle parole compendiassero il significato e il valore del pellegrinaggio che Paolo VI era sul punto di concludere, ripercorrendo le vie dell’Apostolo delle Genti. Anch’egli, certo, pensava alla grande invocazione al rinnovamento: «Vestitevi dell’uomo nuovo».
Ed era, questo, un messaggio universale, rivolto non alla distesa delle rovine sulle quali le stagioni, il sole e il vento trascorrono levigando e livellando: anche queste testimonianze di secoli remoti, un giorno non ci saranno più; resterà vero sempre l’imperativo di rinnovarsi per tutti gli uomini.
Questo messaggio che Paolo VI rianima con la sua presenza, è certamente rivolto ai cattolici, ai cristiani; ma è anche una promessa a tutti gli altri, un annuncio di liberazione, un’apertura alla giustizia naturale, indicata come via per un’altra giustizia non peritura.
La Costituzione del Concilio sulla Chiesa, al capitolo VI, ricorda, con riferimento a san Paolo, che il disegno della salvezza, se comprende quelli che conoscono Cristo, abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, «e tra questi, in particolare, i musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nell’ultimo giorno. Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nei fantasmi e negli idoli, poiché egli dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa e, come Salvatore, vuole Che tutti si salvino».
Oggi, forse, nel modo di vita che, progressivamente, si dilata sulla terra, cresce il numero di coloro che, più o meno distintamente, «cercano» nei fantasmi e negli idoli il Dio ignoto. E sembra una schiera più fitta dell’altra, formata da quelli che credono in Dio datore della vita e della morte. Quale via può raggiungere questa grande moltitudine; quale parola può chiarirne le aspirazioni del cuore, gli slanci della mente?
In questi luoghi, venti secoli or sono, già si compì il prodigio che portò il Cristianesimo nascente al mondo. Le condizioni dell’umanità, nel primo secolo di Cristo, non erano diverse da quelle d’oggi; forse, erano più gravi, sebbene un senso di attesa regnasse, sia pur oscuramente, nelle coscienze e le rendesse impazienti, disposte ad accogliere un messaggio rivelatore. Chi non sente che anche oggi v’è nell’aria qualcosa di simile, un sentimento di attesa, una speranza indistinta? Ne ebbe certezza Giovanni XXIII; ne è convinto il Successore. Ed è in questi due Pontificati, dopo una preparazione lunga e silenziosa, che la Chiesa — la Chiesa del Concilio e d’ogni tempo — si mette di nuovo in stato di missione, offrendosi al mondo, «spiegando» se stessa perché il suo mandato sia meglio inteso. Tutto dipende da Dio e dalla sua grazia: molto, anche dagli uomini che hanno ricevuto la luce perché venga alimentata e diffusa.
Percorrendo la via che da Smirne corre a sud verso Efeso, per una ottantina di chilometri, dopo un tratto semidesertico, si attraversano terre fertili che rivelano la presenza dell’acqua a poca profondità: qua e là, tra campi coltivati per lo più a tabacco, contadini sono al lavoro: nei borghetti che s’incontrano lungo la via sono allineate ancora le piccole folle che hanno voluto assistere al passaggio del Papa di Roma. Cosa sanno del Papa se non, forse, quel che ne hanno sentito favoleggiare — certo non in bene — da molte generazioni?
Eppure son lì: il Papa è già lontano qualche chilometro e noi corriamo e corriamo per non perdere il contatto con le altre macchine del «corteo», sempre sorpassati e risorpassati da altre macchine di colleghi giornalisti che fanno acrobazie folli per giungere quanto più vicino sia possibile all’automobile di Paolo VI. Siamo distanziati e tentiamo di recuperare il terreno perduto: eppure quella gente è sempre lì, al margine della strada, un poco attonita: qualcuno saluta anche noi, gli ultimi. Curiosità? Forse, ma certamente un grande rispetto, come lungo tutte le strade della Turchia, Istanbul compresa.
Questa gente aspetta qualcosa? Noi diremmo che partecipa ad attese che sono di tutti gli uomini; attese di cose buone, oneste, semplici, pure; attese di un messaggio che non deluda e che renda la vita degna di esser vissuta.
Quando, dopo la sosta tra le rovine, presso i resti della Basilica che ospitò il Concilio del 431, saliamo per ampie curve le prime pendici dell’Ala Dag, verso la memoria mariana di Panaia Kapulu, ci si fanno incontro capanne posticce di stuoie, dove forse vivono i contadini in questa stagione dell’anno per far essiccare la foglia di tabacco: la povertà è piena, visibile; questi dimessi tabernacoli che dopo i calori dell’estate saranno distrutti, sorgono sotto i ruderi possenti dell’Efeso antica, anzi delle Efeso antiche: perché qui sono convissute, sovrapponendosi, almeno quattro città, da quella mitica delle Amazzoni, alla greca, alla romana, alla bizantina, fino alla conquista del condottiero Selgiuk che ha lasciato il nome al villaggio superstite e ha coronato di mura merlate, ancora erte e minacciose, il luogo dove, probabilmente, fu un’acropoli antica. Questa valle che si apre a triangolo al mare, è il punto di partenza — e di arrivo — di una grande via naturale che dal Mediterraneo conduce verso l’interno dell’Anatolia: e questo spiega la colonizzazione greca e la presenza romana.
Ora, sotto i ruderi possenti, all’ombra, quasi, di blocchi di muraglia pericolanti, sono le capanne temporanee dei contadini: anch’essi assistono attoniti al passaggio, vestiti ancora, specie le donne, dei costumi tradizionali. Aspettano, anch’essi, non sanno bene che cosa; ma, da questa attesa alimentata da speranze confuse, viene un impegno per la Chiesa, per tutti noi; un impegno umano, ma che riceve un senso compiuto soltanto in Dio. Paolo VI ci ha tutti richiamati, con la Populorum progressio, a questa realtà, profonda eppure tanto semplice, tanto cristiana.
Queste impressioni urgono dentro di noi e ci chiariscono sempre meglio il significato pieno e il valore del pellegrinaggio di Paolo VI in nomine Domini. «Fratello che venite nel nome del Signore», diceva ieri sera, parlando in greco, il Patriarca Atenagora nella sua chiesa del Fanar, a Istanbul; e proseguiva: «Non io, ma il Signore ha detto che tutti siano uno».
Conoscere Cristo: questa è la via dell’unione fra i Cristiani, questo il messaggio ecumenico di due giornate intense, è l’unione dei Cristiani, a sua volta, è una tappa sulla via dell’unione degli uomini; dapprima, nel riconoscimento e nel rispetto dei valori naturali presenti in ognuno di noi e a tutti comuni; poi, con la luce della grazia, in una luce più piena.
Dopo la sosta sull’Ala Dag, presso la memoria pia della Vergine mediatrice, scendiamo di nuovo verso Efeso; e proseguiamo, nel ricordo di Giovanni evangelista, vivo sempre nelle rovine della basilica bizantina del colle sopra Selgiuk. La speranza ci accompagna nella corsa verso Smirne: il Papa richiama la Chiesa, tutti quanti sentono, nella Chiesa, la Chiesa, alla loro vocazione; anche i laici, dunque; e Dio voglia che tutti noi accogliamo questo messaggio che ci è rivolto nel nome di Cristo, di Pietro e di Paolo, all’inizio dell’Anno della Fede.
Nessuno sia in ritardo, come lo siamo noi che, ancora una volta, diretti a Smirne, corriamo a perdifiato per recuperare il contatto perduto.
L'Osservatore Romano, 24-25 luglio 2017.