giovedì 20 luglio 2017

Stati Uniti
L'Osservatore Romano
«Sono il pastore di una diocesi attraversata da muri e posti di blocco che separano le persone dai loro cari. Sono il vescovo di un gregge impaurito dall’apparire dei lampeggianti delle automobili della polizia nello specchietto retrovisore. Non voglio sostituire la politica con l’insegnamento della Chiesa, ma come pastore il mio dovere è quello del Vangelo di Gesù Cristo, e la Bibbia è chiara: “Trattate lo straniero che soggiorna fra di voi come se fosse uno nato tra voi”». Sono parole contenute nella lunga lettera pastorale scritta dal vescovo di El Paso (Texas), monsignor Mark Joseph Seitz, nella quale denuncia fra l’altro la “demonizzazione” dei migranti, la militarizzazione della frontiera e il sistema di gestione dell’immigrazione che «divide le famiglie».
Nella lettera, intitolata Sorrow and Mourning Flee Away (“Fuggiranno tristezza e pianto”) — da Isaia, 35, 10 — Seitz ribadisce che la sicurezza degli Stati Uniti non può essere utilizzata come un «pretesto per costruire muri e chiudere la porta a migranti e rifugiati». Per questo chiede ai cattolici di ascoltare gli insegnamenti della Chiesa per accogliere gli immigrati: «Dio ha creato un mondo dove c’è posto per tutti al banchetto della vita».
L’episcopato statunitense, in diverse occasioni, ha sottolineato la necessità di regolamentare il flusso migratorio e di offrire un’assistenza degna a quanti cercano di varcare il confine. Proprio lungo la linea che separa gli Stati Uniti dal Messico, ogni anno il vescovo di El Paso presiede una grande messa al di qua e al di là delle barriere, per rendere visibile l’ingiustizia dell’attuale situazione, fatta di muri, centri di detenzione e deportazioni anche di migranti che non hanno avuto alcun problema con la giustizia. Al riguardo, nella lettera il presule ha anche criticato il sistema che «permette ad alcuni di fermare gli esseri umani a scopo di lucro», mentre distrugge «l'impegno storico del paese per rifugiati e richiedenti asilo. Sono il padre spirituale di migliaia di agenti di frontiera — ha sottolineato monsignor Seitz — che mettono la loro vita in gioco per contrastare il traffico di droga e di armi. E molti di loro oggi, in coscienza, sono a disagio di fronte a una retorica politica che crea divisione e di fronte ai nuovi editti che arrivano da Washington». Per questo, il presule ritiene necessaria una riforma, che metta «l’unità delle famiglie al primo posto, ponendo fine alle deportazioni che oggi le dividono».
Nella lettera Seitz parla della sua vita quotidiana a contatto con i migranti, offre testimonianze per far riflettere sulla situazione che vivono le comunità di frontiera e le popolazione del Centroamerica in attesa del «viaggio della speranza». Il vescovo inoltre ricorda la visita di Papa Francesco, il 17 febbraio 2016, a Ciudad Juárez (città messicana confinante con El Paso) durante il suo viaggio apostolico in Messico, ma da allora le cose non sono cambiate: «I leader eletti non hanno ancora trovato il coraggio morale di mettere in atto una riforma dell’immigrazione permanente e completa» e i migranti continuano a pagarne il prezzo. La lettera si conclude con un richiamo all’unità: «Ogni anno, i fedeli di Ciudad Juárez, Las Cruces ed El Paso vengono a celebrare insieme la messa alla frontiera. Ci troviamo divisi da un muro o da un fiume, da un’economia di esclusione e dalle politiche di migrazione ingiuste, ma malgrado tutto ciò che ci divide questa celebrazione è un gioioso ricordo che l’eucaristia di Cristo costruisce la nuova umanità, portandoci insieme nella nuova Gerusalemme».
L'Osservatore Romano, 20-21 luglio 2017.