martedì 25 luglio 2017

(Fernando Millán Romeral) Il 26 luglio ricorrono settantacinque anni dalla morte del carmelitano olandese Tito Brandsma (1882-1942). Nella sua beatificazione Giovanni Paolo II mise in evidenza che la testimonianza del nuovo beato appare alla Chiesa e al mondo moderno come una prova che l’amore cristiano raggiunge perfino il nemico e vince il male. Così lo visse il carmelitano olandese, che mise in pratica questo comandamento supremo, perfino nei campi di concentramento, «organizzati secondo il programma del disprezzo dell’uomo, secondo il programma dell’odio».
Tito Brandsma è una figura poliedrica: uomo molto attivo, culturalmente inquieto, un po’ eclettico, conciliatore in situazioni difficili, ma del tutto saldo nelle proprie convinzioni, profondamente inserito nel mondo del suo tempo, attivo nel campo della comunicazione, nella docenza, nell’impegno politico e al tempo stesso uomo d’intensa vita interiore. Sacerdote carmelitano, giornalista, professore di filosofia e di storia della mistica all’università cattolica di Nimega, di cui divenne rettore nel 1932, interessato al dialogo ecumenico. Fu investito di importanti responsabilità nella Chiesa e rappresentò l’episcopato olandese in varie missioni decisive, inclusa quella che gli costerà l’arresto. La lunga lista di occupazioni e di incarichi fa della biografia di padre Tito una delle più appassionanti del XX secolo. In ogni momento, inoltre, egli fu uomo di preghiera e d’intensa vita spirituale, come seppe dimostrare nei momenti cruciali della prigionia, tanto che alcuni studiosi della sua vita lo considerano un vero mistico.
Tito Brandsma morì il 26 luglio 1942 nel campo di concentramento di Dachau per un’iniezione di acido fenico. Alcuni mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, era stato arrestato a causa dell’impegnativa missione svolta a nome dell’episcopato olandese con i direttori dei periodici e delle pubblicazioni cattoliche. I vescovi olandesi, guidati da monsignor De Jong, rifiutavano di accettare l’imposizione degli ordini razzisti e antisemiti alla stampa cattolica, abbastanza forte in Olanda, nonostante la grande maggioranza della popolazione fosse protestante. Tito Brandsma dal 1935 era stato Assistente ecclesiastico dell’Unione dei giornalisti cattolici e conosceva bene il mondo del giornalismo. La sua fedeltà cristiana fu eroica: in quel preciso momento storico egli era ben consapevole che la Chiesa gli chiedeva proprio quel servizio. Allo stesso tempo, il suo impegno morale, come giornalista e teorico del giornalismo, resta ancor oggi un punto di riferimento in tempi come il nostro, in cui il mondo dei mezzi di comunicazione è spesso soggetto a minacce di manipolazione da parte di gruppi di potere, segnato da comportamenti che violano il codice deontologico, e pesantemente condizionato da strumenti di pressione che ne limitano la libertà di espressione.
D’altra parte lo scontro di padre Tito con il governo di occupazione non si era limitato all’ambito della stampa. In precedenza infatti aveva già disobbedito ad alcuni ordini imposti in campo scolastico, quando aveva rifiutato che i collegi cattolici attuassero le misure contro i bambini di origine ebraica. Benché non lavorasse direttamente nel campo dell’istruzione, Brandsma parecchi anni prima aveva fondato vari collegi carmelitani, per cui era stato nominato direttore dell’Unione delle scuole cattoliche, incarico che mantenne per molti anni. Per questo la sua voce e la sua opinione erano tenute in gran conto dagli insegnanti cattolici.
Il serrato confronto giunse al culmine quando Brandsma, ormai prigioniero, di salute malferma e con le forze assai indebolite, venne interrogato dal sergente giudiziale Hardegen, il quale gli propose una specie di arresto mitigato in qualche convento carmelitano tedesco: il religioso rifiutò. Hardegen gli chiese allora di scrivere un breve saggio sul perché i cattolici olandesi si opponevano al nazionalsocialismo. Brandsma scrisse così alcune pagine nelle quali sviluppò argomentazioni molto suggestive. Quelle note terminavano con una benedizione che dice molto del suo carattere ecumenico e pacificatore: «Dio salvi l’Olanda! Dio salvi la Germania! Speriamo che Dio conceda a questi due popoli di tornare a camminare in pace e nella libertà e di riconoscere la sua Gloria per il bene di queste due nazioni così vicine».
Brandsma scrisse la propria riflessione senza nessun sussidio bibliografico. Certamente, aveva ben presenti le lezioni di filosofia e di storia della mistica e, inoltre, aveva alle spalle tanti anni d’insegnamento. Già nel 1935, quando in Germania cominciarono a essere promulgate le prime leggi antisemite, Brandsma aveva collaborato con un gruppo di colleghi e intellettuali a un volume intitolato Sul trattamento imposto agli ebrei in Germania. Il suo lavoro, ben riuscito, univa da una parte una profonda analisi filosofica dell’ideologia nazista, basata su una particolare interpretazione di Friedrich Nietzsche e Max Stirner, e dall’altra il concreto impegno che la società avrebbe dovuto assumere nei confronti di questa forma di pensiero. Il giovane professore smontava, a partire da una prospettiva di umanesimo cristiano, la fragile impalcatura intellettuale della nuova ideologia. Padre Tito intitolò il suo lavoro L’inganno della debolezza facendo così riferimento all’ideologia fascista secondo cui la legge si deve basare sul dominio, sulla forza, sull’oppressione di coloro che pensano in maniera differente, e che l’amore e l’umiltà sono invenzioni giudeo-cristiane che degradano il superuomo che nasce dal regime nazionalsocialista.
Ancor prima, nel 1932, nel discorso pronunciato al momento dell’investitura come rettore magnifico dell’università cattolica di Nimega, aveva già rilevato che l’uomo del XX secolo, decisamente avanti nei campi della scienza e della tecnica, si andava però allontanando da Dio. Ciò avrebbe potuto portarlo verso un pericoloso neopaganesimo, che avrebbe messo sul trono la patria, la razza, il progresso, la guerra o qualsiasi altro idolo. Il discorso, in quel momento, non fu preso in gran considerazione da alcuni colleghi, che lo ritennero debole, ma fu davvero premonitore. Sarebbe interessante paragonarlo con quello pronunciato da Martin Heidegger l’anno successivo, quando divenne rettore a Friburgo in Brisgovia: un discorso di levatura intellettuale assai maggiore, ma di prospettive molto meno elevate.
Anche nel celebre discorso pronunciato nella Bergkerk di Deventer, o nell’omelia in onore di san Bonifacio, tra molti altri, Tito denunciò sempre il neopaganesimo della violenza, del razzismo e della guerra. In particolare l’omelia fu accolta assai male dagli ambienti filonazisti, dato che elogiava la figura di Bonifacio, il monaco di origine inglese evangelizzatore della Germania, a discapito delle tribù germaniche idealizzate e mistificate dall’inconscio nazista.
Brandsma, tuttavia, non fu solamente l’intellettuale impegnato nella resistenza al nazismo o un personaggio importante della cultura ecclesiastica olandese del periodo tra le due guerre. Egli fu, soprattutto, un sacerdote, un religioso convinto della propria vocazione e del proprio dovere in ogni momento. Nacque in una famiglia cattolica — vari fratelli divennero religiosi — e rifletté molto sulla propria vocazione, decidendosi per il Carmelo, affascinato dal suo spirito di orazione. Da giovane, in varie occasioni, cercò di partire per le missioni che la provincia carmelitana olandese stava creando in Indonesia, ma non gli fu permesso a causa della salute malferma. Questa debolezza provocò anche un ritardo di alcuni mesi nella conclusione degli studi a Roma (1906-1909) dove entrò in contatto con le nuove correnti sorte tra gli intellettuali sotto l’impulso della Rerum novarum. Lo segnò poi profondamente anche il viaggio negli Stati Uniti, nel 1935, durante il quale conobbe i nuovi mezzi di comunicazione, assai avanzati e influenti in quel paese.
Da giovane si era sentito fortemente attratto dalla spiritualità di Teresa di Gesù e per anni cercò di scrivere una biografia della santa di Ávila, ma le moltissime occupazioni di ogni genere glielo impedirono sempre. Nel carcere di Scheveningen, una delle prigioni per le quali passò prima di giungere a Dachau, mise mano all’opera e iniziò a scrivere la vita di santa Teresa. Per fare ciò poteva contare — oltre che su tutta l’erudizione accumulata in anni di studio — solo sull’opera Dottoressa mistica di Kwakman, uno dei due libri che gli avevano permesso di portare con sé. Arrivò a scrivere più di trecento pagine. Le prime sono scritte su fogli normali, con l’intestazione del carcere, sui quali c’erano alcune norme sulla corrispondenza dei prigionieri: a un certo punto, però, sembra che la carta gli venisse negata, per cui continuò a scrivere tra le linee di un altro libro, Vita di Gesù di Cyriel Verschaeve, poi recuperato al termine della guerra e ancora conservato come una reliquia dai carmelitani olandesi. La calligrafia, ferma e chiara nei primi capitoli, si fa incerta con lo scorrere delle pagine.
Nel 1946, terminata la guerra, e quattro anni dopo la sua morte, la biografia della santa, completata in piccola misura e pubblicata da un altro carmelitano olandese, padre Meijer, suscitò una grande impressione in Olanda.
Scheveningen, Amersfoort, Kleve e Dachau: il carmelitano passò per queste carceri e centri di detenzione, fino a giungere in quello che era stato il primo campo di concentramento aperto nella Germania nazista vari anni prima dell’inizio della guerra. In ognuno di essi lasciò una traccia di umanità e simpatia.
Nel 1985 Tito Brandsma veniva beatificato a Roma da Giovanni Paolo II. Nel processo di beatificazione fu decisiva la testimonianza dell’infermiera tedesca che giusto settantacinque anni fa gli praticò l’iniezione di acido fenico nell’infermeria di Dachau. Nella testimonianza ella raccontò che Tito aveva avuto con lei una breve conversazione che la impressionò molto: le fece dono perfino — benché gli avesse detto di non essere credente — di un vecchio rosario fatto di bottoni e piccoli pezzetti di legno, forse regalatogli alcuni mesi prima da un prigioniero italiano. Fu quello il momento culminante di un’intera vita caratterizzata da un generoso impegno.
Da allora fino a oggi, la figura del Beato Tito Brandsma ha ispirato molte iniziative: gruppi di preghiera, biblioteche popolari, cattedre universitarie, un premio consegnato annualmente dall’Unione internazionale dei giornalisti cattolici a chi si è distinto nella lotta per la libertà di opinione, opere letterarie. Nel 1988 è stato girato il film Le due Croci che ha per protagonista Tito Brandsma che lotta ogni giorno per la difesa della libertà di stampa. Alcuni anni fa a Nimega è stato inaugurato il Titus Brandsma Memorial.
L'Osservatore Romano, 25-26 luglio 2017.