lunedì 31 luglio 2017

La Stampa
(Linda Laura Sabbadini) Donne migranti invisibili, eppure I flussi migratori femminili sono notevoli in tutte le parti del mondo. Quando si parla di migrazioni si continua a pensare a uomini, che vengono raggiunti in un secondo momento dalle loro mogli. Ma non c' è immagine più vecchia e stereotipata. Diceva Virginia Woolf: «Io in quanto donna non ho patria. In quanto donna non voglio una patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero». Ma alle donne si riconosce poco il ruolo svolto nelle migrazioni come attrici sociali di primo piano, come cittadine del mondo. Eppure lo hanno svolto fin dagli Anni 70. Allora si trattava di donne dell' Asia Sud Orientale, verso il Medio e l' Estremo Oriente; di donne dell' Est europeo verso l' Europa Occidentale; di donne dall' America Centrale e Meridionale verso gli Stati Uniti; di donne Africane verso l' Europa, basta pensare all' arrivo delle eritree e etiopi in Italia. Secondo l' Onu il numero di persone che vive in un posto diverso dal luogo di nascita è pari a 243 milioni nel mondo, ma lo sapete quante sono le donne? Il 48%. Una presenza paritaria. In Italia abbiamo superato i 5 milioni di persone che non hanno cittadinanza italiana e risiedono in Italia e ormai le donne sono più del 52% del totale. Le donne sono maggioranza tra romeni, ucraini, moldavi e polacchi, più o meno la metà tra gli albanesi, i cinesi, il 45% tra i marocchini. Arrivano sempre più donne da sole che vogliono trovare lavoro e richiamare la famiglia lasciata in patria, donne di famiglie spezzate, famiglie transnazionali come le filippine, le ucraine, o le latinoamericane, donne più forti di quanto ci possiamo immaginare, che richiamano la famiglia una volta trovato un adeguato lavoro. I modelli migratori sono i più diversi. Donne «apripista» per la loro famiglia, come le filippine, le ucraine, spesso le peruviane, donne richiedenti asilo e rifugiate, soprattutto in crescita per l' instabilità di zone come il Medio Oriente e l' Africa che arrivano a volte anche con i loro bambini, rischiando violenza sessuale, tratta e morte; donne che migrano con i loro mariti come le cinesi e donne che si ricongiungono ai loro mariti dall' Africa del Nord o dal Pakistan. Queste donne, emigrando, fanno una esperienza che ridefinisce il loro ruolo di donne in tutta la società, sia quella di partenza sia di arrivo. Queste donne non sono arretrate, sottomesse e retrograde come la narrazione stereotipata ci presenta. Fateci caso, non si fa che parlare di velo. Ma le donne musulmane in Italia sono solo il 20% del totale delle donne non italiane. Il 64% delle donne è cristiana, le musulmane sono fondamentalmente albanesi e marocchine, eppure sembra che il velo ci seppellirà. Le donne migranti lavorano nel nostro Paese quasi nella metà dei casi, il tasso di occupazione è nel I trimestre 2017 al 49,3%, un milione 62 mila occupate, 228 mila disoccupate. La maggior parte delle lavoratrici sono diplomate o laureate. Lavorano più certe comunità di altre; di meno le marocchine e albanesi, anche per motivi culturali, di più le filippine, le romene, le cinesi , le ucraine, che presentano i tassi di occupazione femminili più alti. Le donne hanno subito la crisi meno degli uomini, per il prezioso lavoro svolto soprattutto nei servizi alle famiglie per anziani e disabili. Le donne migranti sono soggetti fondamentali dell' integrazione sociale dei migranti. Sono loro a tenere insieme mondi diversi. Ricuciono, tessono, come le altre donne e soprattutto progettano. Non sottovalutiamolo. Sono loro che mediano e sono anche più desiderose di integrarsi. Sono loro il ponte tra le diverse culture e ci tengono al futuro dei loro figli. Respirano un' aria di libertà che prima in molti casi non avevano e questo favorisce in loro l' innestarsi di processi di libertà. Pensate alle giovanissime che sempre più frequentemente si ribellano a veti incomprensibili. Quanto più riusciremo a dialogare con loro nel reciproco rispetto, tanto più accelereremo i processi di integrazione arricchendo la nostra società del bello delle diversità.