sabato 29 luglio 2017

Huffington Post
(Antonella Napoli) Quattro anni fa, nel 2013, il 29 luglio veniva rapito padre Paolo Dall'Oglio. Come lo scorso anno, e quelli precedenti, il dolore e la rabbia per la sua scomparsa e il silenzio che hanno avvolto la sua sorte in questo giorno sono forti più che mai. Quando nel giugno del 2016 uno jihadista pentito, che sembrava attendibile, aveva dichiarato di essere in possesso di un video con immagini che provavano fosse vivo, avevo davvero sperato ci fosse un fondamento di verità. Ma non sono mai arrivati riscontri che lo confermassero. Non era la prima volta, né sarà l'ultima. Notizie   di   avvistamenti,   di   fotografie   e   immagini   del   luogo   in   cui   sarebbe   prigioniero   e testimonianze di "passaggi di consegna" da un gruppo di ribelli all'altro, da una città siriana all'altra, si sono rincorse sin dai primi giorni da quel 29 luglio quando  Abuna  Paolo, così come lo chiamava il popolo siriano, sparì nel nulla a Raqqa. Padre Paolo si era recato nella cittadina proclamata "capitale" siriana dello stato islamico per prendere parte, il 28 luglio, a un raduno promosso da studenti locali. Fin qui le notizie ufficiali. A quanto si è poi appreso il giorno dopo era stato accompagnato, non si sa se volontariamente o meno, nel quartier generale dell'Isis. Da quel momento scompare. Lo avevo visto l'ultima volta due mesi prima, a Milano, dove era ospite di un incontro sulla Siria promosso da  Popoli , mensile internazionale dei Gesuiti di cui faceva parte. Era stato espulso dal paese che tanto amava, nel giugno del 2012, dopo 30 anni in cui si era impegnato a costruire, favorire il dialogo inter-religioso. E non solo. Non aveva esitato a rivolgere dure critiche al presidente Bashar al Assad quando erano scoppiati i primi disordini nel 2011, sull'onda della primavera araba che aveva investito il Medioriente e alcuni paesi nordafricani, repressi con la violenza. E proprio il contrasto alla feroce azione militare ordinata dal regime nei confronti dei dissidenti hanno portato alla sua espulsione dalla Siria. Nonostante volesse disperatamente tornare a Mar Musa, non si era "zittito" né dato per vinto. Da Roma ha continuato a impegnarsi per la Siria, fino ad avvicinarsi alla galassia delle brigate ribelli per tentare una mediazione che potesse portare alla pace. Ricordo la passione con cui mi parlava della Siria e della sua gente. Per quanto era intenso sentivo mio il dolore che provava per le sofferenze che pativa questo popolo. Durante un'audizione in Senato, contesto che ci permise di stare a lungo insieme, descrisse la Siria come: "Nostro vicino di casa, visto che come noi si affaccia sul Mediterraneo e condivideva le stesse radici culturali". E verso i vicini di  casa, aveva  esortato  i senatori  accorsi  ad ascoltarlo:  "Si  hanno doveri più importanti".  In quell'occasione padre Paolo aveva raccontato come, dal 1982 si era impegnato nel restauro del monastero del VI secolo che negli anni '90 era diventato un centro di vita spirituale dedito a promuovere l'armonia islamo-cristiana, anche attraverso la mobilitazione di obiettivi come la lotta alla desertificazione, l'emergenza della società civile e la collaborazione di tutte le componenti culturali e religiose locali. Aveva anche parlato del "Cammino di Abramo" a cui negli anni 2000 si era dedicato promuovendo i diritti dell'uomo e la democrazia. Parlava di queste esperienze con una luce vivida negli occhi e ricordo che il suo sguardo si rabbuiò solo quando aveva iniziato a raccontare delle difficoltà riscontrate dal momento che il parco regionale che ospitava il centro di Mar Musa era stato chiuso e il dialogo era stato proibito. La rottura con il governo siriano si consumò nel marzo 2011, quando il suo permesso di residenza fu revocato e nel novembre successivo fu chiesta la sua espulsione, eseguita sette mesi dopo. Quell'audizione fu una delle ultime occasioni in cui padre Paolo poté manifestare con forza, di fronte a un pubblico "istituzionale", la sua posizione sul regime di Assad. Trovo giusto, in questo giorno di dolore e rabbia, condividere con voi integralmente quel suo pensiero, una profezia che quattro anni dopo è pienamente compiuta come il disastro siriano di fronte ai nostri occhi conferma. Disastro che forse poteva essere meno devastante se le parole di Abuna  Paolo, e di altri che come lui avevano avvertito di quanto stesse avvenendo nel paese, non fossero rimaste inascoltate.