martedì 25 luglio 2017

Italia
No mercanti no tempio. Intervista a Vito Mancuso
Fq Millennium
(a cura di Antonello Caporale) Un non allineato. Teologo, sacerdote in gioventù, discepolo di Carlo Maria Martini che lo ordinò nel 1976 quando aveva 24 anni e lo mandò per due anni a Napoli a perfezionarsi in teologia con Bruno Forte. Víto Mancuso esprime il pensiero non ortodosso e mai obbediente alle gerarchie ecclesiastiche. I distinguo sull'etica praticata e sul dogma ne hanno fatto uno studioso originale, uno scrittore molto letto e dibattuto, anche contestato, ma mai eccentrico. Mancuso è così divenuto il teorico del pensiero difforme. Lasciata la tònaca, ma non gli studi di teologia, che conclude con il più alto grado conseguito col massimo dei voti e con la lode, si sposa (nella parrocchia milanese di Santa Maria al Suffragio) con Jadranka Korlat, ingegnere civile.
Ha due figli, Stefano e Caterina. Oggi vive a Bologna e il suo attico, tutto vestito di bianco, geometrico nello sviluppo delle firme ed essenziale nei dettagli, si apre ai tetti della città. Mancuso, figlio di siciliani emigrati in Lombardia, ha vissuto da terrone gli anni dell'adolescenza. «Ricordo che in quarta ginnasio la professoressa di italiano ci diede da svolgere un tema. Ritirò e lesse cinque compiti, tra i quali il mio. Ai miei compagni non disse nulla mentre a me, scrutando il mio nome e soprattutto il mio cognome, fece questa considerazione: sicuro che sia tutta farina del tuo sacco? Ero siciliano, avrei potuto mai eccellere? Ho sentito forte il peso dell'emarginazione, di una cultura che ti faceva ospite e al tempo stesso ti teneva a bada. Perciò considero un valore fondante la mia identità e non tralascio mai di
ricordare che — vero — sono nato a Carate Brianza ma in Sicilia ho le mie radici, quel che si chiama la connessione sentimentale».
Esiste un tempio senza mercanti?
Non c'è spirito senza corpo. La memoria ci aiuta, la storia insegna. A proposito di tempio torniamo a ciò che scriveva Plutarco nella lettera a Colote: «Potrai girare il mondo intero, incontrare luoghi senza mare e luoghi senza monti. Ma non troverai mai una città senza tempio».Cos'è il tempio? Il luogo geografico dove l'idealità trova un punto di accordo. Dove lo spirito sazia la sua sete e l'anima ambisce all'eternità. È un processo, un divenire. L'uomo anela, cerca e perciò prega. Ma se dunque è vero che non esiste città senza tempio, è certo che non troveremo mai una città senza piazza. E cos'è la piazza se non il luogo eletto per vendere e comprare? È il centro di caduta dove vengono soddisfatti i bisogni del nostro corpo.
Pensavamo che non ci si dovesse arrendere  ai  mercanti.
Lei crede alla società dei puri, dei perfetti? A una giustizia assoluta ed equilibrata, a un amore condiviso e totale, a un'etica praticata dalle moltitudini? Come vedrà, quando parleremo di Chiesa casta meretrix potremo appurare che non ha mai pensato di organizzare solo santi e devoti, non ha mai creduto che dentro di essa non sbucassero peccatori di varia stazza. 
Il peccato è l'ombra immanente che ci insegue  e  insieme  ci  allarma. La corruzione è dentro di noi. Altro che paradiso...
Guardi che i mercanti nel tempio sono una coniugazione strutturale, un'esigenza umana, una condizione permanente della nostra vita. Non c'è Lourdes senza mercatino delle chincaglierie e dei rosari. Non c'è spiazzo antistante la chiesa senza che qualcuno tenti di vendere e qualche altro di comprare. E non c'è fede religiosa che sia priva di questa caratteristica. Provi a ricordare i templi greci,  egizi, romani. Troverà sempre mercanti. E il tempio ebraico? L'ebraismo ha sempre dovuto fare i conti con la diaspora e i cambiavalute erano necessari per i fedeli che provenivano da altre terre: chi da nord, dall'odierno Libano, chi da est, la Siria, chi da sud, l'Egitto. Ed erano mercanti coloro che vendevano la colomba, l'agnello, la tortora.
Ma allora perché parliamo di degenerazione? Perché  identifichiamo  la  chiesa  con un  grande  e  mollaccioso  corpo burocratico,  gerarchie  che  trasmettono  potere  e  non  carità, soldi  e  non  preghiere?  E  il  regno  dei cieli,  in  tutto questo, che fine ha fatto?
Dunque, prendiamo il Vangelo secondo Matteo. Ricorda la parabola della zizzania? «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al campo e se ne andò».
Quindi?
Quindi la Chiesa indica la strada della salvezza, ci incita a seguirla, ci dice che ce la faremo ma non nasconde di quale pasta sia fatto l'uomo. Esiste al fondo l'ottimismo della volontà, e la certezza che si può migliorare.
Ah, i piccoli passi. Il male c'è, la corruzione  c'è,  e  la  chiesa  può  solo  contenere  il  degrado che  nasce  dentro  la società  e sviluppa  i  suoi  artigli  anche nel  suo seno. Basta capirsi  che  il  paradiso  può  attendere.
La Chiesa è luogo della castità e insieme del meretricio. L' ossimoro lo dobbiamo a sant'Ambrogio. Sant'Ambrogio volle applicare alla chiesa  la  simbologia  di  Rahab,  la prostituta  di Gerico  che  nel  libro  di Giosuè ospitò  e  salvò  nella  propria  casa  gli israeliti  in  pericolo  di  vita. È il quadro doppio della realtà, lo specchio della nostra natura e condizione, l'ossimoro appunto di una Chiesa che è santa ma contiene in sé anche il peccato: santa e peccatrice. E al fondo questa è la grande natura delle religioni. Altrimenti c'è dall'altra parte Nietzsche e la grande provocazione del superuomo.
Dell'uomo superlativo e assoluto.
Poi tenti di trovare il bene che in qualche modo il male libera. Senza gli scandali che affliggevano la Chiesa papa Ratzinger non si sarebbe mai dimesso. E senza le sue dimissioni non avremmo avuto papa Francesco: molto più di rottura, antagonista, francescano, annunciatore del la Chiesa dei poveri, degli ultimi, di un a porta che si apre al popolo e un tetto che dà rifugio e ristoro ai deboli, che parla la voce della verità, ammette le sue colpe e dichiara di voler combattere le sopraffazioni, il potere dei pochi, la dittatura della finanza.
Malgrado i suoi sforzi la chiesa resiste al cambiamento nelle gerarchie, non si scioglie il grumo di comando, non  sembra  appannarsi la quantità di  vizi che la  assilla e  alcune  volte  la  pervade  fin dentro  la sua  anima.
Bergoglio sta incontrando più difficoltà di quello che pensava. Magari le resistenze sono più forti di quanto fosse plausibile ritenere, ed è anche probabile che la sua autorità venga percepita in un modo più affievolito da questo grande mondo di mezzo che è la gerarchia ecclesiastica. In questo caso misuriamo la distanza tra l'apparenza e la realtà. Ciò che appare e ciò che è. La realtà è più dura di quanto potessimo credere, e il bene è più lontano di quanto potessimo augurarci. Certo, può deluderla il sogno infranto di una società di perfetti e di puri, al quale però io non credo. Né credo
che esisterà mai.
Scusi se insisto, ma  il  paradiso?
Il Paradiso è il luogo dove il tempo e lo spazio vengono purificati. Ma noi stiamo parlando della società terrena che, come diceva Mandeville nella favola delle api, fondamentalmente ipocrita. Si presenta virtuosa nascondendo sotto il tappeto i suoi vizi.
Ma se la fede si distende su un terreno così approssimato e vizioso, e la politica resta rinsecchita nella propria mediocrità, senza ideali a cui chiamare la gente, senza forza viva, senza capacità di progettare una società in cui il benessere e le libertà abbiano dimensioni più cospicue di quelle di oggi, non abbiamo null'altro compito che disperare.
L'età delle idealità politiche non è stata mai più viva di quella che abbiamo conosciuto tra il 1789 e il 1989, cioè dalla rivoluzione francese alla caduta del muro di Berlino. Si dice, a ragione, che le religioni fomentino guerre, siano la culla di esasperazioni, estremizzazioni e fanatismi che poi hanno lo sbocco drammatico in conflitti, nel terrore, nella morte violenta, nella contrapposizione armata, nel fanatismo e nella sua dimensione guerresca, il terrorismo. Converrà che gli ultimi due secoli sono stati quelli meno monopolizzati dalle culture religiose e anzi più sollecitati a uno sforzo di riscatto civile. Abbiamo conosciuto la lotta sincera perl'edificazione di una società di eguali. Però le guerre non sono scomparse e anzi... Abbiamo raccontato la più formidabile capacità distruttiva dell'uomo, l'Europa ha patito lo sterminio nazista, il mondo ha conosciuto la furia annientatrice della bomba atomica, il martirio di Hiroshima, le deportazioni degli ebrei, l'Olocausto e ogni altra disperata notazione di quanto il Male si sia avvicinato all'Assoluto. Questo basta per farci venire qualche dubbio sulla considerazione più ovvia, più conosciuta e anche più banale: le guerre di religione.
La fede aiuta a immaginare un mondo migliore ma non a edificarlo. La fede religiosa, ma vale anche per la fede politica...
Vorrei essere chiaro e mi spiacerebbe che il mio fosse scambiato per un pensiero cinico e rassegnato. Dobbiamo però dirci la verità: ciascuno di noi ha dentro di sé
un tempio e i suoi mercanti. E poi faccio anche notare che le più grandi e cono sciute idealità politiche hanno una radice nella cristianità. Scusi maliberté, egalité e fraternité trovano i propri avi nella Chiesa cattolica. Cosa c'è di più vicino ad essa come idea fondante, come spirito costituente?
Seguendo il suo ragionamento siamo nel campo dei sogni infranti.
L'ultima eresia è proprio quella di sinistra. È la promessa di un mondo migliore. Lei direbbe dei puri e dei perfetti. Un mondo dove la libertà e l'eguaglianza e la fratellanza siano riconosciuti come pilastri centrali. Un mondo senza oppressi, senza schiavi.
La solita sinistra illusionista.
Be', la destra guarda alla natura umana promuovendo il valore delle sue imperfezioni. Apparirà strano, ma essere di destra ha bisogno di molta meno fede. La diseguaglianza è considerata un elemento strutturale e immodificabile, il valore etico del censo e del profitto pure. La destra accetta l'asimmetria e ne fa regola, la diseguaglianza diviene virtù, il mondo di diversi, nel senso di differenti condizioni economiche e civili, quasi una banalità. La destra contempla il ricco e il povero, i forti e i deboli, mica ha in mente di combattere queste condizioni date. Non gli passa per la mente di affrontare il tema dei valori inversi. Si accontenta di limarne i contorni più meschini e drammatici, di alleggerire le forme più acute e degeneri. La destra ha obiettivi molto più modesti e, anche se sembra strano perché il fanatismo è un elemento storico delle devianze delle destre mondiali, ha bisogno di molta meno energia ideale di quanto non serva alla sinistra. I suoi filosofi di riferimento sono Hobbes e Hegel.
Se non abbiamo la fede religiosa ci nutriamo di quella politica. Se ci viene meno anche la fede politica, ci procuriamo il tifo per soddisfare il nostro bisogno di assoluto. Abbiamo bisogno dell'obbedienza a qualcuno piuttosto che della libertà?
Non è affatto peregrina questa considerazione. Non amiamo la schiavitù ma nemmeno aneliamo alla via stretta della libertà. Nell'uomo esiste una tendenza radicata a fare gruppo (famiglia, tribù, clan). E il bisogno della natura umana è avere un idolo, sfilare in suo onore. Sono dimensioni quasi liturgiche. La grande sfilata ai tempi del fascismo in onore del duce, o quelle comuniste nella piazza Rossa di Mosca. Più modestamente, la ola negli stadi per acclamare il nostro campione non risponde all'esigenza di far parte di una squadra, di un gruppo e di andare dove gli altri vanno, piegarci come si piegano gli altri, cantare quando tutti cantano? Più della libertà abbiamo bisogno di essere integrati. In effetti non amiamo la libertà, abbiamo bisogno di seguire un leader.
La fede è la via maestra che conduce all'obbedienza?
Prendo un passaggio dalla lettera ai romani dell'apostolo Paolo. «Ciascuno sia sottomesso all'autorità costituita. Chi si oppone all'autorità si oppone a Dio. Il compito del buon cristiano è obbedire a Dio».
Storicamente la chiesa è baluardo o stampella dei ceti governanti, del potere costituito. Le case dei grandi dittatori dell'America latina sono piene di crocifissi e madonne misericordiose. Anche noi non ci facciamo mancare nulla, in Italia non c'è grande mafioso che non abbia una croce o il santino inchiodato alla parete di casa.
La Chiesa nella sua storia risulta deferente verso ogni potere costituito.
In Italia ci sono aree in cui l'anti stato è al governo. E nel mondo governi di natura spiccatamente di destra hanno goduto dell'appoggio delle gerarchie ecclesiastiche.Tutto vero, come altrettanto certa è altrove la presenza della Chiesa a fianco degli sfruttati. Nel cristianesimo trova linfa il pensiero di sinistra, ma al con tempo guardano con speranza — abbiamo appena ricordato il passaggio dell'apostolo Paolo — coloro che nella conservazione, nel cardine della lealtà e dell'obbedienza, sviluppano il criterio dell'ordine sociale.
Autorità costituita, dunque. E sottomissione. Nella bibbia la pagina più nota è il sacrificio di abramo. Dio chiede ad Abramo di uccidere il piccolo Isacco. E Abramo obbedisce in virtù della fede. La violenza è il frutto indiscutibile e necessario di ogni religione?
Esistono oggi e sono esistite ieri le guerre di religione. Il presente e il passato lo testimoniano in modo inoppugnabile, potremmo fare mille esempi. Vuole che rammenti un passo dell'Apocalisse? un chiaro appello alla ribellione contro la dominazione romana (si parla di Babilonia, ma si pensa a Roma) quello presente nell'ultimo libro del Nuovo Testamento: «Ripagatela con la sua stessa moneta, retribuitela con il doppio dei suoi misfatti. Versate la doppia misura nella coppa in cui beveva».
I mercanti sono necessari al tempio, le guerre sono necessarie alla fede, qualunque fede.
Le ripeto: il Novecento è stato il secolo meno pervaso dalla fede religiosa e il più violento che si ricordi. Anche qui che risposte abbiamo?
Che l'uomo è solo gregge.
Anzitutto gregge, sì. Era Pitagora che diceva: «Non andare per la via maestra». La libertà è la scelta di seguire la via stretta, e un po' di andare contro la natura umana che è mimetica. Ricordiamo sempre però che il senso della religione è il centro del mondo, non è il mondo. Non dobbiamo essere schiacciati dalla realtà.
Altrimenti ci viene lo sconforto.
Ecco, lo sconforto.