giovedì 27 luglio 2017

(Pietro Del Re) Giovanni Dall'Oglio, volontario dell' ong Cuamm: "Mi avvertì che stava per affrontare una missione pericolosa" - "Quando penso a Paolo mi viene voglia di abbracciarlo, di offrirgli una spalla su cui appoggiarsi, di poter curare le sue ferite se è stato torturato», dice Giovanni Dall'Oglio, fratello minore del religioso gesuita rapito dai jihadisti quattro anni fa a Raqqa. Anche la vita di Giovanni è animata da una vocazione, sia pure laica la sua, perché lavora come umanitario dell' ong "Medici con l' Africa Cuamm" nel Sud Sudan funestato dalla carestia e dai massacri etnici. Sulla sorte di suo fratello continua a dirsi ottimista: «Sono certo che gode della grazia di nostro Signore a cui si è abbandonato quando scelse la sua strada, che è quella di donare la sua vita agli altri». Continua quindi a credere in una sua possibile liberazione? «Sì, perché ufficialmente lui ancora risulta come "assente", e poi perché non sappiamo in che mani sia finito. Potrebbe anche essere stato rivenduto da chi l' ha rapito alle forze del presidente siriano Bashar al Assad, del quale aveva denunciato gli orrendi crimini contro i civili sia all' Onu sia in Vaticano, e che l' aveva espulso dalla Siria. Infine, per chiunque lo tenga prigioniero, Paolo è un ostaggio prezioso da usare come ultimo lasciapassare per salvarsi la pelle». Non teme che da due anni e mezzo Raqqa è governata dallo Stato islamico? «No, perché Paolo è un uomo saggio che ha lungamente studiato il Corano, che è innamorato dell' Islam e che parla un arabo perfetto. Per me è ancora vivo ». In questi anni è mai stato contattato da persone che promettevano notizie su Paolo, poi rivelatesi infondate? «Sì, ogni tanto c' è qualcuno che si fa vivo, che magari chiede soldi per vendere informazioni che non sono suffragate da nulla. Le autorità italiane ci dicono invece che non ci sono né prove di vita né prove di morte. Per il resto, abbiamo sempre ricevuto un forte sostegno dallo Stato e siamo stati ricevuti sia dal presidente Mattarella sia dal Papa». Siete otto fratelli, Paolo è il quartogenito, e ha due anni e mezzo più di lei e del suo gemello Pietro. Che fratello è stato? «Mi è stato sempre vicino nei momenti in cui ero in difficoltà, sempre pronto a darmi una mano. Da ragazzo lo chiamavano "Orango" perché era bravissimo ad arrampicarsi sugli alberi. Ma durante un campo scout un suo caro amico cadde dall' albero su cui erano saliti assieme e morì. Sicuramente quell' esperienza l' ha molto segnato. Quando aveva 15 anni decise che voleva fare l' esperienza dell' operaio, e trascorse i due mesi di vacanze estivi nei cantieri navali di Fiumicino. Mio padre ne fu orgoglioso. Nel 1975, con mio fratello Pietro l' accompagnammo alla Casa dei Novizi Gesuiti di Frascati dove fece quel passo di cui poi è stato orgoglioso per tutta la vita. Ricordo come fosse ieri l' abbraccio commosso con cui ci siamo salutati. Nostro padre è morto un anno e mezzo fa, e l' assenza di Paolo alle sue esequie è pesata su tutti noi come un macigno». L' aveva avvertita della pericolosità della sua missione a Raqqa? «Mi disse soltanto che voleva vedermi per abbracciarmi prima di fare una cosa impegnativa. Ma io non potei salutarlo perché ero già in Sud Sudan, in prima linea con il Cuamm ad aiutare gli ultimi del mondo. In questo mi sono sempre sentito in assonanza con mio fratello, e sui nostri rispettivi impegni spesso ci scrivevamo. Mi disse che sarebbe andato a fare una missione importante a Raqqua, ma io non avevo capito quanto fosse rischiosa. So anche che mio fratello non avrebbe potuto rinunciare a quel che ha fatto, ossia cercare di salvare i religiosi rapiti, perché avrebbe tradito la sua missione. Com' è scritto nel vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici"».