lunedì 31 luglio 2017

Italia
La missione della Compagnia. Intervista al generale dei gesuiti
L'Osservatore Romano
Come vede la situazione in Venezuela?
Nonostante tutto ho uno sguardo ottimista, anche se ignoro il futuro. Ma grande è ovviamente la preoccupazione per il succedersi delle notizie, come hanno espresso più volte i vescovi e i gesuiti del mio paese, il Papa, il cardinale segretario di Stato e in diversi altri modi la Santa Sede. Ma voglio sottolineare un fatto: il referendum del 16 luglio è stata la manifestazione civile più importante di tutta la storia venezuelana perché vi hanno partecipato sette milioni e mezzo di persone, cioè la metà dell’elettorato. Il percorso del confronto politico sarebbe l’unica via per fermare la violenza e fare veramente politica al servizio delle grandissime necessità del popolo.
Sono passati più di nove mesi dalla sua elezione: come li ha trascorsi?
Con grande pace, con molto lavoro e con la necessità di imparare tante cose nuove, rapidamente. Innanzi tutto con pace spirituale perché ricopro un incarico che non ho cercato e che nemmeno immaginavo potesse ricadere su di me: l’ho ricevuto dai miei fratelli nella congregazione generale, ma lo capisco e lo vivo come qualcosa proveniente dal Signore Gesù, che ho scelto come compagno più di mezzo secolo fa. Il lavoro è davvero tanto e non è semplice conoscere, da questa mia nuova posizione, un corpo così ricco e variegato come la Compagnia di Gesù e i miei compagni nella missione. Tutto questo a gran velocità, perché le decisioni non possono aspettare.
Cosa farebbe oggi Ignazio di Loyola?
Questa è la domanda che mi pongo ogni giorno, insieme a tutti i gesuiti. Innanzi tutto insieme ai tredici consiglieri generali che ogni settimana incontro regolarmente uno a uno, quando non siamo impediti dai rispettivi viaggi, mentre il martedì e il giovedì si riunisce tutto il consiglio. E tre volte l’anno, in gennaio, giugno e settembre, per un’intera settimana abbiamo un incontro allargato ai presidenti delle sei conferenze provinciali e a quattro segretari, in tutto ventiquattro persone.
A cosa mira questo metodo di governo così complesso e impegnativo, che immagino tuttavia molto utile per le decisioni che deve prendere il padre generale?
L’intento è quello di capire appunto le scelte da fare, perché per la Compagnia di Gesù, e dunque per tutti i gesuiti, è fondamentale e necessario essere creativamente fedeli alla propria vocazione e alla missione. Guardando a sant’Ignazio, dobbiamo di continuo percorrere il cammino del ritorno alle nostre fonti originali. Questo ha voluto il concilio Vaticano ii, e questa decisione è stata la salvezza per la vita religiosa, che nella visione cattolica è un’ispirazione dello Spirito.
Ci sono criteri per capire come realizzare questa fedeltà?
Guardiamo all’esperienza dei primi dieci gesuiti, quando Ignazio e i suoi compagni erano a Venezia per andare in Terrasanta. Il progetto si rivelò impossibile e si trasformò nel viaggio a Roma, decisivo per la Compagnia, come raccontano le fonti e come ha ricordato lo scorso autunno, la nostra trentaseiesima congregazione generale riunita per eleggere il preposito. Questo è il modello di Venezia: l’unione della mente e del cuore, la pratica di una vita austera, la vicinanza affettiva ed effettiva ai poveri, il discernimento comune e la disponibilità alle esigenze di tutta la Chiesa individuate ed espresse dal Papa.
Qual è la missione dei gesuiti?
Oggi la Compagnia deve trovare ogni giorno la strada per mettere in pratica la riconciliazione. A tre livelli: con Dio, con gli esseri umani, con l’ambiente. Siamo collaboratori della missione di Cristo, ragione d’essere della Chiesa di cui siamo parte. E proprio l’esperienza di Dio ci restituisce la libertà interiore e ci porta a rivolgere lo sguardo a chi è crocifisso in questo mondo, per capire meglio le cause dell’ingiustizia e contribuire a elaborare modelli alternativi al sistema che oggi produce povertà, disuguaglianza, esclusione e mette a rischio la vita sul pianeta. Dobbiamo così ristabilire una relazione equilibrata con la natura. Contribuire a questa riconciliazione significa anche sviluppare le capacità di dialogo, tra le culture e tra le religioni. Sono appena tornato da un viaggio in Asia: in Indonesia, il più popoloso paese islamico del mondo, ho conversato a lungo con un gruppo di intellettuali musulmani, e in Cambogia ho incontrato monaci buddisti, per testimoniare le possibilità di collaborazione tra le religioni come fattori che favoriscano l’intesa e la convivenza pacifica e come vie per la ricerca spirituale.
Com’è possibile questa riconciliazione?
È fondamentale la conversione: personale, comunitaria “per la dispersione”, ad dispersionem, un termine che significa la necessità apostolica della missione, e istituzionale, per riorganizzare le nostre strutture di lavoro e di governo rivolte appunto alla missione. Che è propria di quanti si sentono chiamati a essere compagni di Gesù. 
L'Osservatore Romano, 31 luglio - 1° agosto 2017