sabato 22 luglio 2017

Avvenire
(Intervista a Piero Stefani a cura di Riccardo Maccioni) Il segreto è rinnovarsi senza rinunciare a se stessi. Anche quest’anno la sessione di formazione  estiva del Sae (Segretariato attività ecumeniche) occupa un posto centrale nell’agenda del popolo  del dialogo. Merito della capacità di individuare i temi più caldi del dibattito ecumenico e di una  formula che sa coniugare lo studio, la preghiera e il confronto anche serrato con momenti per così  dire più conviviali, calati nella vita quotidiana. Una settimana all’insegna della cultura dell’incontro che cresce anche a tavola o durante una passeggiata, che crede nel valore dell’amicizia e dell’unicità delle persone al di là dei ruoli e dei titoli. «È parso bene allo Spirito e noi» (  At  15,28) il versetto  biblico scelto per la 54ª Sessione di formazione ecumenica che si apre domani ad Assisi, in Santa  Maria degli Angeli. Un tema che si inserisce in una riflessione più ampia avviata l’anno scorso. «La ricerca di queste due ultime sessioni – spiega Piero Stefani, il presidente del Sae – è guidata da  tre termini collegati alla vita delle Chiese: tradizione, riforma e profezia. Nel 2016 si è pensato  soprattutto alla tradizione, vista in modo dinamico e non già statico, e al pungolo della profezia;  quest’anno l’accento batterà più sul termine “riforma” intesa soprattutto come esito di una parola  profetica capace di ridestare alcune virtualità, non di rado dimenticate, presenti nella tradizione. Un  detto politico liberale dell’Ottocento affermava che le riforme scongiurano le rivoluzioni; nei  contesti ecclesiali le cose stanno invece così: le riforme scongiurano sia l’immobilismo sia le rotture traumatiche, anche se, per onestà, va aggiunto che esse comportano sempre tensioni». Naturalmente durante la sessione verrà dato ampio spazio anche alla Riforma di Lutero, nel suo  500° anniversario (1517-2017). «Il taglio con cui sarà rievocato – aggiunge Stefani, docente alla  Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Milano e firma “storica” della rivista “Il Regno” – è  ben espresso dal titolo di un dialogo che avverrà tra il teologo protestante Paolo Ricca e Gianfranco  Bottoni, a lungo responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo della diocesi di Milano: “A  Cinquecento anni dalla Riforma, memorie e prospettive”. Le Chiese cristiane storiche - lo dice  quest’ultimo aggettivo - non possono ignorare le memorie, da esse però devono trarre linfa per  animare nuove prospettive. A qualcuno il termine “prospettive” può suonare di basso profilo, a noi è invece apparso il più calzante per indicare il clima di ricerca dialogica che contraddistingue le  sessioni Sae». L’avvio delle commemorazioni per l’anniversario della Riforma è stato contraddistinto dallo storico viaggio di papa Francesco a Lund, in Svezia. Una visita che ha voluto anche suggellare un percorso  di riflessione comune da cui è scaturito il documento  «Dal conflitto alla comunione »  . «Il frutto  principale del gesto di papa Francesco è anche in questo caso come in altri - penso, ad esempio alla  sua visita al Tempio valdese di Torino nel 2015 - la capacità di incontro. A essere qualificante è la  sua volontà di andare in casa d’“altri” che, proprio in virtù di queste visite, non sarà mai più una  casa di estranei. Simbolicamente, e non solo, ciò indica quanto sia grande la distanza dai tempi in  cui l’ecumenismo cattolico si manifestava nell’auspicio che le altre comunità cristiane ritornassero  alla Sede di Pietro. Ciò non toglie che, per certi versi, proprio queste visite indichino la presenza di  riforme che la Chiesa cattolica ha, in proprio, difficoltà a perseguire in modo sollecito. A Lund il  tema è risultato evidente rispetto al ruolo delle donne. Argomento certo non ignoto alla Chiesa  cattolica ma affrontato sempre con molta circospezione e cautela. Basti pensare al caso del  diaconato femminile, tema ora affidato all’ambito ristretto di una commissione storica che sta  lavorando in modo molto riservato ». Tornando all’evento di Assisi, da sempre il Sae si caratterizza per uno stile di condivisione della vita “normale” che va in parallelo alle relazioni, ai gruppi di studio. Un ecumenismo, se così si può dire, più quotidiano che vede esponenti delle diverse confessioni mangiare allo stesso tavolo o fare una  passeggiata insieme. «Il nostro incontro - giunto alla 54ª edizione - si qualifica come “Sessione di  formazione ecumenica” – prosegue Stefani –. La felice impostazione scelta dalla nostra fondatrice,  Maria Vingiani, è di far sì che i giorni trascorsi insieme siano anche un’opportunità - per molti  partecipanti quasi unica - di vivere un’esperienza condivisa sia nell’ambito alto delle celebrazioni  liturgiche e dell’ascolto sia in quello quotidiano degli scambi interpersonali dove non solo si  conoscono meglio i fratelli e le sorelle ma in cui a volte si instaurano amicizie destinate a durare per tutta la vita». Al di là del confronto teologico oggi l’ecumenismo è chiamato a dar segno di sé anche sul terreno  più sociale, come per esempio nel caso dell’emergenza migranti. A questo proposito è nata  l’iniziativa dei corridoi umanitari. «Si tratta di un esempio molto significativo di collaborazione tra  la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Comunità di Sant’Egidio. Una micro  realizzazione rispetto alla vastità del problema, ma dotata della forza dell’esempio. È una via per  l’ecumenismo? Direi che è un modo per manifestare concretamente la solidarietà umana. Sarebbe  semplicemente scandaloso che l’appartenenza a diverse comunità cristiane fosse di ostacolo per  cercare di dare il proprio aiuto a chi, in questa epoca drammatica, si trova nel bisogno. Tuttavia, se  si limitasse a ciò, l’ecumenismo avrebbe rinunciato al suo anelito più profondo che sta nella  costante ricerca di una forma di unità dei credenti in Gesù Cristo in grado di favorire uno scambio  dei doni scaturiti dalle reciproche diversità».  Il Sae si connota come associazione interconfessionale di laici per l’ecumenismo a partire dal  dialogo ebraico-cristiano. Significa che l’ecumenismo stesso ha fondamento nel rapporto con  l’ebraismo?  «Il discorso è complesso – conclude il presidente del Segretariato attività ecumeniche –: per  indicarlo basterebbe dire che mi trovo nelle condizioni, me lo consenta, di correggere la  terminologia da lei proposta. Il rapporto è quello che si instaura tra Chiese cristiane e il popolo  ebraico (non ebraismo). Perché? Perché la comunità dei credenti trae le proprie origini da lì, da una  vita, quella di Gesù Cristo e da una fede cresciute entro Israele. Quest’innesto e questa frattura che  ci furono “in principio” riguardano tutte le Chiese. Si può quindi concludere che quanto più esse  affronteranno questo tema tanto più si avvicineranno tra loro e viceversa».