lunedì 24 luglio 2017

Il Sole 24 Ore
(Nunzio Galantino) La ricchezza di significati che si accompagna all’etimo (GUS-TUS ) della parola “gusto” spinge  subito ad andare oltre, senza però ignorarlo, il riferimento principale a uno dei cinque sensi di cui è  dotato l’essere umano: il gusto come senso che permette di percepire e distinguere i sapori. La collocazione dei recettori del gusto-senso nelle papille gustative della lingua lega il termine  “gusto” innanzitutto al cibo o comunque a quanto viene a contatto con i recettori stessi: lingua,  appunto, e bocca. Entrambi organi e luoghi fisici che hanno a che fare anche con la parola. Veniamo così introdotti al significato metaforico di “gusto” e a cogliere, di conseguenza, lo stretto legame tra  cibo e parola/discorso. Un legame non sempre facile da giustificare ma presente in maniera evidente in espressioni, quali: avere “sete” di sapere e “fame” di conoscenza; “digerire” a fatica risposte che  non ci convincono; “divorare” un buon libro; “bersi” una storia che ci viene raccontata; fare battute  “acide”; sussurrare parole “dolci”; raccontare storie “piccanti”; “assimilare” certi concetti,  “masticare” un po’ di... lingua inglese; “mangiarsi” le parole; “bersi il cervello”. Una  corrispondenza esiste anche nelle modalità riguardanti le modalità del “consumo” del cibo e di un  discorso/parola: sia il cibo sia un discorso viene preparato, servito e consumato, per esempio,  velocemente o lentamente, o in maniera disciplinata, come detta la regola monastica.  A partire da queste considerazioni, in maniera sapientemente ironica Oscar Wilde affermava: “Ho  dei gusti semplicissimi; mi accontento sempre del meglio”. Quasi a ricordarci che al gusto per cose  e realtà che vanno oltre ci si educa, fino a poter affermare che il gusto o i gusti di una persona  contribuiscono a disegnarne l’ identità. Si parla infatti di persona di buono o di cattivo gusto nelle  relazioni, per la musica, per l’arte, per la letteratura ecc. In questo caso, emerge il carattere piuttosto soggettivo del gusto, tanto da far dire a François de La Rochefoucauld che «La felicità sta nel gusto  e non nelle cose; si è felici perché si ha ciò che ci piace, e non perché si ha ciò che gli altri trovano  piacevole». Al netto dell’ eccesso di soggettivismo che potrebbe insinuarsi, nell’affermazione di La  Rochefoucauld vedo l’invito a vigilare per non far coincidere tout court il gusto con i propri  desideri, con il soddisfacimento della curiosità o con l’eccessiva ricerca della sorpresa. Quand’è  così, si rischia di preoccuparsi più delle cose che abbiamo o vorremmo avere che delle persone  incontrate o da incontrare. Educarsi a “gustare la presenza” di una persona o di Dio è esercizio che  porta frutto solo in chi sa andare oltre e assaporare anche il... retrogusto. Solo nel retrogusto - che  esige tempo e dedizione ed è quello che rimane del gusto diluito e depurato - si manifesta la realtà  di una persona e, perché no?... di Dio stesso.