venerdì 28 luglio 2017

Israele
Israele, il dietrofront non ferma lo scontro
Avvenire
(Luca Miele) Il nodo si è sciolto, ma la crisi appare tutt' altro che disinnescata. E la speranza che il moribondo processo di pace in Medio Oriente possa rianimarsi, continua ad apparire fragile. Israele ha rimosso le ultime misure di sicurezza per accedere alla Spianata delle Moschee. I palestinesi in massa sono tornati a pregare, abbandonando la protesta che li aveva portato a disertare il luogo sacro. Il ritorno è stato accompagnato però da violenti scontri tra fedeli e le forze di sicurezza israeliane: almeno un centinaio i feriti. Chi ha vinto, chi ha perso in questa battaglia - dieci i giorni di scontri, quattro i palestinesi morti, tre le vittime israeliane in Cisgiordania uccise da un 19enne di Ramallah per il quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto la condanna a morte - e che ha visto coinvolti le Nazioni Unite, l' inviato americano per il Medio Oriente e Pesi come la Turchia, l' Arabia Saudita e la Giordania?
Difficile dirlo. Hamas canta vittoria. «Il ritiro dei metal detector, delle telecamere e di altre misure di sicurezza installate dall' occupazione israeliana due settimane fa agli ingressi della moschea di Al Aqsa, è una conquista e una vittoria storica per il nostro popolo», ha detto un portavoce del movimento. Ad annunciare lo smantellamento, il portavoce della polizia israeliana Luba Samri che ha parlato di rimozione di «tutto ciò che era stato installato dopo l' uccisione dei due agenti di polizia il 14 luglio». 
Oltre ai metal detector, già tolti tre giorni fa, sono state rimosse anche le telecamere di sorveglianza e tutti gli altri apparati. Nel campo israeliano le acque continuano ad essere agitate. Netanyahu è finito nel mirino della destra che lo accusa di aver perso la partita. Per il ministro dell' educazione Naftali Bennett «Israele è indebolito dall' esito della crisi. Invece di rafforzare la nostra sovranità a Gerusalemme, abbiamo trasmesso un messaggio sbagliato: che la nostra sovranità può essere scossa». Ofer Zalzberg, analista di Crisis Group, avverte che la percezione della vittoria nella «crisi di Al Aqsa» può incoraggiare i palestinesi «che ora sono più organizzati a Gerusalemme» a estendere nel medio termine le loro proteste per altre questioni, come la demolizione delle case arabe o gli insediamenti ebraici nella parte orientale della città. 
Molte le voci che si sono alzate per incitare i palestinesi a tornare a pregare nel luogo sacro. Dal Gran Muftì di Gerusalemme, Mohamed Husein al presidente palestinese Abu Mazen, si sono rinnovati gli appelli a dimettere la protesta. Il Waqf, l' autorità giordana che sovrintende i luoghi sacri di Gerusalemme, ha fatto sapere per bocca del direttore Abdel-Azeem Salhab che «un rapporto tecnico ha mostrato che tutti gli ostacoli che l' occupazione (Israele ndr) aveva installato fuori dalla moschea di Al-Aqsa sono stati rimossi ». La risposta dei palestinesi è stata massiccia.