sabato 22 luglio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Le immagini del poliziotto israeliano che con un fucile mitragliatore in mano e il casco in testa prende a calci un palestinese inginocchiato su un tappeto a pregare in mezzo ad una strada di Gerusalemme Est invasa dai gas lacrimogeni e dal lancio di pietre hanno fatto ormai il giro del mondo. Niente, davvero un nonnulla di fronte alla violenza indicibile degli scontri che hanno causato la morte di tre palestinesi, il ferimento di almeno altri 300.
Una inezia dinnanzi alla susseguente esplosione di odio che ha provocato la morte di altri 3 coloni israeliani uccisi a coltellate nella loro casa, mentre finivano di consumare la cena dello Shabbat, da un ragazzo palestinese di 19 anni determinatosi, così, a portare a compimento ciò che per lui era la sua “personale vendetta” per la questione dello status quo della Spianata delle Moschee.
Eppure quelle immagini dicono tutto su quanto la Terra Santa sta vivendo in questi momenti di ulteriore inaudita e del tutto gratuita violenza. Chi ha visto quelle immagini sui social network o sui principali servizi giornalistici dei tg nazionali ha detto o pensato dentro di se tante cose. C’è chi ha visto in quel gesto la prepotenza degli occupanti, gli israeliani, nei confronti degli occupati, i palestinesi. C’è chi si è soffermato sulla insolenza dei palestinesi che non vogliono rispettare gli ordini di chi ha in mano l’ordine pubblico. C’è chi ha visto in quel calcione dato con forza la rudezza della polizia israeliana ben armata contro il popolo palestinese con in mano solo pietre e bottiglie. C’è chi ha visto in quel comportamento l’ineluttabile persistere di un conflitto che ormai non fa quasi più notizia e che sta scivolando sempre più verso una guerra di religione. Alcuni hanno addirittura paventato l’inizio di una terza intifada, dimenticandosi però che già da 3 anni in Terra Santa le persone muoiono da entrambe le parti quasi giornalmente a causa di attentati terroristici all’arma bianca e delle successive azioni di repressione. Personalmente mi sono fermato molto prima di pensare tutto questo.
Per me quello che ho visto è prima di tutto la semplice quanto tragica manifestazione di un odio che porta a non avere alcun rispetto di chi, uomo come noi, si trova davanti ai nostri occhi. Non importa più di tanto l’appartenenza di uno o dell’altro ad una comunità piuttosto che ad un'altra. Non importa neanche che uno vestisse una divisa da poliziotto di uno stato che vuole essere definito democratico o che l’altro fosse inginocchiato a pregare su un tappeto nella pubblica via in mezzo agli scontri violenti. Ciò che conta è l’odio che in quel preciso istante ha spinto un uomo a colpire un altro suo simile che null’altro di grave stava facendo che pregare secondo i suoi modi e usi. Sarebbe potuto capitare il contrario e nulla sarebbe cambiato nella sostanza di ciò che abbiamo potuto vedere, ossia l’uso di una gratuita violenza che dimostra quanto disprezzo si ha dell’altro che si incontra per strada senza sapere nulla di lui.
Quelle immagini non sono eloquenti per quanto ci dicono di quella unica realtà momentanea, di quel singolo fatto che riguarda, in fin dei conti, solo quei due uomini così diversi e così tragicamente uniti da una storia comune di cui siamo stati testimoni grazie all’occhio onnipresente delle telecamere. Quei fotogrammi sono, infatti, significativi non perché ci mostrano un poliziotto israeliano che colpisce un palestinese inerme in preghiera, ma perché ci dimostrano quanto a Gerusalemme e in Terra Santa l’odio tra uomini che vivono su una stessa piccola e storica landa di terra abbia ormai pervaso qualsiasi cosa legittimando ogni sorta di disprezzo. Prima di vedere in quelle immagini un poliziotto che colpisce un fedele in preghiera dobbiamo vedere un uomo che manca di rispetto, che umilia pubblicamente un altro uomo che nulla ha fatto per offenderlo o per metterlo in pericolo e che, sicuramente, non ha mai avuto il piacere di conoscere nella vita.
Quelle persone, proprio quei due uomini forse non si sarebbero mai resi protagonisti di un video così mediatico se solo la loro storia non gli avesse condotti in quella Terra Santa dove chi vive ogni giorno la semplice esistenza del quotidiano si trova imbevuto in un clima di diffidenza, di odio, di mutua paura e di sospetto che porta solo al continuo mancato rispetto dell’altro. L’odio non conosce limiti, non chiede la carta di identità o il passaporto, non si fa remore davanti a bambini, adulti, anziani, malati o persone inermi. È così dovunque vi sia violenza, in Ucraina come in Venezuela, in Messico come in Congo, in Somalia come nel Pakistan. Tuttavia l’odio che pervade la Terra Santa ha qualcosa di più ancestrale, qualcosa che ci hanno abituato, forse sbagliando i toni e i modi, a legare troppo alla fede e alla religione piuttosto che agli uomini che ne sono protagonisti.
 L’odio non si placa davanti alla fede o alla preghiera ma, al contrario, si alimenta delle differenze,  delle diversità per poterle usare contro di noi e farci rasentare la barbarie. L’odio prolifera e si diffonde enormemente se viene continuamente alimentato e se genera continua sete di vendetta. Su questo fanno leva i fondamentalismi che ora useranno queste immagini per alimentare lo scontro motivando ogni reazione violenta con la necessità di punire chi ha voluto offendere la religione e la fede dell’altro.
 Non perdiamo tempo a commentare o giudicare quel video secondo i nostri parametri di occidentali comodamente seduti davanti ad una tv maxi schermo. Quella scena si verifica ogni giorno in Terra Santa, non è nulla di più di quanto si può vedere nelle strade di Gerusalemme, di Betlemme, di Ramallah, di Hebron e di tanti altri villaggi israeliani e palestinesi. Ora che la spirale di violenza è ripartita seguendo le direttive del “generale odio” che decide al posto degli uomini come devono comportarsi non serve a nulla iniziare il solito processo per trovare chi è stato a lanciare la prima pietra.  È stata colpa dei palestinesi oppure è colpa degli israeliani ? Chi di loro ha iniziato e quindi è colpevole in primis di questa nuova ondata di violenza ?  Questa ricerca di responsabilità, il cui esercizio piace molto a noi occidentali che ci arroghiamo il diritto di rilasciare sentenze definitive solo sulla base ci ciò che crediamo di sapere ma che non viviamo minimamente sulla nostra pelle, non porterà a nulla come sempre se non a autoalimentare nuovamente la spirale di vendetta che genererà altro rancore e porterà altri inutili lutti per tutti. Ogni volta si va a ritroso dal fatto più recente a quello più ancestrale e così le responsabilità si confondono fino a non poterne vedere l’origine oppure, cosa peraltro ancora peggiore, a bollare il tutto con la facile e comoda etichetta di “conflitto di religione”. Il tutto sempre aspettando quel definitivo regolamento dei conti che non potrà arrivare mai se non con il definito annientamento di una parte.
Per poter litigare bisogna essere sempre e almeno in due. La colpa di quello che sta succedendo ora in Terra Santa e a Gerusalemme Est in particolare, non può essere ricercata ancora una volta ricorrendo solo ai libri di storia o analizzando minuziosamente i fatti degli ultimi 70 anni. Questo esercizio lo si è fatto per oltre tre quarti di secolo e non se ne è mai venuti a capo. La storia è utile, utilissima ma solo se ci aiuta a costruire il futuro alimentando speranze e non a perpetuare spirali e vortici di odio che generano sete perenne di vendetta. Ciò che è successo ci deve aiutare a non compiere più gli stessi errori e a individuare un percorso comune che abbia come scopo quello di costruire e non di distruggere. Oggi in Terra Santa, da entrambe le parti, sono i giovani ad essere i più coinvolti in questa spirale di violenza. Giovani, poco più che bambini, sono i palestinesi che si immolano per compiere attentati terroristici e sempre giovani sono i soldati israeliani che perdono la vita negli scontri e nelle immancabili azioni di ritorsione susseguenti ogni attacco. Che speranza possono avere dei popoli i cui giovani si autoeliminano fisicamente seguendo una spirale d’odio che risale a responsabilità di loro progenitori ?
 Fintantoché un israeliano e un palestinese sentiranno dentro di loro il sentimento di doversi prendere a calci reciprocamente perché ognuno ritiene l’altro un ostacolo insormontabile alla propria felicità, o almeno serenità di vita, nessun processo di pace potrà essere utile e definitivo. Fintantoché chi è al potere, fuori e dentro la Terra Santa, non si impegnerà veramente a evitare il proliferare dell’odio e della mancanza di rispetto favorendo la convivenza, la collaborazione e l’integrazione reciproca nessun tavolo diplomatico potrà portare sul terreno i risultati che sulla carta tutti speriamo possano essere raggiunti. Occorre che l’odio venga disinnescato perché solo così si può avere una chance di pace. La pace avrà un’opportunità di vittoria se un domani nella stessa situazione di ieri un poliziotto israeliano non senta più dentro di se alcun bisogno di tirare un calcio a un palestinese in preghiera e viceversa solo perché ne prova un innato disprezzo. Israeliani e palestinesi non devono più odiarsi e per farlo devono rendersi consapevoli che, sia in un unico stato che in due stati distinti, dovranno comunque vivere uno a fianco all’altro. Non potrà essere diversamente e per farlo dovranno obbligatoriamente fidarsi reciprocamente, dovranno rispettarsi prima di tutti come uomini che hanno diritto di professare ognuno la propria fede. 
Purtroppo siamo molto lontani da tutto questo e le immagini che abbiamo avuto la possibilità di vedere ce lo dimostrano. Purtroppo avevano ragione quegli anziani seduti nelle strade della Città Vecchia. Sentivano nell’aria che qualcosa di grave doveva succedere e qualcosa di brutto è realmente successo, solo che ora non sono più loro in prima linea a rischiare la vita ma i loro pronipoti senza speranza e alimentati solo dal nettare inebriante dell’odio. Loro, i nonni, sono ormai troppo vecchi per tirare pietre e bottiglie molotov ma i decenni non hanno portato che il ripetersi di una violenza inutile e dannosa. La speranza è sempre quella che la violenza appena vista sia l’ultima, tuttavia la pace, come ci ricorda spesso Papa Francesco, va costruita e coltivata credendo in un futuro possibile dove l’altro non può che far parte della nostra stessa vita. Noi cristiani, che nella Terra Santa abbiamo le nostre radici, non possiamo lavarcene le mani come abbiamo fatto per decenni credendo che il conflitto tra israeliani e palestinesi fosse solo un loro affare dove, al limite, inserirsi per questioni di geopolitica generale o di interesse diretto nelle forniture militari. Forse se noi cristiani avessimo avuto la lungimiranza di insistere a suo tempo sulla necessità di fare della Gerusalemme Vecchia una città internazionalizzata, dove le tre più grandi fedi monoteiste possano avere pari dignità e pari rispetto, oggi la situazione generale in Terra Santa sarebbe meno esplosiva e si sarebbero potute salvare tante vite.