domenica 23 luglio 2017

India
Dopo l’elezione del nuovo presidente in India. E i dalit stanno ancora a guardare
L'Osservatore Romano
(Vincenzo Faccioli Pintozzi) La Chiesa indiana «prega per il nuovo presidente del paese, Ram Nath Kovind, e assicura preghiere per la sua salute e la sua saggezza. Possa guidare l’India verso la pace, lo sviluppo e la giustizia per tutti. Preghiamo che Dio lo assista e che, come da giuramento, egli si batta al meglio delle sue capacità per preservare, proteggere e difendere la costituzione e la legge, e che dedichi se stesso al servizio e al benessere del popolo della Repubblica indiana». È quanto scrive il segretario generale della Conferenza episcopale indiana, Theodore Mascarenhas, in un messaggio inviato al neo eletto capo della nazione.
La sua vittoria elettorale è stata sbandierata dal Bharatiya Janata Party (Bjp), partito di maggioranza e di ispirazione nazionalista, come «una grande risposta a chi dice che in India esiste ancora la discriminazione». E questo perché Kovind fa parte della comunità dalit, quella degli intoccabili nel sistema delle caste nazionali, che per secoli hanno subito abusi derivati esclusivamente dall’appartenere a una comunità ai margini della società.
Ma questa rivendicazione, spiega all’Osservatore Romano un sacerdote indiano che vive in un paese asiatico, «è pura propaganda. È vero che il nuovo presidente è di origine dalit, ma è altrettanto vero che ha saputo calvalcare l’onda della politica e avere un livello di vita agiato. Tutto il contrario di ciò che accade al resto della comunità, ancora sotto il tallone delle caste superiori».
Kovind, quattordicesimo presidente della nazione, è stato giudice della corte suprema e governatore del Bihar. Era il candidato della National Democratic Alliance (Nda) guidata dal Bjp del premier Narendra Modi. In termini elettorali, egli ha ottenuto il 66 per cento dei voti, battendo la sfidante Meira Kumar, anch’essa dalit e sostenuta dalla United Progressive Alliance (Upa) capeggiata dal Congress Party. Presterà giuramento il prossimo 25 luglio.
Il religioso continua: «I nostri politici insistono nel dire che l’India è la democrazia più grande del mondo, ma rimane il fatto che criticarli significa andare incontro a tanti guai. Non sono pochi i miei confratelli che, per l’impegno sociale a favore dei più deboli, si sono visti ridurre le garanzie politiche e giuridiche. E non penso che con il nuovo presidente le cose cambieranno. Non condivido l’opinione di chi oggi dice che la sua nomina è una vittoria per la democrazia e contro le ingiustizie».
La Conferenza episcopale indiana, pur augurando il meglio al nuovo capo di stato, ritiene che sia ancora necessario lottare per i diritti dei dalit. Il prossimo 10 agosto, come ogni anno, si celebrerà in tutto il paese una «giornata nera» per ricordare gli abusi commessi contro gli intoccabili e chiedere la rimozione dei paletti giuridici e costituzionali che discriminano i dalit di religione non indù.
L’ordine costituzionale del 1950 sulle «scheduled caste», firmato il 10 agosto 1950 dall’allora presidente dell’India Rajendra Prasad, afferma infatti che «nessuna persona che professa una religione diversa dall’induismo può essere considerata membro delle scheduled caste». In seguito l’ordine è stato modificato per includere i sikh (nel 1956) e i buddisti (nel 1990).
I vescovi ricordano, nel messaggio che istituisce la giornata di protesta, che la petizione civile 180/2004 — presentata per sollecitare la cancellazione del paragrafo 3 dell’ordine del 1950 — è «ancora pendente di fronte alla corte suprema». Ciò significa, sostengono, che «i diritti costituzionali dei dalit cristiani e musulmani sono negati da 67 anni a causa della religione». Nello specifico, i presuli sottolineano con forza che il paragrafo 3 è «incostituzionale, una pagina oscura scritta al di fuori della costituzione e inserita attraverso la porta nera di un ordine esecutivo».
Ma fu proprio Kovind che, nel 2010, difese questo palese abuso del sistema democratico. All’epoca portavoce del Bjp, disse che cristianesimo e islam «sono concetti estranei all’India. È quindi del tutto legittimo che non vengano loro concessi privilegi o tutele particolari».

L'Osservatore Romano, 22-23 luglio 2017