sabato 29 luglio 2017

Guatemala
Intervista al vescovo presidente della conferenza episcopale. Il volto indigeno della Chiesa in Guatemala
L'Osservatore Romano
(Rocío Lancho García) Negli ultimi quindici anni in Guatemala sono stati ordinati più sacerdoti che nei quaranta precedenti. È questo uno dei temi che i vescovi del Guatemala hanno potuto condividere con Papa Francesco in occasione della recente visita «ad limina». Nell’incontro hanno offerto in dono al Pontefice un quadro del missionario statunitense Stanley Rother, ucciso in odio alla fede il 28 luglio 1981. «Padre Aplas», così lo chiamavano i suoi parrocchiani, sarà beatificato a settembre e sarà il primo martire della Chiesa guatemalteca. Una Chiesa che ha sempre più un volto indigeno e giovane, come spiega in questa intervista all’Osservatore Romano il presidente della Conferenza episcopale monsignor Gonzalo de Villa y Vásquez.
Com’è stato l’incontro col Papa?
È durato circa un’ora e mezza e la conversazione è stata spontanea e informale: lui chiedeva, ma rispondeva anche alle nostre domande. Insomma un’esperienza bella, familiare, fraterna. Ci siamo sentiti ben accolti.
Quali i temi trattati?
Tra le priorità c’era di far conoscere al Pontefice la realtà del Guatemala, di cui era già in parte al corrente: sia come paese sia come Chiesa. C’è stato un fatto importante che ha segnato la visita: il dono che gli abbiamo consegnato. È il quadro del sacerdote nordamericano Stanley Francesco Rother, che è stato parroco nella mia diocesi e che sarà beatificato il 23 settembre. A tale proposito ho letto al Papa una lettera molto bella inviata dal consiglio parrocchiale di quella comunità, indigena al cento per cento. Tra le altre questioni poi ci sono i migranti — tema che ci condiziona molto in Guatemala — e la violenza, le sette che stanno rapidamente crescendo e le droghe. Riguardo a queste ultime, il problema è duplice: da un lato c’è il narcotraffico, dove si sono inseriti i cartelli messicani; dall’altro ci sono il consumo e la tossicodipendenza.
In molti paesi dell’America latina c’è un grande divario tra ricchi e poveri. Che cosa fa la Chiesa per star loro vicino?
Siamo una Chiesa povera che sta vicina alla maggioranza povera. In campagna però le risorse sono molte e, visto che il nostro è un paese prevalentemente rurale, la povertà è contenuta. Il problema grave è il mondo urbano e suburbano, soprattutto la capitale, dove nei quartieri si vive una realtà difficile. L’abisso tra ricchi e poveri è grande come quello esistente in Brasile. In questi due paesi il divario è più evidente che in qualsiasi altra nazione di quel continente così ineguale che è l’America latina. Questa è la realtà e non ci sono formule magiche per cambiarla, perché per trovarle dovremmo ricorrere ai dizionari populisti. I quali non danno soluzioni a medio termine ma solo gioie a breve termine, e poi più corruzione e deterioramento della vita sociale. Il Venezuela è un chiaro esempio di ciò che sto dicendo. Inoltre un altro fatto evidente è l’alta percentuale di popolazione indigena. E ovviamente è tra gli indigeni che ci sono maggiori ritardi in campo educativo, sanitario, alimentare e così via. C’è qui un debito storico verso i popoli originari, che per noi sono il sostegno e il fondamento del paese.
Com’è la presenza della popolazione indigena nella Chiesa?
La Chiesa sta sempre più assumendo un volto indigeno. Nella mia diocesi di Sololá-Chimaltenango la maggior parte del clero è indigena e in pratica tutti i seminaristi lo sono. Questo esprime in concreto qual è l’opzione della Chiesa in una paese.
Stanno crescendo le vocazioni?
Sì. La mia diocesi forse è privilegiata, ne ha più delle altre. È un dato di fatto, e ne abbiamo parlato con il Papa. Non ci sono mai stati in Guatemala tanti seminaristi come adesso. Negli ultimi quindici anni sono stati ordinati più sacerdoti che nei quaranta precedenti. Le vocazioni in generale vengono da famiglie religiose e dipendono anche dal fatto che oggi ci sono più possibilità di studiare. Ci sono pure molte vocazioni femminili.
E in questa situazione in cui molte persone sono costrette a emigrare, come si dà speranza ai giovani?
In effetti i giovani possono incontrare grandi difficoltà nel formare una famiglia, ottenere un lavoro formale, avere un progetto di vita stabile. Ma la gioia di vivere che loro hanno non ce l’hanno i giovani europei. Inoltre molti frequentano le parrocchie e ciò arricchisce e ringiovanisce la Chiesa e al tempo stesso pone sfide. Naturalmente, a causa della globalizzazione, anche i giovani guatemaltechi devono affrontare realtà come famiglie meno stabili, gravidanze indesiderate, madri single. Inoltre il dramma della violenza è grande e coinvolge molto i giovani, sia nelle aree urbane sia in quelle rurali. La mortalità giovanile è collegata soprattutto alle morti violente. Eppure si vive una vita molto più gioiosa in mezzo alle difficoltà. Faccio un esempio. Ho letto su giornale spagnolo di un uomo che si è suicidato perché soffriva di atrofia muscolare multipla. Tre giorni dopo nella mia diocesi abbiamo celebrato la giornata della gioventù, a cui hanno partecipato ventimila ragazzi. Uno di loro ha reso la sua testimonianza: a ventuno anni, a causa di un incidente automobilistico, era rimasto tetraplegico. Era su una sedia a rotelle ma rendeva grazie a Dio per la vita, per l’opportunità di continuare a vivere.
Popolazione indigena, migrazione, cultura della vita e morte. Avete parlato di tutto ciò con il Papa?
Quello dell’immigrazione è un tema che lui conosce bene e lo preoccupa perché è un dramma che riguarda sempre più persone nel mondo. Abbiamo anche affrontato temi più specifici della Chiesa: formazione, seminari, nuova impostazione nelle parrocchie, piani di evangelizzazione nelle diocesi. Il Papa ci ha incoraggiati, dandoci un messaggio di sostegno e di sprone.
Cosa vi siete riportati a casa dalla visita «ad limina»?
Venire a Roma è sempre un modo per conoscere e approfondire i temi di maggior rilievo a livello di Chiesa mondiale. Inoltre quest’anno praticamente tutti i vescovi dell’America latina stanno compiendo la visita ad limina. E questo ci sta dando punti di riferimento. E ci sta rafforzando. L’incontro con il Papa è stato molto bello e importante. La sua enciclica Evangelii gaudium è qualcosa che ci deve contagiare continuamente. Non possiamo essere una Chiesa brontolona, criticona, amareggiata, che vive rimpiangendo cose ormai passate. La proposta evangelizzatrice della Chiesa deve essere rivolta al presente, al futuro. Quello che dobbiamo fare è comunicare il nostro messaggio con gioia.
L'Osservatore Romano, 29-30 luglio 2017