martedì 25 luglio 2017

(Damiano Serpi - ©copyright) Le violenze e gli scontri di questi giorni che stanno martoriando ancora una volta la Terra Santa ci ricordano prepotentemente che la questione dello status della parte Est , e soprattutto della Città Vecchia, di Gerusalemme è ancora una questione irrisolta. Punto di scontro che non è servito a nulla dimenticare o cercare di mettere da parte in attesa che il tempo facesse ciò che gli uomini non sono stati capaci di fare, ovvero dialogare per trovare una soluzione definitiva che tenesse conto di ogni aspetto in gioco. Quella dello status giuridico di Gerusalemme è da sempre una delle 4 maggiori questioni in sospeso che hanno finora impedito alle parti in causa di raggiungere un accordo di pace definitivo e duraturo.
Assieme al problema del proliferare degli insediamenti, a quello dei confini del nuovo Stato palestinese, al riconoscimento del diritto di ritorno (o di un congruo risarcimento) per coloro che sono stati cacciati a causa dell'occupazione militare israeliana del 1948 e del 1967, la reciproca rivendicazione sul diritto ad esercitare il potere statuale sulla parte Est di Gerusalemme, città vecchia compresa, è stato uno degli ostacoli più insormontabili durante gli oltre 50 anni di tentativi diplomatici di instaurare tavoli di discussione propedeutici ad un accordo di pace.
Infatti, mentre per tutti gli altri ostacoli si può cercare, non senza strenuo lavoro e tanta pazienza, una limatura delle posizioni che consenta comunque di far avanzare le fasi di dialogo, sullo status finale di Gerusalemme Est, questione più ideologica che squisitamente pratica, le porte di entrambe le parti sono sempre rimaste fermamente sprangate. Persino a Oslo nel 1992 l'accordo tra Israele e l'OLP sulla nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, come primo passo verso un embrionale nuovo stato di Palestina, si raggiunse solo e soltanto stralciando dalla discussione tutti i punti di maggior contrasto e frizione, tra cui svettava proprio il destino di Gerusalemme Est. Consci di non poter arrivare a nessuna decisione concreta sull'argomento per via dei vari muri eretti sulla questione, gli USA, che non potevano di certo uscire da quell'impasse con un nulla di fatto eclatante dopo aver speso tante risorse, proposero di procrastinare ad una successiva fase dell’accordo la trattazione concreta dei problemi e delle questioni spinose. Questo in modo da consentire più facilmente il raggiungimento di un accordo che, comunque lo si volesse vedere, mettesse in moto una nuova fattiva cooperazione tra Israele e l'a neonata Autorità Nazionale Palestinese.
Tutti noi, oggi, sappiamo poi come sono andate le cose. Le speranze su quell'accordo si sono trasformate ben presto in concenti delusioni e l'illusione di aver imboccato il percorso giusto si è trasformata nella consapevolezza di essersi arenati in un pantano dal quale uscire era, ed è, tuttora quasi impossibile.
Infatti, quell'accordo fu firmato da entrambi le parti, quella israeliana e quella palestinese, con la reciproca intenzione di fregare l'altro senza concedere nulla di definitivo e, soprattutto, dissimulando le vere intenzioni di parte. Così è stato fino ad oggi con la sola variante che sul terreno la situazione si è ulteriormente aggravata  perché in questi 25 anni, proprio a seguito dell'aver voluto scientemente procrastinare ogni decisione sui reali problemi da dirimere, le parti hanno continuato a comportarsi come ad Oslo, ossia portando avanti le proprie politiche cercando in ogni modo di mettere in un angolo la propria diretta controparte.
Israele, forte dell’autorità militare sul territorio e di un forte supporto statunitense, ha continuato in questo ultimo quarto di secolo a costruire insediamenti, espandere concentricamente Gerusalemme ovest fino a inglobare quasi totalmente Gerusalemme est, modificare scientemente la demografia della Città Vecchia, costruire muri intorno ai punti nevralgici in modo da rendere più difficile la restituzione dei terreni contesi quando si sarebbe dovuto affrontare l'argomento in una nuova conferenza di pace. L'Autorità Nazionale Palestinese ha, invece, perpetuato la sua posizione di “quasi stato” cercando di spingere con ogni mezzo e strumento, non sempre pacifici, le autorità internazionali a condannare l'occupazione israeliana e chiedendo con forza il riconoscimento del proprio Stato senza ulteriori trattative bilaterali con Israele.
Anche sulla questione dello status giuridico di Gerusalemme Est le cose sono andate avanti così fino ai giorni nostri. Mentre il mondo intero si dimenticava pian piano del problema, Israele continuava a comportarsi come se tutta la città di Gerusalemme fosse ormai diventata l'unica e indivisibile capitale dello Stato ebraico e i palestinesi continuavano a richiedere, in ogni riunione internazionale e in ogni documento che emetteva verso l’esterno, che Gerusalemme Est divenisse la loro capitale naturale.  Ad aggiungere confusione sull'argomento è poi intervenuto a gamba tesa anche il Presidente Trump che, memore di una sua promessa elettorale, una volta insediatosi alla Casa Bianca ha cercato di mantenere le poco accorte promesse fatte dichiarandosi favorevole a spostare l'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Il nuovo presidente statunitense ha così compiuto, in questo modo, ciò che i palestinesi e gran parte del mondo arabo e musulmano temeva succedesse, ossia vedere la più grande superpotenza mondiale riconoscere implicitamente, ma ufficialmente, tutta la città di Gerusalemme come capitale di Israele, salvo poi fare marcia indietro per sopravvenute esigenze diplomatiche.
Sulla questione concreta dello status definitivo di Gerusalemme Est e, in modo particolare, della Città Vecchia dove sono ubicati i luoghi più santi per tutte e tre le religioni monoteiste più diffuse al mondo, non è però possibile trovare una soluzione stante le richieste irrinunciabili di entrambi le parti. Comunque si voglia guardare la cosa e per quanto si voglia essere ottimisti, la questione potrà essere risolta solo se una delle due parti cede il passo all’altra. O gli israeliani rinunciano ad avere tutta la città di Gerusalemme come propria capitale unica e indivisibile, oppure dovranno essere i palestinesi a rinunciare al proprio desiderio di avere Gerusalemme Est come propria capitale e optare per un’altra città come Betlemme o Ramallah. Su questo punto, a differenza degli altri, qualsiasi mediazione è impossibile se non si cerca una terza via da percorrere.  In diritto internazionale si potrebbe dire che ciò che una parte è disposta a concedere con la massima benevolenza non combacia minimamente a quanto l'altra parte è disposta ad accettare come minima condizione. Una delle due parti deve obbligatoriamente rinunciare alle sue pretese oppure occorre pensare a una soluzione alternativa che superi i divieti e la rigidità delle posizioni di entrambi per proporre qualcosa di veramente fattibile anche se estremamente arduo da far digerire.
Sullo status di Gerusalemme Est interferiscono, infatti, molti aspetti ulteriori al semplice decidere chi dovrà esercitare la potestà giuridica su quella porzione di terra. Uno dei fattori che più interferisce è quello religioso. Gerusalemme Est e, in modo preponderante, la Città Vecchia racchiusa tra le mura, sono luoghi di fede altamente simbolici e importanti per ebrei e musulmani. Nessuno vuole rinunciarci e nessuno vuole cederli agli altri. Per Israele, che bisogna ricordare è per sua stessa natura uno stato ebraico, la città vecchia è il luogo dove si ergeva il Tempio e quindi rappresenta lo spazio più sacro per la fede ebraica. Per i mussulmani, tutti quanti nel mondo e non solo i palestinesi che l’hanno abitata per secoli, la spianata delle Moschee, che si trova proprio nel lato più ad est della Città Vecchia, è il terzo luogo più santo al mondo dopo La Mecca e Medina.
Questo spiega, più di ogni altra cosa, perché ogni qual volta entra in gioco lo status quo della Spianata delle Moschee, che gli israeliani chiamano Spianata del Tempio, il conflitto tra le due parti esplode e iniziano nuovamente le violenze. L'aver per decenni rinviato sine die persino il solo voler dialogare su come cercare di risolvere il problema di Gerusalemme Est ha offerto ai fondamentalismi di entrambi le parti, e sono tantissimi, il combustibile da utilizzare ogniqualvolta vi fosse, anche solo in apparenza, la sensazione di subire un sopruso dall'altra parte. Rispetto a tutte le altre problematiche e alle questioni spinose sul tavolo delle trattative, la pace tra israeliani e palestinesi non arriverà mai se prima non verrà disinnescato il potenziale detonante legato al futuro di Gerusalemme Est e fonte di un odio sempre più cieco. Purtroppo questo è quanto ci racconta la storia degli ultimi 50 anni e quanto ci ricorda ciò che sta avvenendo oggi davanti ai nostri occhi.
L'aver voluto rinviare ogni decisione ha solo contribuito ad incancrenire una situazione già da se tremendamente complicata e senza una apparente via di uscita. Aver voluto dimenticare il problema ha permesso ai gruppi più radicali di far proprio l'aspetto religioso del problema per spostare l'intero conflitto da territoriale in confessionale. Tutto ciò che una parte, quella israeliana, peraltro già definita occupante non solo dai palestinesi ma da moltissime risoluzioni dell’Onu anche recentissime, decide di fare all’interno della Città Vecchia (come ad esempio regolare l’entrata dei fedeli ad una detta area o il montaggio di telecamere e metal detector) diventa così automaticamente per gli arabi-palestinesi un affronto alla libertà di culto e una aggressione alla comunità islamica che ha lì le proprie radici. Viceversa ogni opposizione dei palestinesi è vista da Israele come il tentativo di respingere la sua autorità e di minare la libertà di fede degli ebrei. È questa idea o convinzione, ormai radicata nella popolazione araba di Gerusalemme e della Cisgiordania nonché nelle fazioni più radicali dell’ebraismo israeliano (che hanno molta influenza diretta sulla politica israeliana), che riattiva ogni volta le fiamme di un incendio mai spento e non la singola misura che, come l’ultima goccia che fa traboccare il vaso, ha solo la colpa di soffiare sui carboni ardenti.
Su Gerusalemme Est non si tratta più ora di segnare con un pennarello un confine da cui far nascere un nuovo stato, ma di lottare con ogni mezzo per far vincere una religione su un'altra. Ecco perché ogni azione che una parte intraprende viene vista e intesa come strategia subdola per cercare di imporre un dominio che mira a destabilizzare o, peggio, annientare la libertà religiosa dell'altro. Gerusalemme Est e la sua Città Vecchia sono ora più che mai non solo una polveriera pronta ad esplodere, ma una bandiera che ognuno si sente in diritto di piantare sopra l'avversario infischiandosene del rispetto verso l’altro e di ogni diritto primario alla dignità umana. Tutto questo perché in gioco non c'è soltanto un po' di terra e qualche agglomerato urbano ma la stessa identità religiosa di un popolo intero che sta sempre più accettando di dover lottare per riaffermare il proprio credo di fronte a ciò che si ritiene sia soltanto una aggressione da parte di chi vuole imporre il proprio modo di vivere e di pregare.
Per noi, occidentali abituati fin troppo a convivere con la laicità e la separazione tra ciò che deve essere Chiesa e ciò che deve essere stato, tutto questo è persino difficile da intuire, tuttavia non è così in Terra Santa dove la religione e lo Stato sono concetti che si intersecano e spesso si sovrappongono.
In tutto questo la comunità internazionale ha una grande colpa e una enorme responsabilità. La colpa è stata quella di non aver voluto insistere sulla saggia e lungimirante proposta già avanzata in sede ONU nel 1947 di riconoscere a Gerusalemme uno speciale status internazionale che la mettesse al riparo da ciò che attualmente sta realmente succedendo. Non era una visione utopica ma perspicace, anche se necessitava di coraggio e di volontà per essere attuata e, forse imposta, quando si poteva ancora dettare legge su quel conflitto tra due popoli. Invece si scelse, un po’ per codardia e molto più per interesse geopolitico, di assecondare gli interessi del momento di ogni singola parte. In questo modo la questione Gerusalemme iniziò ad essere prima ignorata e poi completamente dimenticata.
La responsabilità è invece quella di intervenire subito affinché si trovi il modo di scongiurare ciò che sta succedendo sempre più spesso, ossia che si cerchi in ogni modo di radicalizzare il conflitto utilizzando e abusando dell'aspetto religioso. Infatti spesso ci dimentichiamo che “l’affare Gerusalemme” non riguarda solo ebrei e musulmani ma coinvolge direttamente anche tutti i cristiani che lì hanno le proprie radici, non solo perché Gesù ha vissuto ed è morto in quei luoghi ma perché Gerusalemme ha da sempre ospitato importanti comunità cristiane. Per fare questo l'unica soluzione è prendere atto che su Gerusalemme Est nessuna delle parti in causa è disposta a recedere dalle proprie pretese, giuste o ingiuste, fondate o infondate che siano. Sgomberato il campo da ogni falsa rappresentazione della realtà bisognerà ripartire da ciò che fu chiaro sin dal 1947, ossia che per la sua particolare e unica realtà storica e sociale Gerusalemme ha necessità di uno status che ne preservi la sua essenza e il suo carattere di unicità al mondo.
Ovviamente non si potrà più adottare la soluzione che in sede ONU si evidenziò nel '47 perché ormai gran parte della città è sotto il completo controllo israeliano. Tuttavia per la parte antica di Gerusalemme Est non si può più perdere tempo lasciando che la violenza e l'odio reciproco continuino a portare morte e violenza, nonché a generare quell’odio puro che impedisce persino di poter dialogare di pace. La Città Vecchia di Gerusalemme ha bisogno di un riconoscimento universale che favorisca da una parte la convivenza pacifica delle tre religioni monoteiste, quella ebrea, quella musulmana e quella cristiana, con pari dignità e libertà totale di culto, e dall'altra intervenga affinché il conflitto tra israeliani e palestinesi venga totalmente depurato da ogni coinvolgimento della religione. L'idea potrebbe essere quella di realizzare per la Città Vecchia qualcosa che assomigli in qualche modo a ciò che per Roma è la Città del Vaticano. Una sorta di oasi dove entrambe le religioni si occupino di gestire e amministrare con pari dignità ogni realtà attraverso un organismo paritario che tuteli tutte le comunità rispettandone i costumi, gli usi e la liberta di culto di ognuna. In questo modo ogni decisione su ciò che è più utile fare, anche per garantire la sicurezza ad esempio, non sarebbe più vista come unilaterale azione di una forza occupante vista con diffidenza da chi subisce ciò che ritiene una mera occupazione militare di una nazione che si dichiara per costituzione fondamentale ebrea, ma una scelta comune che tutela tutti rispettando ogni differenza. In questo modo si incomincerebbe a dialogare e a togliere ad ogni fondamentalismo quel combustibile detonante rappresentato dal voler usare l’aspetto religioso per legittimare l’uso della forza e della violenza.
Ai più questa soluzione potrebbe sembrare irrealistica se non addirittura puerile o utopistica. Certamente non è qualcosa di facile e privo di difficoltà, tuttavia non vi è altra soluzione all’orizzonte e tentare questa nuova carta non potrà che essere produttiva. Gli ultimi 50 anni di guerra, di lotte, di conflitti e di crescente odio in terra Santa ci hanno  consegnato solo giovani pronti a immolarsi per difendere una bandiera che rappresenta per loro l’unica speranza possibile e ci hanno, inoltre, insegnato che il conflitto tra israeliani e palestinesi non può essere risolto in alcun modo se non si fa uscire l’aspetto religioso dal contesto e se non si inizia un dialogo costruttivo che parta dal basso e coinvolga, così, anche le comunità religiose di tutti (cristiani compresi).
Gerusalemme Est e la Città Vecchia sono luoghi pregni di storia di fede, luoghi che ci parlano di Dio e  di Gesù. Proprio Gesù ci ha ricordato che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Spetta in primo luogo a noi cristiani, che vogliamo ardentemente seguire Gesù e il suo insegnamento, impegnarci perché ogni tentativo di intrufolare la religione nella cieca violenza umana venga scongiurato proprio nei luoghi dove la nostra fede ha avuto inizio e la Chiesa ha mosso i primi passi. D'altronde Gesù non ha parlato solo ad una parte ma a tutti gli uomini e ciò che ci ha insegnato non riguarda solo una comunità chiusa ma ogni uomo che, come figlio di Dio, deve essere trattato come nostro prossimo.