giovedì 27 luglio 2017

L'Osservatore Romano
Con un’originale e attuale rilettura della parabola del seminatore il cardinale Baldisseri si era rivolto ai giovani di Taizé, durante la messa celebrata nella chiesa della riconciliazione lo scorso 16 luglio. Invitato dal priore fratel Alois, il porporato ha trascorso alcuni giorni nella comunità monastica ecumenica, conversando a lungo con i giovani che la frequentano numerosi soprattutto d’estate. Prima di congedarsi ha lasciato in consegna un commento alla liturgia domenicale pubblicato in questi giorni sul portale di Taizé.
Spiega che «nella Bibbia, una parabola è una storia tratta dalla vita quotidiana delle persone, parla del loro lavoro, degli oggetti che utilizzano ogni giorno (una lampada, il lievito, una barca, una rete...) dei loro sogni (un tesoro, delle perle...)». Insomma «si serve di oggetti visibili e conosciuti per spiegare cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. Per questo se Gesù tornasse oggi, parlerebbe, nelle sue parabole, di reti sociali, di giochi elettronici, di viaggi turistici, di sport o di auto da corsa».
Quanto alla scelta del seminatore che «uscì a seminare», essa «è un tema costante e ricorrente in Papa Francesco per descrivere la missione della Chiesa oggi», insistendo «sull’importanza fondamentale di una cultura dell’incontro e del dialogo». Ed «è in questo ambito — prosegue il cardinale — che s’iscrive la recente iniziativa del Pontefice per i giovani: un’assemblea ecclesiale, un sinodo completamente dedicato a loro. Un’assemblea che sarà all’ascolto dei giovani e questo, di per sé, costituisce già un “cambiamento di stile” molto radicale». Infatti, «non si tratta tanto di fare a ogni costo cose nuove, di moltiplicare le iniziative, quanto di rendere l’azione pastorale più capace di mettersi al servizio dell’incontro di ognuno con Gesù». E «per poter ripartire verso nuove frontiere esistenziali, è indispensabile dar prova di grande inventiva per recuperare una forte presenza dei laici nella Chiesa, soprattutto dei giovani». Da qui l’auspicio «di cristiani impegnati, e non solo di operatori pastorali» come «nuove figure educative chiamate a formare all’audacia della testimonianza e al coraggio della sperimentazione». Insomma, conclude, occorre «passare da un atteggiamento di “sentinella”, che dalla fortezza osserva ciò che accade attorno, a quello di “esploratore” che si espone e si mette in gioco».
L'Osservatore Romano, 26-27 lugio 2017.