giovedì 13 luglio 2017

Filippine
Nelle Filippine si moltiplicano gli esempi di cooperazione tra cristiani e musulmani a favore dei profughi. Chi voleva dividere ha fallito
L'Osservatore Romano
«Mai più guerra a Marawi! Chiediamo al più presto il ritorno alla normalità e alla pace. Crediamo che la guerra a Marawi non sia un conflitto di religione. Abbiamo sentito e letto storie veramente stupefacenti di come i musulmani abbiamo protetto e aiutato i cristiani a evitare una morte quasi certa. Ora, i cristiani stanno aiutando migliaia di musulmani che sono fuggiti da Marawi. Questi sono segni indiscutibili che non esiste una guerra religiosa».
Così recita l’appello diffuso dalla Conferenza episcopale delle Filippine al termine dell’assemblea plenaria tenutasi nei giorni scorsi a Manila, nel corso della quale è stato eletto il nuovo presidente, l’arcivescovo di Davao, Romulo G. Valles, che prende il posto dell’arcivescovo di Lingayen-Dagupan, Socrates B. Villegas. Assemblea che si era aperta con un messaggio inviato dal Papa nel quale si esprimeva «solidarietà nella preghiera».
I vescovi, insieme con studiosi e leader religiosi islamici di Mindanao, hanno espresso una ferma condanna nei riguardi del «violento gruppo estremista “Maute” che, giurando fedeltà allo stato islamico, ha contraddetto i principi fondamentali dell’islam rapendo e uccidendo innocenti».
Scoraggiando dunque ogni uso strumentale della religione per fini violenti, nella dichiarazione i presuli esortano a far sì che «i genitori, le scuole, le chiese e le moschee assicurino che nessuno possa essere attirato» dalla propaganda dei terroristi, insegnando ai giovani che «le nostre fedi sono destinate alla pace» e che «nessuna religione insegna l’uccisione di persone innocenti semplicemente perché appartengono ad un’altra fede». Il messaggio, inoltre, ricorda che «esiste già la base per la pace e la comprensione. Fa parte dei principi fondamentali di entrambe le fedi: l’amore del Dio unico e l’amore del prossimo. Amare il nostro prossimo significa agire», prosegue il testo e i presuli invitano a «condividere le nostre risorse per aiutare le migliaia di persone fuggite dagli orrori di Marawi. Preghiamo per la sicurezza dei civili rapiti dai terroristi. Cerchiamo di essere vigili, aiutando le nostre forze di sicurezza a sconfiggere le minacce del terrorismo in altre aree di Mindanao. Aiutiamo il governo a ricostruire la città di Marawi in modo che i suoi cittadini possano riprendere la loro vita».
Il messaggio riconosce «l’inestimabile generosità di donatori di diverse fedi, sia locali che stranieri, che hanno risposto prontamente alle necessità dei profughi di Marawi» e lancia un appello «per ulteriori aiuti». Al riguardo, monsignor Villegas, durante i lavori assembleari, ha sottolineato che «la Chiesa cattolica deve continuare a servire e raggiungere il suo gregge, non con i pugni stretti, ma con le mani aperte. I pugni chiusi — ha detto — fanno male. I pugni chiusi non toccano, ma colpiscono e feriscono. Pugni chiusi e preghiera non corrispondono. Aprire le mani e pregare fa parte della nostra tradizione cristiana. Nelle Filippine — ha concluso il presule — non abbiamo una tradizione di pugni chiusi, perché la nostra missione è imitare le mani del Crocifisso che rimangono aperte per perdonare».
A Marawi, i leader cristiani e musulmani stanno operando insieme mostrando concretamente la solidarietà interreligiosa. Secondo il movimento “Silsilah”, attivo da tempo nella promozione del dialogo fra le comunità religiose, occorre intensificare lo sforzo «per la promozione del dialogo, della pace e della riconciliazione. Questo è un momento critico — spiegano dal movimento, che ha base a Mindanao — perché non vediamo ancora la fine di questa triste vicenda e abbiamo migliaia di rifugiati da aiutare, non solo fornendo loro cibo ogni giorno, ma anche costruendo speranza persino in questo complicato conflitto. Non possiamo negare che oggi i sentimenti di molti musulmani e cristiani siano negativi per diverse ragioni, tra cui il drammatico assedio di Marawi. Tuttavia — aggiungono — non solo dobbiamo ricostruire insieme gli edifici distrutti, ma anche curare le ferite interne. Per guarire, esse richiedono più tempo». Per questa ragione, «Silsilah si impegna a fare tutto il possibile, invitando tutti ad abbandonare la via dell’odio e del conflitto e a lavorare come fratelli e sorelle, muovendosi insieme per il bene comune».
Nei giorni scorsi, era stato il cardinale arcivescovo di Manila, Luis Antonio G. Tagle, a intervenire sui fatti di Marawi, invitando i cristiani e i musulmani del paese a restare uniti contro l’estremismo. In dichiarazioni riprese da AsiaNews, il porporato ha affermato che «la gente, qualunque religione pratichi, deve lavorare insieme contro coloro che desiderano solo distruzione». In tal senso, le storie di musulmani e cristiani che si aiutano a vicenda possono costituire una solida base per il recupero di coloro che sono stati colpiti dal conflitto. «Chiunque abbia tramato per dividere i cristiani e i musulmani — conclude il cardinale Tagle — non è riuscito nel suo intento. In realtà, ciò a cui abbiamo assistito è una comunione. Questo è ciò che ci infonde vera speranza e conferma che apparteniamo a una sola famiglia umana».
L'Osservatore Romano, 12-13 luglio 2017