venerdì 28 luglio 2017

El Salvador
L'Osservatore Romano
Ahora y aquí. «La fede che sbocciò in me, fin da piccola, al di fuori di stimoli esterni e di insegnamenti dottrinali, verso un cammino teso al servizio e, soprattutto, all’amore molto profondo per l’altro, chiunque egli fosse, credo che sia stato il cammino offertomi dalla Provvidenza per dare alla mia vita un senso o, meglio, per dare a me il senso della mia vita». Così scrive Beatrice Alamanni de Carrillo nel libro Ahora y aquí (Trento, Il Margine, 2017, pagine 287, euro 16) in cui racconta la sua vita in difesa dei diritti umani in El Salvador. Dal volume è tratto il testo pubblicato in questa pagina.
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PADRE JUAN RAMÓN MORENO
Voglio ricordare per primo, per la sua grandissima e speciale spiritualità, padre Ramón Moreno, che divenne mio confessore. Egli fu anche il confessore di padre Ellacuría. Oltre ad avere doti morali molto elevate, aveva condotto studi specializzati di etica. Era schivo, umile e semplice di carattere. Viveva a livello personale una vita cristiana molto intensa e silenziosa, sommessa, senza fronzoli e apparenze vane.
Per questo mi era carissimo e lo avevo in grande rispetto. Sentivo che le sue parole, i suoi consigli giungevano alla mia anima con autorità morale, ma soprattutto accompagnati da una grande comprensione e carità. La sua benedizione, alla fine della confessione, mi dava veramente la pace di Gesù. Quando il peso del dolore, di tante preoccupazioni personali e sociali non mi dava tregua andavo da padre Moreno. Aveva sempre tempo per chi aveva bisogno di lui.
Ricordo il nostro incontro pochi giorni prima della strage. È stata l’ultima confessione con lui. Era un pomeriggio assolato e tranquillo, fra il verde intenso e lussureggiante dei giardini bellissimi della Uca. Era sempre tutto così sereno e pacifico all’università, tanto che sembrava quasi impossibile che alle sue porte esistesse la guerra. Padre Moreno aveva un piccolo e dimesso ufficio in una casetta di legno fra gli alberi, che era la sede della pastorale per gli studenti. Durante la nostra conversazione, gli dissi che avrei voluto avere tutto il coraggio di padre Ellacuría e, soprattutto, che avrei voluto non avere mai paura, come lui. Padre Ramón mi rispose: «Tu credi che padre Ellacuría non abbia paura?». Queste parole mi colpirono molto e mi fecero ricordare che anche Cristo aveva avuto paura nell’orto del Getsemani. Essere santi credo che voglia dire anche questo: avere paura, ma non cedere mai a essa. Ancora adesso mi manca moltissimo padre Moreno che mi ha donato momenti preziosi di spiritualità, ma, soprattutto, mi ha insegnato il valore e il beneficio umano della confessione. Non voglio ricordare né soffermarmi un solo istante sulla morte particolarmente atroce e insultante che i suoi carnefici gli hanno inflitto. È la sua nobiltà d’animo e la sua spiritualità così intensa ciò che deve risaltare ed essere ricordato, ora che è certamente fra i santi.
PADRE SEGUNDO MONTES
Padre Segundo Montes aveva l’aspetto di un conquistador e il cuore buono e semplice di un bambino. Se mi chiedessero di definire con una parola padre Montes, risponderei dicendo che era buono. Nonostante i suoi grandi studi sociali, il suo profondo lavoro di ricerca, ciò che più risaltava in lui era la bonarietà, era il sorriso aperto e gentile. Gli stavano a cuore soprattutto i poveri, i migranti, cui dedicava studi esaustivi, di grande valore culturale e sociale. A lui si deve l’appassionato sforzo per creare l’Istituto dei diritti umani, che era un po’ la sua gloria e il suo ambiente di lavoro. La morte venne a interrompere il suo grande impegno, condotto in momenti tanto pericolosi, in materia di diritti fondamentali. Padre Montes era molto fedele a padre Ellacuría, e morire con lui credo sia stato per questo gesuita «facile» e inevitabile. La sua statura imponente, la sua barba bionda e i suoi occhi azzurri da «hidalgo del primo mondo» lo resero il gigante buono, solidale con i più sventurati. Era capace, nonostante la sua bontà, di scatti durissimi contro il male e l’ingiustizia verso i più deboli. In quei casi si adirava seriamente, e la sua natura forte e appassionata lasciava scorgere tutta la forza e la determinazione che aveva dentro di sé. La gente povera e umile gli voleva bene. Per questo gli fu dedicata la Comunità Segundo Montes da parte dei rimpatriati dall’Honduras dopo la guerra.
PADRE IGNACIO MARTÍN BARÓ
Con padre Nacho Martín Baró c’era una bella amicizia, resa più stretta dal fatto che eravamo quasi coetanei. Questa confidenza che nasceva dalla gioventù e dalla familiarità me lo rendeva particolarmente caro. Come tutti i martiri, anche padre Nacho era brillante e intelligentissimo. Dottore in psicologia sociale fungeva, allo stesso tempo, da preside della facoltà di psicologia e vice rettore accademico. I rapporti di lavoro fra lui e me erano molto stretti, essendo io preside della facoltà di diritto. Ci fu sempre una grande solidarietà da parte sua, ci furono amicizia sincera e appoggio costante nel sostenere le mie iniziative, progetti, eventi giuridici e sociali nell’ambito del lavoro nella Uca.
Ricordo alcuni episodi che mi sono cari. Una sera, stanchissima, dopo aver dato più lezioni di ciò che era mio obbligo, in quanto ero già occupatissima come preside della facoltà, andai da lui per una questione di lavoro. Padre Nacho mi interruppe e si preoccupò di me: mi sgridò perché lavoravo troppo, mi rasserenò, non volle sentire questioni della facoltà, volle conversare, aiutarmi, rasserenarmi. Così era padre Nacho, con tutti. Padre Nacho, come padre Ellacuría, compiva gli anni proprio nel mese di novembre, pochi giorni prima della sua morte. Mi ricordo che gli regalai un piccolo portachiavi che lui gradì molto perché, disse, ne aveva bisogno. Quando lo salutai, augurandogli tantissimi anni di vita, mi disse: «Sì, vorrei vivere ancora molto perché ho veramente ancora tanto da fare per El Salvador». Pochi giorni dopo fu ucciso.
PADRE AMANDO LÓPEZ
Padre Amando era, per certi aspetti, un po’ simile a padre Montes. Mi riferisco alla grande bontà che gli era così peculiare da far dimenticare, a volte, tutti gli altri aspetti della sua persona, dotata di una profondissima cultura teologica e biblica. Aveva insegnato a lungo nel seminario. Siamo stati per molti anni vicini di ufficio. Con lui non ebbi mai una confidenza eccessiva, sia per il rispetto che m’incuteva sia per la differenza di età. Ricordo, però, che quella sua bontà di cui ho detto si è rivelata nei miei confronti in momenti molto difficili per me. Come quando il mio bambino più piccolo fu ricoverato all’ospedale in stato grave, fra l’impotenza dei medici. Ricordo l’affetto, l’emozione, quasi le lacrime di padre Amando per il mio dolore di madre, per la mia disperazione. Ricordo quanto si attivò per cercare informazioni e appoggi all’estero per noi.
PADRE JOAQUÍN LÓPEZ Y LÓPEZ
Padre López y López, chiamato affettuosamente da tutti padre Lolo, non apparteneva alla Uca. La sua missione pastorale era diversa. Era nel mondo. Padre Lolo aveva creato una straordinaria opera sociale, chiamata Fé y Alegría, in favore soprattutto dei giovani. Questa imponente istituzione di carità cristiana era frutto del lavoro indefesso del padre e anche delle sue eccellenti relazioni sociali con le classi alte, che lo amavano e apprezzavano moltissimo e, pertanto, avevano dato grandi aiuti economici a questa sua opera santa. Padre López era amico fraterno dei gesuiti della Uca e li visitava spesso, come il giorno precedente al massacro. Essendo già tardi per ritornare a casa prima del coprifuoco delle sei di sera, fu invitato a rimanere. Così ebbe dalla Provvidenza il «dono» del martirio. Sicuramente Dio lo volle premiare con l’estremo onore dei grandi santi, come lo è il sacrificio della vita. La sua morte impressionò enormemente e dispiacque fin dal primo momento anche a coloro che quasi applaudirono al massacro dei gesuiti, perché considerarono che lui era morto «per sbaglio». Per chi ha fede, senza dubbio, la sua uccisione assurda, oltre a essere prova inconfutabile di santità, rappresenta anche con drammaticità l’ingiustizia perpetrata verso i sacerdoti. La sua morte condanna senza misericordia la strage.
ELBA E CELINA
Non ho conosciuto personalmente Elba e sua figlia Celina, le due vittime innocenti del massacro, perché la Uca è molto grande ed esse lavoravano nella casa dei padri e non frequentavano molto l’università. Posso però ricordarle attraverso le figure di tante donne salvadoregne simili a loro, soprattutto quelle che lavoravano e lavorano nella Uca aiutando a mettere ordine e a riassettare i nostri uffici. Quante storie ho raccolto dalle labbra di queste donne pazienti, lavoratrici fedeli e coraggiose. Molte di loro erano sole nell’allevare i figli perché il marito era in guerra o era scomparso. Altre avevano invece una buona famiglia per la quale lavorare duramente e lottare. Anche Elba era così, orgogliosa di quella sua figlia tanto carina e prossima alle nozze con un bravo ragazzo che piaceva a tutta la famiglia. Qui è più difficile dare un senso provvidenziale alla loro assurda morte. Almeno per me è davvero tanto difficile. Cerco di capire pensando a tante donne come loro, uccise senza un perché dalla furia bruta della guerra, vittime, in molti casi, senza nome o senza il ricordo di chi sopravvive.
PADRE IGNACIO ELLACURÍA
Credo che avere avuto il privilegio non solo di conoscere ma, soprattutto, di godere dell’amicizia di padre Ellacuría sia stato uno dei doni spirituali più grandi della mia vita, proprio perché le ha impresso un cambiamento per sempre. Monsignor Romero ha rappresentato per me la coscienza dell’essere cristiani nel modo più concreto e definitivo, agendo nel mondo, guidati solo dalla verità senza fronzoli o scuse. Mi ha dimostrato che i profeti esistono ancora veramente in questo mondo scettico e incredulo. Monsignore mi ha insegnato il coraggio e il dovere dell’azione. Ricordo questo per poter riassumere un poco ciò che credo, invece, di aver imparato da padre Ellacu. Se dinanzi a Monsignore si provava ammirazione e rispetto per la sua indiscutibile e prorompente santità, per padre Ellacu si provava subito, al conoscerlo, un’ammirazione «intellettuale» senza confronti rispetto a chiunque altro. Il suo dominio del pensiero, la lucidità del discorso insieme con la fierezza ardita delle sue asserzioni filosofiche, teologiche e politiche lo situavano su un piano assolutamente diverso e superiore agli altri. Questa «altezza» costituisce, secondo me, la ragione per cui anche i suoi nemici più irriducibili, e che provocarono la sua morte, lo ammiravano segretamente, lo rispettavano e, soprattutto, lo temevano. Era quindi inevitabile l’ammirazione, direi persino la venerazione di coloro che invece gli volevano bene, com’eravamo noi, gli amici sinceri.
Padre Ellacuría, oltre che essere stato per me guida spirituale, maestro di vita, fu anche carissimo amico della nostra famiglia. I miei figli lo amavano molto quando veniva da noi, a casa: sapeva essere lieto e amabile con i ragazzi, soprattutto con Gualtiero, il maggiore, con il quale gli piaceva scherzare e ridere. Padre Ellacu frequentava volentieri la nostra casa. C’è ancora in sala il suo posto, così come a tavola. Pur in mezzo alla guerra, furono momenti di profonda pace e di grande spiritualità quelli che trascorremmo insieme, il padre, mio marito, alcune volte padre José María Gondra o padre Rodolfo Cardenal e io, mentre i figli più grandi venivano a salutare prima di andare a letto. Con il tempo, l’abitudine era che Juan Antonio lo andava a prendere in macchina, per evitare al padre, a causa delle costanti minacce, di guidare solo, di notte. Padre Ellacu non aveva assolutamente paura di nulla, eravamo noi, gli amici, a preoccuparci per lui. Bisogna dire che padre Ellacuría era considerato serissimo, e infatti lo era, ma con le persone a lui care era molto diverso. Quanti momenti sereni e importanti abbiamo vissuto nelle sere in cui visitava la nostra casa! Quanti insegnamenti di cui ci nutriamo tutti ancora adesso.
Ricordo, pochi giorni prima del massacro dei gesuiti, la sera in cui padre Ellacuría venne a trovarci e mi donò il suo libro Conversione della Chiesa al Regno di Dio. Questo libro, che dovrebbe essere letto e meditato soprattutto dai laici, ai quali padre Ellacuría dedica l’ultimo capitolo, pone in evidenza la necessità di un’etica e di un impegno sociale fondamentali per costruire un mondo migliore, in qualsiasi società politica e in qualsiasi momento storico. La dedica che scrisse per me su quel libro mi ha guidata e confortata nei momenti più difficili della mia vita. Non potrò mai dimenticare che con quel libro stretto fra le mani e null’altro ho lasciato con la mia famiglia, pochi giorni dopo l’uccisione dei gesuiti, la nostra casa di San Salvador, quando, di notte, vennero a cercarci dei civili armati su macchine blindate. Ero con i miei tre figli: Gualtiero, Eleonora e Arrigo, che a quei tempi era molto piccolo.
Padre Ellacu, nelle belle ore di pace e di amicizia che condividevamo a casa nostra, ci considerava degni della sua fiducia e ci apriva, a volte, molto a fondo il suo cuore, confidandoci le sue preoccupazioni, le sue sensazioni, anche se, in generale, era sempre lui a darci animo, perché aveva un carattere molto positivo e ottimista, nonostante la grande lucidità e la concretezza con le quali valutava le difficoltà inerenti alla situazione del Paese. Certamente padre Ellacuría possedeva la virtù della speranza in sommo grado.
Ricordo anche un episodio delicato che desidero raccontare perché lo considero importante. Una sera, a casa nostra, padre Ellacuría, che era giunto stranamente teso, ci raccontò a cuore aperto l’incontro burrascoso del pomeriggio con il nunzio apostolico di quei tempi. Si trattava di un diplomatico di origine ungherese che non parlava molto lo spagnolo, il quale nutriva, io credo, una visione molto superficiale, e forse non del tutto esatta, della situazione del Paese. Per ragioni di sicurezza non risiedeva presso la nunziatura di San Salvador, ma viveva, invece, in Costa Rica e veniva ogni tanto a San Salvador. In quell’occasione aveva convocato padre Ellacuría per conversare con lui. Padre Ellacu ci disse di essere stato «rimproverato» dal nunzio durante questo colloquio, «perché faceva politica»; al che egli rispose: «Io non faccio più politica di quanta ne faccia il Papa».
Padre Ellacu, così serio, così intenso, sempre volto alle cose grandi, riusciva a essere talmente semplice e amichevole con i ragazzi che essi lo amavano molto, soprattutto il mio primogenito. Ricordo pochi giorni prima della strage quando mio figlio, ormai adolescente, di sua iniziativa andò a visitare padre Ellacu all’università per chiedergli di essere suo padrino alla cresima. Gualtiero era studente del penultimo anno di liceo, proprio nel collegio Externado de San José, sempre dei gesuiti. Padre Ellacu gli offrì qualcosa di meglio. Gli disse che lui stesso gli avrebbe impartito la cresima, perché di sicuro il vescovo, monsignor Rivera y Damas, l’avrebbe permesso, e che lui s’incaricava di ciò. Pochi giorni dopo padre Ellacu fu ucciso e mio figlio non ha più voluto ricevere la cresima.
Padre Ellacu mi ha insegnato a non temere d’essere «eccellente», sto usando le sue parole. Egli era eccellente e aveva una sincera simpatia per chi dimostrava interesse e volontà di riuscire a fare il meglio possibile, ad eccellere, non certo per sterile vanità, ma per amore del servizio al popolo che, soprattutto in America Latina, deve essere aiutato a trovare se stesso, ad esprimere tutta la sua dignità e il suo potenziale, a crescere, per trovare da solo il suo destino, senza sterile assistenzialismo, quasi sempre paternalistico, da parte dei Paesi più ricchi.
È da padre Ellacuría che ho appreso questa grande lezione di rispetto e di fiducia nel futuro dignitoso e indipendente di questo popolo in particolare e di tutto il terzo mondo in generale. Il rispetto, infatti, è ciò che costituisce l’essenza dell’uguaglianza fra le persone e i popoli, la base della vera democrazia, ma anche, e soprattutto, il senso profondo della caritas cristiana che stima l’altro perché vede nel prossimo Cristo stesso. Penso che su Padre Ellacuría abbia avuto un’influenza straordinaria e determinante il martirio di monsignor Romero. Ellacu era un grande intellettuale, la sua testimonianza cristiana si esprimeva per mezzo del pensiero e attraverso la parola inequivocabile e autorevole. Era un profondo teologo e un filosofo di prima grandezza. Il suo rapporto con la situazione di El Salvador era eminentemente «accademico», direi teorico, anche se profondamente immerso nella realidad nacional del Paese. Tutto ciò prima della morte di Monsignore (avvenuta nel 1980). Dopo di essa padre Ellacuría acquisì un atteggiamento di partecipazione, direi, più totale, definitivo, più personale, più concreto, più disponibile, fino a diventare inarrestabile, alle vicende di El Salvador, soprattutto per quanto riguardava la denuncia del peccato del mondo, senza alcun limite o prudenza, senza alcun risparmio di sé.
Come l’uccisione di tanti sacerdoti, soprattutto di padre Rutilio Grande, giovane gesuita e confessore di monsignor Romero, «convertì» questi al martirio, così, senza dubbio, la morte di Monsignore approfondì nell’animo di padre Ellacuría la disposizione, accettata pienamente con lucida coscienza, della testimonianza personale fino alle ultime conseguenze.
La fede vissuta accanto e nel popolo con «passione», secondo l’origine etimologica greca del termine, è ciò che ho appreso da monsignor Romero. Il valore del pensiero creatore di giustizia e verità, l’impegno totale per trasformare il mondo, con la certezza teologica della venuta del Regno, è ciò che ho ricevuto da padre Ellacuría. Non essere cristiana avendo avuto questi santi come maestri sarebbe quasi impossibile.
L'Osservatore Romano, 28-29 luglio 2017.