venerdì 28 luglio 2017

L'Osservatore Romano
Ahora y aquí. «La fede che sbocciò in me, fin da piccola, al di fuori di stimoli esterni e di insegnamenti dottrinali, verso un cammino teso al servizio e, soprattutto, all’amore molto profondo per l’altro, chiunque egli fosse, credo che sia stato il cammino offertomi dalla Provvidenza per dare alla mia vita un senso o, meglio, per dare a me il senso della mia vita». Così scrive Beatrice Alamanni de Carrillo nel libro Ahora y aquí (Trento, Il Margine, 2017, pagine 287, euro 16) in cui racconta la sua vita in difesa dei diritti umani in El Salvador. Dal volume è tratto il testo pubblicato in questa pagina.
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(Beatrice Alamanni de Carrillo) Le condizioni del Paese erano ormai al limite della sopportazione. Se da un lato, a livello internazionale, si premeva sui due contendenti per raggiungere quanto prima un accordo, in El Salvador il conflitto infuriava sempre più, senza una vittoria per nessuno. Bisogna ricordare anche la caduta del muro di Berlino, che era avvenuta da poco e che aveva allentato moltissimo le maglie della cortina di ferro e la retorica della guerra fredda. Le grandi potenze mondiali non erano più disponibili a permettere, o addirittura a sostenere, focolai di guerre civili nei Paesi del terzo mondo.
Era diventata di moda la pace. Per di più il grande capitale salvadoregno voleva tornare quanto prima agli affari a livello sia nazionale sia internazionale e la guerra era un inutile e nefasto ostacolo: per questo tutti i protagonisti principali e secondari del conflitto volevano davvero finirla con esso.
Le trattative erano però lente e poco proficue e perciò la guerriglia decise di forzare i tempi, scatenando la ofensiva final nel novembre del 1989 come un gesto pubblicitario di forza che si trasformò in un’autentica avanzata verso la capitale. Ciò provocò un crollo scomposto dell’esercito, che non si aspettava tanta forza e tanto successo della guerriglia. Nell’ambito di questa immensa tragedia che sconvolse tutto il territorio nazionale, acquisendo realmente l’aspetto e la struttura di una terribile guerra civile, avvenne il massacro dei gesuiti da parte dell’esercito. Di certo, questo «perdere la testa» e il controllo da parte dell’esercito condusse, anche se questa non fu la causa principale, a prendere l’assurda e folle decisione di massacrare i gesuiti, considerati, in quel momento, come gli ispiratori della situazione pericolosissima che si era verificata. Naturalmente, nulla era più lontano dalla verità che tale teoria. Va detto, infatti, che non ci fu mai un rapporto diretto fra i comandanti guerriglieri e i gesuiti; anzi, direi che esistette sempre una certa distanza, non solo materiale ma, soprattutto, intellettuale e ideologica assolutamente netta fra di loro. Caso mai, va detto che padre Ellacuría lavorava strenuamente per la pace, con la sua lucidità, la sua intelligenza straordinaria e con la sua chiara visione del destino democratico che si doveva creare per El Salvador.
Il padre aveva la stima e la rispettosa considerazione dell’allora presidente Fredy Cristiani, di origine italiana, il quale, durante la campagna politica per la sua elezione alla presidenza, era stato ospite della Uca in uno storico evento pubblico che ebbi l’onore di organizzare e al quale prese parte padre Ellacuría.
Di lì nacque la conoscenza fra i due. Padre Ellacuría pensava che solo coinvolgendo le più alte sfere del potere economico e politico si potesse, realmente, arrivare alla pace; e non certo con le armi. Cristiani era, ed è, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese; ed è sempre stato, e continua a essere, il massimo leader del partito Arena (Alianza republicana nacionalista), il partito ufficiale della destra salvadoregna, che ha mantenuto il potere e il governo per lunghi anni. Senz’altro, dunque, in quel momento Fredy Cristiani godeva di grande prestigio e aveva la possibilità reale e determinante di mettere fine alla guerra. Padre Ellacuría vedeva ciò chiaramente e faceva tutto il possibile per aprire spazi di dialogo concreti ed efficaci fra il governo e i rivoluzionari.
Padre Ellacuría pensava già alla futura pace che vedeva prossima e si preparava a lavorare per la ricostruzione del Paese. Egli aveva, infatti, una personalità vigorosa, ottimistica e positiva, sempre volta al bene e al conseguimento dei risultati che si desideravano. Per questo la morte assurda dei gesuiti, grandi forgiatori di pace, costituì, oltre che un vergognoso e ignobile delitto, anche un gesto assurdo, irrazionale, selvaggiamente inutile e sbagliato, di cui El Salvador paga ancora il prezzo in campo internazionale, a livello di immagine, in quanto alle violazioni dei diritti umani. Non posso evitare di condividere con chi leggerà queste pagine la memoria della notte in cui furono uccisi i miei cari gesuiti.
Da vari giorni nel Paese infuriavano l’offensiva finale e la durissima risposta dell’esercito. Mancavano la luce, l’acqua, i generi di prima necessità nei supermercati, si viveva al buio con l’opprimente coprifuoco, cui non ci si poteva abituare nonostante lo si avesse subito quasi per tutta la guerra. Nelle sere precedenti al massacro solevo chiamare al telefono i padri, nonostante il controllo dei servizi segreti. Poche parole correvano fra di noi, ma sufficienti per capirci al volo. Una sera, due giorni prima della strage, padre Montes, con molta preoccupazione e molta tristezza, descrisse il sopralluogo violento perpetrato dall’esercito nella loro umile abitazione, accanto alla cappella e all’edificio dei professori di giurisprudenza, proprio il mio, e a quello di economia. Un atto selvaggio e inutile che per padre Montes costituì un dolore profondo, un’offesa alla dignità umana. L’ultima telefonata dell’ultima sera, pochi momenti prima dell’irruzione brutale del gruppo militare specializzato per compiere questo tipo di crimini, resterà per me il loro saluto: il saluto di chi sa lucidamente ciò che sta per accadere e lo affronta con estrema coscienza, chiarezza e determinazione, così come era avvenuto, nove anni prima, per monsignor Romero.
Parlai, in quel frangente, con padre Ignacio Martín Baró, il più giovane dei gesuiti uccisi. Con lui c’era un’amicizia fraterna e spontanea perché eravamo quasi coetanei. Mi ricordo il giorno del suo compleanno, poco prima della morte, quando, al mio augurio di molti anni ancora di vita, mi disse: «Sì, vorrei vivere ancora un po’ perché ho tante cose da fare». Quell’ultima telefonata con lui, con loro, non potrò mai dimenticarla e ancora oggi mi è difficile parlarne. Ignacio Martín Baró sapeva ciò che stava per accadere, ne aveva piena coscienza. Alle undici di sera, poche ore prima del massacro, gli telefonai dicendo che sarei andata a trovarlo. Sapevamo naturalmente che i telefoni erano controllati. Lui rispose con un «no» deciso. Gli chiesi: «Perché?». «La benzina è razionata, devi tenerla per i tuoi figli, non venire», rispose. Si aspettava che qualcosa di terribile sarebbe successo.
Nella notte tra il 15 e il 16 novembre 1989 un reparto speciale dell’esercito penetrò nella Uca e circondò la residenza dei padri gesuiti. Li chiamarono e li uccisero uno per volta. Morirono così padre Ignacio Ellacuría, padre Segundo Montes, padre Ignacio Martín Baró, padre Joaquín López y López, padre Juan Ramón Moreno, padre Amado López. Con loro furono uccise anche la collaboratrice domestica Julia Elba Ramos e sua figlia Celina, di quindici anni, perché testimoni della strage.
Quando sono entrati, i militari dello squadrone della morte hanno ammazzato la mamma e la giovane figlia; padre Ignacio ha protestato, si è ribellato, e loro lo hanno selvaggiamente colpito e poi ucciso. Come atroce paradosso, i militari «incaricati» del massacro erano diretti da un giovane tenente di buona famiglia che era stato alunno di padre Montes nell’Externado de San José.
Certamente la strategia militare che organizzò l’operativo fu diabolica nella scelta proprio di questo giovane ufficiale come comandante del manipolo degli assassini. La prova che da tempo si preparava la strage dei padri gesuiti appare chiara dal fatto che padre Montes, che era buonissimo e, in certo qual modo, anche un po’ ingenuo, aveva ripetutamente ricevuto le visite amichevoli di questo giovane ufficiale, che andava da lui, a suo dire, per ricordare i bei tempi del liceo. Padre Montes commentava questo fatto con commozione. Purtroppo non si trattava di un gesto di amicizia ma di una ricognizione militare, per conoscere meglio il terreno dell’operativo. Questo particolare aggiunge orrore e sconforto al massacro. Ricorda un poco il tradimento fatto a Gesù.
Non posso ancor oggi dimenticare che la mattina seguente il massacro, quando la notizia si diffuse, in alcuni ambienti sociali, in tante case imponenti e prestigiose si brindò come a una splendida vittoria militare. Tante signore, molto eleganti, andando in quella terribile mattina a fare acquisti nel supermercato della zona alta della città, in cui la mia famiglia vive da sempre, commentavano la «meravigliosa» notizia della strage dei gesuiti. Assistei direttamente a queste scene perché fu proprio al supermercato, dove ero andata il mattino presto per cercare dell’acqua in quanto non ce n’era più in casa, che ricevetti la terribile notizia da una persona che lavorava alla Uca. «Li hanno ammazzati tutti» mi disse. Mi guardai intorno e allora mi accorsi che le signore bene si facevano i complimenti l’una con l’altra... Corsi immediatamente alla Uca. Era un caos indescrivibile.
Il funerale si svolse alla Uca, in una grande sala. Eravamo tutti vicini a quelle bare con i corpi dei nostri colleghi, amici, maestri... Vennero anche i miei figli. Juan Antonio ebbe l’onore di portare sulle spalle la bara di padre Ellacuría, per un tratto del percorso lento, doloroso e sconfortante dei feretri dall’auditorium a tutto il campus, ultimo saluto dei martiri alla loro Uca. Il giorno dopo tornai alla Uca. Forse era incoscienza, forse era coraggio. Volevo, con tanti altri, andare avanti. E poi, c’era tanto da fare... Ci sono stati nove giorni di lutto e di celebrazioni in memoria dei martiri, il cosiddetto «Novenario» delle messe per i defunti, tradizione cattolica in tutta l’America Latina dopo un decesso.
Credo che ricordare i martiri sia un dovere morale per chi li ha conosciuti ed è stato testimone della loro opera, in anni così angosciosi e significativi per El Salvador. Il loro contributo alle coscienze di tutti coloro che credono nel Vangelo e nel Regno di Dio costituisce, infatti, un autentico patrimonio spirituale. Spero, dunque, che questo contributo dei martiri possa anche essere percepito attraverso il vissuto di chi ha condiviso con loro, con cuore sincero, progetti, speranze, intenti e sacrifici per costruire un mondo migliore.
È certamente straordinario trovare in un Paese piccolo e poco rappresentativo nel contesto mondiale come lo è El Salvador, prima e durante la guerra civile, per un segno del destino o della Provvidenza, tante personalità eccezionali e, insieme, così grande profondità intellettuale e morale, specialmente nella Uca. Sicuramente, questa straordinaria eccezionalità non si ripeterà per lungo tempo in El Salvador. Infatti, i martiri, specialmente padre Ellacuría, furono grandi non solo per ciò che predicarono e scrissero ma, soprattutto, per la testimonianza concreta del Vangelo di Cristo che manifestarono in ogni momento della loro vita. La pienezza dell’impegno dei martiri coadiuvò con intensità e determinazione l’ispirazione e la rilevante capacità di guida e di esempio di padre Ellacuría. Così come lo seguirono nella morte, i suoi confratelli lo avevano costantemente seguito nella vita, nella grande missione di lavorare sempre e solo per il Regno di Dio.
La determinazione di padre Ellacuría di creare, con lucidità e capacità, progetti concreti e coraggiosi per il futuro di pace di El Salvador costituì il suo impegno più pressante e, direi, l’aspetto peculiare della sua azione sociale nei difficilissimi tempi in cui visse e lavorò in questo Paese. È possibile pensare che se padre Ellacuría fosse vissuto, forse lo svolgimento dei fatti politici e sociali degli anni che seguirono il decennio di guerra civile avrebbe potuto essere migliore. Infatti l’orientamento e, in un certo modo, l’influenza del pensiero della Uca, in particolare di padre Ellacuría, il rispetto e l’autorità morale di cui egli godeva anche e soprattutto fra i suoi nemici avrebbero contribuito grandemente a una pace che, purtroppo, invece, è andata impallidendo in aspetti poco significativi, per non dire involutivi. In effetti in questi anni in El Salvador sono stati poco presenti gli elementi fondamentali di una pace vera. Una pace intesa non solo come il silenzio delle armi bensì come la costruzione autentica e concreta di un mondo migliore, di una società più giusta e più eguale.
L'Osservatore Romano, 28-29 luglio 2017.