domenica 30 luglio 2017

(Egidio Picucci) Era una giornata di fine luglio del 1987 quando un incontro amichevole con gli indios tagaeri nel folto della selva ecuadoriana, divenne una pioggia di lance che uccise un vescovo spagnolo e una religiosa colombiana: monsignor Alejandro Labaca Ugarte, cappuccino, vescovo del vicariato apostolico di Aguarico, e la suora colombiana suor Inés Arango. Un elicottero li aveva lasciati fra le capanne degli indios che essi volevano salvare dai danni che sarebbero stati provocati a loro e all’ambiente dalle trivellazioni petrolifere. Questo gruppo indigeno (detto pucachaquis, piedi rossi, perché si tinge i piedi con il succo rosso di un vegetale) fa parte delle tribù incottattate e respingeva ogni rapporto con la civiltà; per questo era considerato molto pericoloso. Tuttavia, monsignor Labaca, forte della la sua esperienza di missionario che aveva dedicato gran parte della sua vita alla conoscenza della cultura e dei costumi dei popoli indigeni dell’Ecuador, decise di avvicinarli, visto che si erano dimostrati disponibili a un incontro, sia perché avevano ritirato i doni lanciati nei voli precedenti, sia perché durante l’ultimo volo avevano fatto segno all’elicottero di scendere a fianco delle loro capanne. Purtroppo tutto finì con l’uccisione sia del vescovo che della suora che lo accompagnava, trafitti da lance di legno che si possono vedere sulla loro tomba nella cattedrale di Puerto Francisco de Orellana, capoluogo dell’omonima provincia.
In loro ricordo ogni anno il vicariato organizza una marcia che, dalle varie comunità, raggiunge il capoluogo; marcia a cui partecipa sempre un gran numero di gente, compresi gli indios, perché nessuno ha dimenticato il sacrificio dei due missionari che san Giovanni Paolo II definì «testimoni delle fede». La morte del vescovo, un uomo zelante e coraggioso, da buon basco rispettosissimo delle minoranze etniche e della cultura altrui (gli indios dicevano che con lui la tribù era cresciuta di una unità, tanto aveva assimilato il loro stile di vita) non solo colpì la chiesa locale, ma tolse agli indios un valido difensore, ritardando anche la conoscenza della loro tribù (il 25 per cento della popolazione del vicariato), anche se i confratelli hanno raccolto la sua eredità in quanto a conoscenza e difesa di gente che magari non è arrivata sulla luna, ma che non ha neppure contaminato la terra come hanno fatto altri. Il giorno prima di partire per l’impresa, il vescovo disse all’amico monsignor Mario Ruiz: «Se non andiamo noi, li uccideranno tutti».
Monsignor Labaca aveva già avvicinato la popolazione degli auca, prima via fiume e poi con un piccolo aereo in quel tempo a servizio della missione. Dopo faticosi e rischiosi tentativi, finalmente nel 1967 riuscì non solo a raggiungerli, ma addirittura a farsi adottare come figlio da due co niugi molto più giovani di lui, Hiniguo e Paya, con una cerimonia rituale che richiama il battesimo cattolico. Fu un successo storico, di cui il vescovo approfittò unicamente per studiare la cultura tribale, soprattutto nei riguardi della religione, arrivando a sorprendenti scoperte di cui si sarebbe servito per un’eventuale evangelizzazione.
La morte del vescovo e della suora scosse non solo l’opinione pubblica, ma anche il governo, che fermò i lavori della compagnia petrolifera e nel 2000 delimitò una riserva di settecentomila ettari per gli indios. Tuttavia i problemi non sono finiti: le trivellazioni sono ricominciate; la deforestazione avanza e il turismo incontrollato minaccia la vita degli indigeni. Non è finita neppure l’opposizione degli indios verso i bianchi e verso le tribù vicine, una delle quali, l’anno scorso, si è resa responsabile di due morti. La missione cappuccina ha denunciato e denuncia le varie aggressioni in ogni occasione, appoggiata dalla Fondazione Alejandro Labaca sostenuta dal governo basco e navarro, nonché da laici locali cristianamente impegnati. «Nella selva — diceva il vescovo — non ci sono ideologie: prima bisogna salvar la vita, poi l’anima».
Grazie a questi interventi, nel 2008 il governo ha riconosciuto i diritti delle tribù isolate, e nel 2013, in seguito all’uccisione di venti persone (soprattutto donne e bambini) il presidente della Repubblica ha formato una commissione presieduta dal Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio. L’attuale vescovo, Jesús Esteban Sádaba, ha detto che, nonostante tutto, i problemi rimangono, perché nella selva ecuadoriana prevalgono non i diritti degli indigeni, ma gli interessi delle grandi compagnie internazionali, legate all’estrazione del petrolio e del legno. È sempre vero quello che disse il ministro dell’interno, Raùl Baca Carbo, nel quinto anniversario della morte di monsignor Labaca e di suor Inés, e cioè che «solo quando impareremo a impegnarci con il potere dell’amore e non con l’amore del potere, potremo cambiare l’Ecuador e tutto il mondo».
L'Osservatore Romano, 29-30 luglio 2017.