martedì 25 luglio 2017

(Agnes Abuon) Da ragazza sono cresciuta in una zona rurale nel Kenya occidentale, dove non avevamo acqua potabile. Ogni giorno andavamo al fiume vicino a prendere l’acqua per il nostro uso domestico, utilizzando vasi che portavamo sulla testa. Nel pomeriggio portavamo il bestiame dei nostri padri allo stesso fiume per bere acqua. Durante gli anni delle superiori e dell’università sono andata in città, dove c’era acqua potabile accessibile e in abbondanza. Potevamo fare il bagno tutte le volte che volevamo, lavare i nostri indumenti e nuotare. Durante gli anni di studio in Svezia, l’acqua era ovunque: nelle tubature (calda e fredda), nelle piscine, nei fiumi, nei laghi, nel mare.Negli ultimi quarant’anni, lavorando per la Chiesa e come consulente per lo sviluppo, ho vissuto molte esperienze con le donne in varie parti dell’Africa, donne delle zone rurali, che costituiscono la maggioranza della popolazione in Africa, in ogni angolo del Kenya, dell’Africa orientale, in Etiopia, Sud Sudan, nel Congo e nell’Africa meridionale. In queste aree la scarsità e la difficile accessibilità dell’acqua e la povertà sono reali e pesanti.
Secondo il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (2016), «l’accesso all’acqua potabile, ai servizi igienici e a quelli sanitari è un diritto umano, ma miliardi di persone devono ancora affrontare quotidianamente difficoltà per accedere anche ai servizi più basilari. Circa 1,8 miliardi di persone nel mondo utilizzano una fonte di acqua potabile contaminata da materiale fecale. Circa 2,4 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base, come i bagni o le latrine. La scarsità d’acqua colpisce più del 40 per cento della popolazione mondiale e si prevede che aumenti». Inoltre, la scarsità di acqua, la sua qualità insufficiente e servizi igienici inadeguati influiscono negativamente sulla sicurezza alimentare, sulle scelte di sussistenza e sulle opportunità educative per le famiglie povere in tutto il mondo. La siccità affligge alcuni dei paesi più poveri del mondo, peggiorando la fame e la malnutrizione. Entro il 2050 almeno una persona su quattro rischia di vivere in un paese colpito da carenze croniche o ricorrenti di acqua dolce. L’impatto economico del non investire in acqua e servizi igienico-sanitari è pari al 4,3 per cento del pil dell’Africa subsahariana. L’Africa subsahariana è influenzata negativamente dai cambiamenti climatici e sta diventando più arida e più soggetta alla siccità. Secondo la Federazione internazionale della Croce rossa, oltre 20 milioni di persone in Kenya, Sud Sudan, Etiopia e Somalia sono attualmente colpite dalla siccità. La maggior parte delle vittime sono donne e bambini. Ora il governo del Kenya ha dichiarato la siccità una calamità nazionale (23 su 47 contee si trovano ad affrontare una grave siccità). L’Autorità per la gestione delle acque del Kenya dice che circa 2,7 milioni di persone sono nel bisogno e il bestiame è minacciato. Durante l’attuale siccità ci sono in questi paesi ragazze e donne che possono impiegare fino a otto ore al giorno per andare a prendere circa 20 litri d’acqua. Attualmente molti bambini non stanno frequentando la scuola.
In Africa la scarsità idrica sia fisica sia economica sta ostacolando lo sviluppo sociale ed economico. Inoltre, sempre più spesso la scarsità d’acqua provoca conflitti: le comunità locali stanno vivendo tensioni e violenze per l’accesso quotidiano ai punti di approvvigionamento. In questi conflitti donne e bambini sono il numero più alto di vittime.
Non c’è dubbio che in Africa la scarsità d’acqua sia legata ai cambiamenti climatici e alla cattiva gestione delle risorse. Più cruciale ancora però è l’equo accesso e distribuzione dell’acqua. La situazione è tale per cui le aziende e gli impianti industriali stanno accedendo all’acqua per uso industriale più di quanto non vi si acceda per uso domestico. Per i poveri che vivono ai margini nelle città, il costo dell’acqua sta diventando sempre più proibitivo. Così molte famiglie non possono permettersi la quantità di acqua necessaria per l’uso domestico quotidiano. La commercializzazione e la privatizzazione dell’acqua come risorsa essenziale per la sussistenza è un problema rilevante in molti paesi africani. Di recente nel Corno d’Africa, l’acqua di una grande diga è stata deviata a beneficio dell’agricoltura commerciale, lasciando così molte piccole comunità dedite alla pastorizia senza sufficiente acqua, con conseguente perdita di bestiame e vite umane, come testimoniato dall’attuale siccità nella zona settentrionale del Kenya.
Acqua potabile significa accesso e approvvigionamento adeguati di acqua pulita per bere, fare il bagno, cucinare e pulire. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’acqua potabile dovrebbe essere disponibile da una sorgente lontana non più di un chilometro e nella quantità di almeno 20 litri per persona al giorno. Per chi vive nel mondo sviluppato e in altre aree urbanizzate, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è considerato un diritto fondamentale, non un lusso. Milioni di comunità in Africa però non hanno questo diritto fondamentale e soffrono per conflitti, malattie e morti che potrebbero essere evitati. Sempre secondo l’Oms, l’acqua non potabile, i servizi igienici inadeguati e le condizioni sanitarie scarse rappresentano il 9,1 per cento delle cause generali di malattia e il 6,3 per cento di tutti i decessi. Questa percentuale colpisce in modo sproporzionato donne e bambini nei paesi in via di sviluppo; fattori legati all’acqua causano più del 20 per cento dei decessi tra le persone sotto i 14 anni. La mancanza di accesso e di disponibilità di acqua pulita e servizi sanitari ha avuto effetti devastanti su molti aspetti della vita quotidiana delle donne, come il lavoro, la sicurezza, l’istruzione e l’uguaglianza.
Le donne portano il peso più gravoso della mancanza di acqua potabile e servizi igienici. Nella maggior parte delle zone in cui non sono disponibili queste risorse, le donne e i bambini sono responsabili dell’approvvigionamento dell’acqua per le loro famiglie e spesso trascorrono diverse ore al giorno per raggiungere una fonte d’acqua e per fare la fila. Questo spesso li mette a rischio di aggressioni e violenze. Le donne e le ragazze spesso rimangono a casa dal lavoro e da scuola per curare i familiari colpiti da malattie legate all’acqua; fanno la maggior parte dei lavori domestici per la famiglia; non vanno a scuola se non ci sono i bagni che garantiscano loro un posto privato per prendersi cura delle loro necessità igieniche. Sono più vulnerabili alle infezioni quando devono aspettare fino all’oscurità per usare il bagno, che spesso significa fare i propri bisogni in un campo o in una foresta. È faticoso trasportare l’equivalente di un bambino di 5 anni per tre ore al giorno. E alcune donne portano ancora di più, anche oltre i 30 chili in un barile trasportato sulla schiena.
L'Osservatore Romano, 24-25 luglio 2017.