mercoledì 17 febbraio 2016

Messico
Il Papa in Messico. Cronaca dell'Osservatore Romano
L'Osservatore Romano
(Gaetano Vallini) In prima linea. Sei volte un Papa è giunto in passato in Messico, ma Morelia non era mai stata inclusa nei programmi. Perciò la visita di Francesco martedì mattina in questa città che vanta una comunità ecclesiale fondata 480 anni fa è qui considerata storica. Per questo la capitale dello Stato di Michoacán si è vestita a festa, pronta a fare da palcoscenico a tre significativi appuntamenti con il Pontefice: la messa con sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi in mattinata, la visita alla cattedrale e l’incontro con i giovani nel pomeriggio.
Certo non va dimenticato che Morelia e l’intera regione sono state segnate da tragici episodi legati al narcotraffico, che hanno causato e causano sofferenze a tante famiglie, oltre a un senso generale di insicurezza. Violenze che sembrano non conoscere tregua, visto che nel solo mese di gennaio nello Stato si sono contati ben 52 omicidi, che diventano 290 se si considerano anche i due mesi precedenti. Tuttavia la città non si è rifatta il trucco per celare i problemi, ma ha voluto affidare alla sua gente, dalle profonde e antiche radici cristiane, il compito di presentare a Francesco una comunità che ha voglia di cambiare, di tornare a sperare.
Per questo migliaia di abitanti della città, insieme a molti altri dell’intera area, la stragrande maggioranza, quelli che non si arrendono, hanno voluto far sentire a Francesco tutto il loro calore, certi di poter ascoltare da lui una parola di incoraggiamento. Accorsi fin dalle prime ore del mattino, in tantissimi (si è calcolato trecentomila persone) lo hanno atteso lungo la parte finale dell’itinerario — undici chilometri dei trentadue totali, i primi percorsi in elicottero — che dall’aeroporto lo ha portato su un’auto scoperta al luogo del primo avvenimento.
All’arrivo allo scalo internazionale General Francisco J. Mújica, in un’altra giornata di sole, il Pontefice ha ricevuto il benvenuto dall’arcivescovo Alberto Suárez Inda, creato cardinale nel concistoro di un anno fa, e da alcune autorità locali. Neanche qui è mancato un saluto di suoni e colori, grazie a un gruppo che indossava costumi tradizionali. Un piccolo assaggio dell’entusiasmo con il quale Francesco è stato accolto dagli oltre ventimila sacerdoti, religiosi, suore, seminaristi e diaconi, giunti da diverse diocesi, che gremivano lo stadio Venustiano Carranza, dove il Papa ha effettuato un giro lungo l’anello dell’impianto a bordo di un piccolo veicolo elettrico. Anche questo un momento significativo per un Paese che conta quasi tredicimila preti diocesani, quattromila sacerdoti religiosi, novecento diaconi permanenti, millesettecento religiosi non sacerdoti, ventisettemila religiose professe, cinquecento membri laici di istituti secolari e undicimila seminaristi, che operano nelle oltre settemila parrocchie delle 93 diocesi, dove sono attivi quasi seimila centri pastorali.
Ma il Messico è anche un Paese in cui i preti pagano un prezzo altissimo per il loro impegno accanto alla gente, in particolare ai migranti, ai lavoratori sfruttati, alle vittime della criminalità e della droga, in difesa dei diritti umani. Secondo i dati del Centro católico multimedial, tra il 1990 e il 2015 sono stati vittime di omicidi 38 sacerdoti, un cardinale (Juan Jesús Posadas Ocampo, arcivescovo di Guadalajara, nel 1993), un diacono e quattro religiosi, il numero più alto dell’America latina. Lo scorso anno le vittime sono state tre: una era un parroco di Morelia, Francisco Javier Gutiérrez Díaz, e delle altre due non si sa nulla dopo il rapimento, come accade non di rado. Le minacce di morte nei confronti di preti sono aumentate del 113 per cento in un lustro, mentre le violenze più comuni sono aggressioni, rapine, sequestri e torture. Il ruolo della criminalità organizzata in questi fatti è spesso acclarato, anche se altre volte si tratta di malavita comune.
Ma tutto ciò non ferma la missione evangelizzatrice, l’impegno pastorale. Soprattutto non frena lo slancio di sacerdoti, religiosi e suore. Bastava vedere il loro entusiasmo qui, nello stadio, il loro abbraccio affettuoso al Papa. E lui — che all’inizio della messa ha ricordato l’arcivescovo Carlos Quintero Arce, emerito di Hermosillo, morto nella notte a 96 anni — ha ricambiato con altrettanto calore, ben conoscendo le loro sofferenze e difficoltà, ma anche la ricca e antica storia di questa Chiesa che, nonostante le persecuzioni e i tentativi di marginalizzazione, riesce a resistere e a crescere. Una storia simboleggiata nel pastorale e nel calice usati per la messa. Sono infatti quelli di Vasco de Quiroga, il primo vescovo di Michoacán dal 1537 al 1565, che qui impiantò il seme del Vangelo. A lui Francesco ha dedicato un passaggio dell’omelia, ricordandolo come «lo spagnolo che si fece indio».
Durante la messa si è pregato anche nella lingua dei purépecha, popolo indigeno di questa regione. E prima di lasciare il palco, dove sopra all’altare era stato posto il crocifisso della parrocchia di San Francísco di Morelia, Francesco ha sostato davanti all’immagine della Virgen de la Salud. Si tratta di una copia di quella conservata nella basilica di Pátzcuaro, risalente al 1539.
Successivamente il Papa si è recato nell’antica cattedrale, che si affaccia su Plaza de Armas affollata di persone radunatesi — come del resto lungo tutto il percorso dall’episcopato — per salutarlo. In sagrestia ha incontrato quattordici rettori di università messicane e sei esponenti di altre religioni. All’interno della chiesa è stato invece accolto da seicento bambini della diocesi che frequentano il catechismo. Un incontro semplice, con i piccoli che hanno dato al Papa un chiassoso benvenuto. Ma prima di prendere la parola, il Pontefice ha reso omaggio a José Sanchez Del Rio, il beato quattordicenne martire durante la persecuzione dei cristeros che sarà presto canonizzato: ha deposto un mazzo di fiori su una statua bronzea che riproduceva il corpo riverso a terra, senza vita, e ha baciato una reliquia. Quindi ha salutato anche Lupita, la bambina che oggi ha sette anni, miracolata quando aveva appena tre mesi per intercessione di Josélito. É stato proprio Papa Francesco a firmare il decreto che ha riconosciuto il miracolo.
Ai bambini ha poi chiesto di pensare alla famiglia, agli amici e anche alle persone con sui si è litigato, «perché non è bello avere nemici». Ma ha chiesto di pensare anche a tutte le persone che li aiutano a crescere, con una benedizione speciale per le mamme, i papà e i nonni. E prima di invitarli a recitare un’avemaria, li ha esortati a seguire l’esempio di Josélito. Infine è sceso a salutarli, cominciando da quelli malati.
All’uscita, prima di raggiungere il luogo dell’incontro con in giovani, il sindaco ha consegnato al Pontefice le chiavi della città. E poi via verso un nuovo bagno di folla.

Con i giovani nello stadio Morelos y Pavón
Il Messico che vuole rinascere
«Alcuni giovani sono in preda alla disperazione e si lasciano trasportare dall’avarizia, dalla corruzione e dalle promesse di una vita intensa e facile, ma al margine della legalità. Stanno aumentando tra noi le vittime del narcotraffico, della violenza, delle dipendenze e dello sfruttamento. A molte famiglie non è restato che piangere la morte dei propri figli, perché l’impunità ha favorito quanti sequestrano, truffano e uccidono». La denuncia della drammatica, durissima realtà dello Stato di Michoacán arriva da Alberto Solorio Corona. Che la presenta al Papa senza giri di parole. E la sua voce è quella dei cinquantamila giovani messicani che martedì pomeriggio si sono radunati allo stadio José Maria Morelos y Pavón di Morelia per incontrare Francesco.
Un incontro festoso, come sempre quando si tratta della gioventù, ma non edulcorato. Anzi. Proprio perché arrivate dalle voci per nulla emozionate di coloro che dovrebbero costruire il futuro del Messico, le quattro testimonianze portate sul palco hanno reso ancora più forte il peso di quelle parole. Ma allo stesso modo quelle testimonianze hanno aperto uno squarcio di speranza. Perché alla denuncia delle difficoltà si è contrapposta la voglia di non arrendersi al male, alle ingiustizie. «In tutto ciò — ha infatti detto il giovane — la pace è un dono a cui continuiamo ad anelare. Santo Padre, vogliamo essere costruttori di pace».
Il Messico che vuole rinascere, guardando a un futuro diverso, oggi dunque era qui. Del resto, che i giovani siano una componente molto importante del Paese lo dicono le statistiche, secondo le quali il cinquanta per cento della popolazione ha meno di ventisette anni. E che lo siano in particolare per la Chiesa lo dimostra quell’83 per cento di ragazzi tra i 12 e 29 anni che si dichiarano cattolici.
Quella che ha accolto il Papa con l’esuberante e contagioso entusiasmo dell’età è dunque una piccola ma chiassosa rappresentanza di questa realtà. E Francesco, che ha sottolineato più volte in questo viaggio l’importanza della gioventù, ha ricambiato con altrettanto calore, percorrendo i vari settori dello stadio su un piccolo veicolo elettrico. I giovani lo hanno accolto cantando Cielito lindo, l’inno dell’incontro e una serie di slogan. Esta es la juventud del Papa è stato il più urlato, l’ultimo ad aggiungersi a quelli già sentiti in questi giorni.
L’incontro si è aperto con canti e danze. Una coreografia ha introdotto le bandiere della pastorale giovanile, una per ognuna delle 93 diocesi. Poi un fuoriprogramma: due ragazze con la sindrome di Down sono salite sul palco per abbracciare Francesco. Un abbraccio lungo, bagnato dalle lacrime, accolto con tenerezza dal Papa e terminato con un bacio. Un momento di grande commozione. Dopo le parole di benvenuto di due giovani, è stata portata all’interno dello stadio la croce della pastorale giovanile.
Quindi le testimonianze hanno affrontato temi importanti, cruciali. A partire dalla famiglia. «Per noi giovani messicani — ha infatti detto Rosario Concepción Castillo Jiménez, la prima a prendere la parola — la famiglia ha ancora grande importanza, perché è il segno più diretto e palpabile dell’amore, della vicinanza e della solidarietà, è una scuola di vita, dove impariamo usi, abitudini e idee che ci formano e costruiscono la nostra personalità». Una scuola dove s’impara a distinguere il bene dal male, a condividere gioie e anche i momenti difficili, a risolvere problemi, sentendosi sempre parte di una comunità. Per questo, ha proseguito, «si prova sofferenza per i condizionamenti cui è sottoposta, per l’importanza data alle cose materiali piuttosto che alle persone, per la mancanza di amore, di condivisione, di quell’abbraccio che dà consolazione». E poi c’è la paura di impegnarsi con un’altra persona che frena la progettualità. Eppure, ha concluso, «noi giovani messicani sogniamo di avere una famiglia. Vogliamo continuare a sognare e crediamo che con famiglie in cui si vive l’amore potremo costruire una società misericordiosa».
Secondo tema: la pace. «Sono uno degli oltre trenta milioni di giovani che in questo Paese vogliono vivere in pace» ha esordito Alberto, denunciando i mali del Messico. «Molti di noi — ha aggiunto — studiano per rendere possibile lo sviluppo del Paese. Altri lavorano onestamente per collaborare al sostentamento della loro famiglia. Proveniamo da molteplici tradizioni culturali, ma tutti vogliamo essere portatori di vita e di riconciliazione. Cerchiamo di far sì che la società ci guardi e sfrutti il potenziale che abbiamo nella mente, nel cuore e nelle mani, per creare una cultura di uguaglianza e di rispetto».
Un impegno che si scontra con la mancanza di opportunità di formazione e di occupazione, come ha sottolineato il terzo intervenuto, Roberto Diego González, elencando ciò che scoraggia i giovani. Perché «ci sono realtà che ci condizionano al di là della nostra volontà, ma anche altre che, se ci applichiamo, possiamo cambiare» ha spiegato. Però, se è vero che «cresce ogni giorno di più la sensazione di malessere per il momento che stiamo vivendo in Messico, è anche urgente che comprendiamo che la soluzione è in gran parte nelle nostre mani. Perciò oggi noi giovani vogliamo impegnarci a vincere la tiepidezza e i conformismi, a vincere le paure che ci bloccano e c’impediscono di affrontare la vita, e a non pensare solo alle nostre situazioni personali».
La parola chiave diventa così speranza. Quella che, come sottolineato dall’ultima testimonianza portata da Carmen Daniela Román Fonseca, i giovani si sentono spesso ripetere. «Nel nostro cuore — ha detto la ragazza — nasce continuamente una domanda: Chi dà speranza a noi? A cosa possiamo aggrapparci? E la risposta appare all’improvviso nella nostra mente e nel nostro cuore: Cristo Gesù! È la nostra verità, è la vita piena, e solo in lui possiamo trovare la speranza vera».
Il Papa ha ascoltato con attenzione, ha preso appunti, e ha risposto con un discorso forte, dai toni anche duri in alcuni passaggi, lasciando spesso da parte il testo scritto per riprendere alcune delle cose ascoltate.
Al suo discorso è seguito il momento dell’avvio della missione giovanile, introdotta dal vescovo responsabile della pastorale di settore. Subito dopo alcuni ragazzi hanno porto la croce della missione al Papa, che l’ha benedetta e presa tra le sue mani, per poi consegnarla a un giovane. Gli hanno anche chiesto di benedire la croce missionaria e di consegnarla a un giovane, che simbolicamente l’ha ricevuta a nome dei suoi coetanei di tutte le diocesi messicane. Sarà una missione importante e le nuove generazioni cattoliche del Paese si sono preparate con particolare impegno proprio in vista della visita del Papa.
Dopo altri canti, coreografie e uno spettacolo pirotecnico, l’incontro si è chiuso con il saluto del cardinale Suárez Inda.
Un’altra giornata intensa, dunque, per Papa Francesco. Che in aeroporto alla partenza per Città del Messico, dove pernotta, ha ricevuto un’altra dimostrazione di affetto non meno colorata e melodica di quando era arrivato.
L'Osservatore Romano, 18 febbraio 2016