giovedì 29 ottobre 2015

Italia
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano, con la collaborazione di Luis Badilla) Pochi giorni fa l'editore "Piemme" ha annunciato per il mese di gennaio, in concomitanza con la Fiera del Libro di Francoforte, la pubblicazione del libro-intervista con Papa Francesco di Andrea Tornielli, vaticanista e coordinatore di Vatican Insider. Tornielli, al quale "Il sismografo" ha posto alcune domande sul volume intitolato "Il nome di Dio è Misericordia", sottolinea: il Papa "presenta il cuore del suo pontificato e comunica con il suo linguaggio semplice e diretto il grande messaggio dell'Anno Santo della misericordia". 
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- A gennaio sarà pubblicato in diverse lingue, e in contemporanea, il tuo libro-intervista nato da conversazioni con Papa Francesco. Il suo titolo è molto significativo e impegnativo: "Il nome di Dio è Misericordia". Come è nato il progetto e quale era il tuo proposito?
Mi ha sempre colpito la centralità di questo messaggio in Papa Francesco. A partire da quella prima messa con il popolo nella parrocchia di Sant'Anna domenica 17 marzo 2013, quando nell'omelia fatta a braccio, commentando il Vangelo che parla dell'adultera salvata e perdonata da Gesù, il Papa disse: «La misericordia è il messaggio più importante di Gesù». Così, mentre assistevo al momento in cui Francesco annunciava il Giubileo della Misericordia, mi sono detto che sarebbe stato bello fargli delle domande su questo, cercando di andare al cuore, di comprendere da dove ha origine questo approccio e questo sguardo.
- Ovviamente il libro, che arriverà qualche settimana dopo l'apertura dell'Anno giubilare della misericordia, è centrato proprio sui contenuti di questo Anno santo. Giorni fa hai detto: il Papa parla "a tutte le anime, dentro e fuori la Chiesa". Cosa può dire Francesco nell'Anno giubilare a persone che appartengono a popoli, culture, tradizioni ... non cristiane? Dov'è l'aggancio per così dire?
Di misericordia e di perdono c'è tanto bisogno nel nostro mondo. «Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono» scriveva san Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata della pace pubblicato subito dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Dunque il perdono ha una valenza anche sociale, anche pubblica, anche internazionale. Ma credo che il messaggio della misericordia parli a tutte le anime perché tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di sentirci veramente amati, ascoltati, accolti così come siamo. Ed è in questo abbraccio di misericordia che ci scopriamo limitati, piccoli, bisognosi di perdono. Si dice spesso, giustamente, che oggi si è smarrito il senso del peccato. Aggiungerei che si è anche smarrita la speranza di poter ricominciare, di poter essere continuamente riacciuffati per i capelli e salvati. Questo è il grande messaggio cristiano, che il Papa fa riverberare al di là di confini e steccati: c'è un Dio che ti vuole bene, ti aspetta, ti viene a cercare per abbracciarti.
- Dopo le conversazioni con Il Papa ti sei fatto un'idea sul perché ha messo al centro del suo pontificato la misericordia di Dio?  A tuo avviso quale rapporto il Papa percepisce tra l'amore di Dio per le sue creature e le tante sofferenze e lacerazioni  di questi suoi figli?
La risposta alla prima domanda Papa Francesco l'aveva data al primo Angelus, quella domenica 17 marzo 2013, citando la vecchietta che era andata a confessarsi da lui, da poco vescovo ausiliare di Buenos Aires. Quella donna anziana aveva dato al futuro Papa una grande lezione di teologia, scaturita dalla fede dei semplici, da quel sensus fidei che il popolo di Dio ha e che Francesco ha citato anche nel memorabile discorso per il 50° del Sinodo: «Se il Signore non perdonasse tutto il mondo non esisterebbe». Senza la misericordia di Dio il mondo non rimarrebbe in piedi. Quanto alla seconda domanda: mi sembra di capire che se si fa davvero esperienza dell'amore di Dio nella propria vita, se si sperimenta la sua misericordia e il suo perdono, non si rimane indifferenti di fronte alle sofferenze di ogni altro essere umano. Penso a Madre Teresa di Calcutta e a come il suo volto pieno di rughe abbia rappresentato il sorriso e la vicinanza di Dio per tanti ultimi, per tanti derelitti, per tanti poveri.
- In questo per così dire "intreccio" di amorevolezze tra il Padre e i suoi figli, da lui creati per amore gratuito, che luogo occupa la Chiesa oggi e domani, e soprattutto quale "forma" di Chiesa?
La Chiesa, cioè il popolo di Dio, esiste per portare a tutti questo annuncio di amore, di vicinanza, di speranza e di riscatto. Annuncia la vittoria sulla morte di un Dio che si è fatto uomo e ha annientato se stesso soffrendo sul più infamante dei patiboli per salvare ciascuno di noi. E il cristianesimo si è diffuso grazie alla testimonianza da persona a persona. Non sono in grado di rispondere a proposito di quale "forma" di Chiesa, parlerei piuttosto di quale "volto": il volto della misericordia, della vicinanza, dell'accompagnamento, della tenerezza, dell'incontro, dell'abbattimento di ogni steccato, schema e pregiudizio. Gesù nei Vangeli non incontrava le folle semplicemente enunciando dottrine. Parlava di Dio, del suo Regno e della sua misericordia entrando in contatto con le persone, con i loro cuori. Si commuoveva di fronte ai loro drammi, non restava indifferente. Il Dio cristiano ha il volto di Gesù che si commuove «fino alle viscere» per noi. Mi sembra sia questo il volto autentico della Chiesa. Questo, credo, significhi evangelizzare.