mercoledì 29 luglio 2015

(a cura Redazione "Il Sismografo")
Helsinki - 1975 - Mons. A. Casaroli
 L'analisi del cardinale Pietro Parolin, 
Segretario di Stato di Papa Francesco
(Luis Badilla) La ricorrenza può sembrare desueta perché in questi ultimi 40 anni, dal 1° agosto del 1975 (Helsinki. Atto finale della Conferenza sulla cooperazione e la sicurezza in Europa - Csce) ad oggi, la geopolitica dell'Europa è cambiata radicalmente. Eppure non c'è nulla di più attuale proprio perché la nuova Europa, quella del dopo-Yalta, ha le sue radici proprio nell'Atto Finale di Helsinki. Lo scorso 23 giugno a Palazzo Giustiniani nel convegno “La pace attraverso il dialogo” il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Papa Francesco, ha parlato sulla «Santa Sede e Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa: quarant’anni dopo l’Atto finale di Helsinki».
Una scelta consapevole
"La partecipazione della Santa Sede alla Conferenza di Helsinki venne da una scelta, non da un processo naturale", esordì il Segretario di Stato che poi raccontò: "Esistevano opinioni differenti. Il cardinale Jean-Marie Villot, Segretario di Stato, avrebbe voluto declinare l’invito, poiché riteneva che essa fosse troppo marcatamente politica e rischiasse di esporre la Santa Sede in un’arena di dibattiti strategici. Il Papa Paolo VI, all’unisono con monsignor Casaroli, era invece favorevole e decise per il sì. «La Conferenza — argomentò il Papa — può essere politica, ma si pone essenzialmente sul piano giuridico e dei principi, sul quale anche la Santa Sede è competente a titolo speciale. E quando il diritto è riconosciuto, anche se poi non è osservato, il diritto ha forza in sé»".

In passo innovativo
Il cardinale Parolin sottolineò: "Il passo era tanto innovativo quanto rilevante. Era dal Congresso di Vienna del 1815 che la Santa Sede non partecipava come membro a pieno titolo a un Congresso di Stati. L’articolo 24 del Trattato del Laterano del 1929 impegnava la Santa Sede a rimanere «estranea alle competizioni temporali tra gli altri Stati e ai congressi internazionali indetti per tale oggetto». Pertanto la sua partecipazione si avviò sotto riserva, volendo agire nel rispetto dei patti ed evitare polemiche sempre possibili. La diplomazia vaticana intervenne nel processo di Helsinki soprattutto in ordine ai diritti umani e alle libertà fondamentali, astenendosi dai temi della sicurezza strategica e della politica di potenza, in osservanza del Trattato lateranense. Vari motivi spinsero Paolo VI all’adesione alla Conferenza paneuropea. Papa Montini possedeva una lunga pratica diplomatica ed era attento al ruolo della Santa Sede nelle relazioni internazionali, soprattutto al fine di promuovere la pace nel mondo."

Helsinki: ultimo atto e inizio di un percorso nuovo
All'Atto finale si arrivò dopo due anni di intensi e serrati negoziati, a Ginevra e Helsinki. L'insieme di questi incontri presero il nome di Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce). Da ricordare che il 5 dicembre 1994 si è svolto a Budapest il vertice dei capi di Stato e di governo che ha deciso, tra l’altro, il cambiamento del nome della Conferenza in Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). L’Osce è una delle poche istituzioni di cui la Santa Sede è membro a pieno titolo.
Il 1° agosto di 40 anni fa, il documento fu firmato dai capi di Stato e di governo di 35 Paesi europei, dagli Stati Uniti d’America e Canada. L'Albania non firmò subito. Lo fece solo nel 1990. Tra i firmatari c'era le "due" Germania, il Principato di Monaco e la Santa Sede. Tre erano le materia del documento: sicurezza; cooperazione economica, scientifica, tecnica e ambientale; diritti umani.

Dall'Ostpolitik alla reapolitik
Il cardinale Parolin precisa: "L’invito alla conferenza era un riconoscimento del peso della Santa Sede nel concerto delle nazioni. Anni di politica orientale vaticana, altrimenti detta Ostpolitik, avevano imposto la Santa Sede come interlocutore rispettabile innanzi ai regimi comunisti e questo aveva generato il loro invito alla Conferenza. A Paolo VI, edotto delle intenzioni dei sovietici di convocarla, non sembrava opportuno tirarsi indietro allorché si poteva capitalizzare sulla scena internazionale il credito accumulato nel faticoso ed estenuante dialogo con l’Est."
Certo a nessuno in Vaticano, e in altri luoghi, sfuggiva che l'entusiasmo sovietico derivava dalla convinzione che questa Conferenza e l'Atto finale erano un'occasione per consolidare e codificare definitivamente "l'ordine" uscito dal dopo-guerra. Tutti gli altri Paesi invece pensavano che la Conferenza avrebbe aperto una breccia in questo ordine con delle conseguenze rilevanti. Ebbero ragioni i secondi. Il Segretario di Stato spiega così questa questione: "Se per i sovietici significava il congelamento dello status quo uscito dalla seconda guerra mondiale, per gli occidentali si trattava soprattutto di una dinamica evolutiva, volta a risolvere attriti e crisi nei termini del dialogo e della diplomazia, non della forza. La posizione della Santa Sede si avvicinava a quella occidentale."

Poi il cardinale Parolin aggiunge: "Mai Mosca aveva comandato su tanta parte dell’Europa centrale e desiderava dunque che la sua notevole espansione fosse digerita dall’insieme degli Stati europei. Pertanto essa offriva pace, distensione e collaborazione in svariati campi, in cambio del riconoscimento dei confini del 1945 che, nel sistema dei blocchi allora in auge, rappresentava una sorta di morsa su mezza Europa. La prima risposta occidentale consistette in un allargamento delle tematiche: non solo la stabilizzazione definitiva delle frontiere, ma anche la cooperazione intereuropea in campo economico, scientifico, ambientale, umanitario. In questa fase preliminare la Santa Sede ebbe un ruolo determinante nell’affermazione del principio della libertà religiosa e quindi delle libertà fondamentali e dei diritti umani nei loro vari aspetti."
Le ragioni della Santa Sede (invitata però come Città Stato del Vaticano)
"Al di là del buon senso politico, importanti motivi ideali spingevano alla partecipazione", ricorda il cardinale Parolin e poi spiega: "La Santa Sede vedeva l’Europa come un’unità, senza cortine di ferro a separare le genti dell’Ovest e dell’Est. La Conferenza si presentava come un’assise per la possibile ricomposizione dell’unità europea lacerata a Yalta, unità che, per di più, era principalmente fondata sulle sue radici cristiane, che avevano prodotto una comune cultura. Inoltre, se la Conferenza era intesa a svolgere in primo luogo i temi della pace, della sicurezza e della cooperazione tra Stati e tra popoli, non erano precisamente i temi su cui la diplomazia vaticana era intenta a lavorare? La presenza della Santa Sede avrebbe dato al concetto della pace un fondamento morale e non solo politico. E la libertà religiosa andava posta come caposaldo ideale della pace, in quanto, da una coscienza umana aperta alla dimensione della Trascendenza sarebbero scaturite le altre libertà e i diritti umani su cui l’autentica pace si fondava."

La questione della libertà religiosa
Sulla libertà religiosa, vista nel corso dei negoziati come un "qualcosa non strategico", il cardinale Parolin sottolinea: "Nessuno aveva pensato alla libertà religiosa, alla sua cruciale rilevanza nella vita di popoli dell’Est europeo, la cui identità profonda era plasmata dalla dimensione religiosa, malgrado la temporanea vernice del comunismo ateo. In Vaticano si era ben consapevoli della millenaria influenza che il cristianesimo aveva avuto nel formare le rispettive identità nazionali di essi. Pochi a Helsinki, il 1° agosto 1975, colsero pienamente il significato delle parole del VII principio dell’Atto finale, che  sottolineavano, facendone un programma da osservare da parte degli Stati firmatari, «la libertà dell’individuo di professare e praticare, solo o in comune con altri, una religione o un credo, agendo secondo i dettami della propria coscienza»."
Monsignore A. Silvestrini
Infine, il Segretario di Stato, ricorda: "Nella fase preparatoria non era stato pensato un nesso vincolante tra le questioni di sicurezza e quelle della libertà. Ad eccezione della Santa Sede, i partecipanti ai lavori erano concentrati sui temi strategici, politici ed economici. Monsignor Achille Silvestrini si rese conto di aver proposto qualcosa di nuovo: «Ricordo l’emozione con cui il 7 marzo 1973 presentammo, nell’ambito dei principi che dovevano reggere i rapporti fra gli Stati, una proposta sulla libertà religiosa, ricordando che nella storia d’Europa esisteva una comune cultura, quella cristiana. L’ambasciatore della Svezia, che mi era accanto, esclamò sorpreso “questa è una bomba”, l’ambasciatore Böck della Germania orientale chiese se la libertà di coscienza era proposta per tutti, anche per gli atei»."