sabato 6 dicembre 2014

Vaticano
La mano tesa di Francesco a Putin

Corriere della Sera

(Massimo Franco) Da qualche settimana in Vaticano aumentano le voci su una sostituzione del nunzio apostolico nella capitale dell’Ucraina, Kiev: monsignor Thomas Gullickson, statunitense (nella foto). Sarebbe ritenuto troppo antirusso. Se confermata, apparirà una scelta controcorrente rispetto alle sanzioni di Europa e Stati Uniti contro Mosca. Ma è coerente con la strategia della Santa Sede che non vuole avallare una nuova Guerra fredda.
Per Francesco «non esistono più i blocchi contrapposti» del passato. Lo ha ribadito nel suo discorso al Parlamento europeo di Strasburgo del 25 novembre. Ed è stato un modo indiretto per riaffermare che per la Santa Sede la Guerra fredda è finita, e riesumarla sarebbe anacronistico; che è finito l’eurocentrismo, come ha dimostrato lo stesso Conclave del marzo del 2013. E «con la Russia occorre realismo», insiste la diplomazia vaticana ogni volta che ha davanti interlocutori europei, in particolare tedeschi. Intende ribadire l’esigenza di affrontare la crisi ucraina senza farsi sovrastare dal mantra dello scontro inevitabile. Ne teme gli effetti non solo politici ma anche religiosi. Per quanto giudichi inaccettabile l’annessione della Crimea da parte di Vladimir Putin, il Vaticano vuole esorcizzare le conseguenze di una nuova radicalizzazione del conflitto tra l’Occidente e Mosca. È lo spettro di una «guerra fredda religiosa», all’interno del mondo ortodosso filo e antirusso, e tra ortodossi e cattolici, a suggerire un approccio cauto, dialogante. 
Il 17 novembre Francesco ha ricevuto il nunzio in Russia, monsignor Ivan Jurkovic: un’udienza sulla quale non sono stati diffusi dettagli. Ancora, risulta che il pontefice argentino e il Patriarca di Mosca, Kirill, si scrivano con frequenza su temi come la difesa dei cristiani e i fondamentalismi religiosi. Non significa che stia maturando una visita del Papa a Mosca, perché un’eventualità del genere scatenerebbe reazioni ostili tra gli ortodossi più conservatori; e si riaprirebbero vecchie ferite della storia. Continuano però gli incontri bilaterali e le visite in Russia di cardinali italiani di peso come l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola e quello di Napoli, Crescenzio Sepe. È una semina poco vistosa, che però sta dando frutti almeno in termini di dialogo e di distensione: al punto che entro l’estate prossima potrebbe andare a Mosca il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. È la conferma di un’attenzione continua, paziente, non assimilabile alla « Ostpolitik », la politica rivolta all’Est comunista quando la Federazione Russa era l’Unione sovietica. D’altronde, la Russia di oggi è percepita dal Vaticano come una delle pochissime nazioni in grado di arginare militarmente il fondamentalismo islamico in Siria: anche perché ne teme il contagio ai suoi confini meridionali, come insegna il terrorismo in Cecenia. Putin ha fatto di tutto per presentarsi come una sorta di «zar cristiano» in Medio Oriente, coprendo il vuoto lasciato dalle nazioni europee e, in parte, dagli Usa. Si è potuto offrire come protettore delle minoranze e dei valori religiosi in quell’area: dunque non solo degli ortodossi ma anche dei cattolici. Cremlino e Patriarcato sono alleati di ferro, perché l’ortodossia è la religione di Stato. E oltre ai rapporti militari, economici e perfino familiari (esiste una nutrita colonia di russi in Siria) con il regime di Bashar Assad, Putin è un interlocutore obbligato nei negoziati sui progetti nucleari dell’Iran. In Vaticano si fa notare che potrebbe rivelarsi un possibile mediatore perfino sullo scacchiere asiatico. 
L’approccio della Santa Sede sa molto di realpolitik , e rischia di mettere un po’ troppo in ombra le responsabilità russe in Ucraina. Ma in questa fase è prevalente la filiera di quanti ritengono più aggressiva, quasi provocatoria nei confronti di Mosca la strategia dell’Occidente. Jorge Mario Bergoglio cerca di evitare che quanto sta avvenendo segni lo schiacciamento del papato su posizioni «da Guerra fredda», appunto, che non vuole assecondare ma contrastare. In più, seppure con metodi e toni a dir poco discutibili, Putin è considerato dalla Santa Sede un alleato per il modo in cui all’interno della Russia difende quelli che nell’era pre-Francesco venivano definiti «valori non negoziabili». «Oggi la Russia non è più un Paese comunista e ateo», spiega una persona vicina al Pontefice. «E a Mosca, ma anche a Pechino, il Papa è visto come un interlocutore in quanto latinoamericano e non europeo; e dunque non identificabile con il blocco occidentale e con lo schema Ovest-Est, come è avvenuto con gran parte dei predecessori: a torto o a ragione». L’Ucraina, agli occhi della Santa Sede, è una terra di confine anche georeligioso. Per questo, rispetto al protagonismo papale nella vicenda siriana del settembre del 2013, che contribuì a scongiurare un conflitto armato con la lettera a Putin e la veglia di preghiera in piazza San Pietro, ora prevale la prudenza. Il problema è quello di salvaguardare il dialogo con Putin; ma in parallelo, di garantire la sovranità dell’Ucraina attraverso una soluzione di compromesso; e di non aumentare troppo le divergenze con Stati Uniti ed Europa, alleati storici e naturali: sebbene guardati da alcuni anni come culla di una secolarizzazione che preoccupa il papato. In Vaticano, le sanzioni contro Mosca sono viste come un’arma destinata solo a rafforzare il presidente russo all’interno del Paese; e ad acuire le tensioni, l’insicurezza e la crisi economica nell’Unione Europea. «Almeno nel lungo termine, la sicurezza in Europa non può essere garantita senza la Russia», ha ammesso qualche giorno fa la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il problema, però, è anche il breve termine. Per l’Occidente, Kiev è una sorta di nuovo spartiacque tra democrazie e dittature; per Francesco, un ponte fragilissimo da puntellare, non da distruggere.
Corriere della Sera, 6 dicembre 2014