domenica 31 agosto 2014

Italia
«Chiesi a Bergoglio di curare i poveri Lui mi disse: vai! Trovai la gioia»
“la Lettura” - Corriere della Sera
(Intervista a Padre Charly a cura di Luigi Accattoli) «Per realizzarti come uomo devi fare del bene a qualcuno. Almeno dovrai cercare di farlo. Anche se sei un prete, non ti basterà restare chiuso nella tua chiesa. È stato il cardinale Bergoglio a darmi questa direttiva quand’era il mio arcivescovo a Buenos Aires e io ero solo un ragazzo: vai dai più poveri, dove non vuole andare nessuno e accogli tutta la vita e tutte le vite che vengono a te. Quella direttiva è divenuta la mia regola di vita»: parla così Carlos Olivero detto Charly, uno dei preti di periferia, i curas villeros , una ventina, che il futuro Papa inviò nelle baraccopoli della sterminata Buenos Aires. Padre Charly, in questi giorni in Italia, è uno dei protagonisti del libro di Silvina Premat, Preti dalla fine del mondo , in libreria per la Emi con la prefazione di Luigi Ciotti. Ma padre Charly, un prete non è innanzitutto uno che cerca Dio? «Certamente, ma prima ancora è uno che è stato cercato da Dio. Almeno questa è la mia esperienza. Ed è stato proprio nell’incontro con i più poveri che Dio mi ha cercato e mi ha trovato. Quand’ero in seminario e avevo 21 anni mi sentivo destinatario di una grande vocazione ma la prospettiva concreta di vita nella quale mi trovavo inserito era molto ristretta, compresa tutta tra la casa seminariale e la facoltà dove studiavo. In quel periodo il cardinale aveva aperto alla possibilità di una formazione diversa dei preti, a contatto con l’umanità bisognosa. Gli ho chiesto di andare in una “villa”, una periferia della capitale; lui ha accolto la mia domanda. È per quel popolo che sono diventato prete». C’è un’idea, una parola che può riassumere la sua avventura di uomo? «È questa: chi vuole seguirmi prenda la sua croce. Unita a quest’altra: chi perde la sua vita per il Vangelo, la troverà. A poco a poco ho capito che il cuore del cristianesimo è qui. Credo d’aver trovato la vita impegnando la mia esistenza nell’accompagnamento delle persone più abbandonate, che nella mia villa sono quelle travolte dalla droga. La mia vocazione è di aiutarle a realizzare una comunità di vita nuova, a divenire famiglia e Chiesa». Qual è stato il momento più difficile che ha attraversato in quest’impresa senza quartiere? «Non è lontano nel tempo. È stato quando con padre Pepe, animatore della nostra attività di preti di periferia, abbiamo realizzato nella nostra “villa” un centro di recupero dei tossici che si chiama Hogar de Cristo, Focolare di Cristo, e c’è anche una fattoria dove inviarli, quando possibile, al lavoro. Toccò a me andare a vivere con i ragazzi nella fattoria e fu proprio allora che mia madre scoprì d’avere un tumore. Era anche il periodo in cui padre Pepe era minacciato di morte e io sostituivo lui e nessuno poteva sostituire me ed ero così impedito di assistere mia mamma. Fu un tempo di dura prova». Lei ha mai ricevuto minacce di morte, come le ebbe padre Pepe? «No, mai. Le minacce a padre Pepe non nascevano dalla sua attività nelle periferie ma dalla sua esposizione mediatica, era diventato un simbolo e lo volevano colpire come simbolo. Io non sono un simbolo». Se il suo momento peggiore è stato quello in cui si trovava dilaniato tra i doveri di figlio e la missione di prete, qual è stato invece il momento migliore? «Non è un momento ma una situazione, la risultanza dei giorni passati con le persone che accompagno: quando una di loro riesce a riprendere in mano la sua vita. Poniamo una madre di più figli, avuti da più uomini, costretta a rubare per la droga. Quando quella torna donna e mamma e mi porta i figli a battezzare o benedire, ecco allora io vengo invaso dalla tenerezza. E più ancora quando a tornare, tutte insieme, sono più persone che erano perdute come il figlio prodigo del Vangelo. Allora mi sento felice come il padre della parabola». Mi descriva uno di questi ritorni... «Nella fattoria di cui le dicevo tutti gli anni celebriamo il Natale insieme, chi vive lì e chi ne è uscito dopo il cammino di recupero. Vengono in molti e la festa diviene grande. Ammazziamo il maiale, giochiamo a pallone, prepariamo il presepe, facciamo la messa. Tutti insieme si costruisce qualcosa, un muro, un porcile, che poi resta in dote alla fattoria. Ecco: in quel momento diviene chiaro che la loro famiglia siamo noi. E siamo contenti di esserlo». Da dove viene il vostro cristianesimo felice? Tanto spesso i cristiani sono tristi, pur vivendo in situazioni meno difficili... «Viene dalla pratica del Vangelo. Dalla costruzione di una famiglia e di una Chiesa che si impegnano a vivere comunitariamente il Vangelo, senza ridurlo a una morale o a un’ideologia. Quando lo volti in morale e ne fai una dottrina che approva e condanna, lo rendi escludente e triste. Quando lo pratichi come regola di vita, trasmette speranza e crea famiglia». Il 2 settembre lei vedrà il Papa, che gli dirà? «Lo dirò prima a lui e poi a lei». Domanda di riserva: che debito ha con «padre Bergoglio»? «Ha avuto fiducia in me, quando ha accettato che io andassi alla “villa” già da seminarista. E poi mi ha detto di accogliere tutti. E infine mi ha insegnato che il lavoro di recupero delle persone non era industriale ma artigianale. Un combattimento corpo a corpo».