sabato 20 ottobre 2012

Vaticano
A colloquio con il cardinale Angelo Amato sulle canonizzazioni di domenica prossima / La santità non appartiene al passato
L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) La santità non fa distinzioni di sesso, cultura, lingua, razza e condizione sociale. È il sacramento del battesimo che apre a tutti i cristiani la via della santità, qualunque sia la nostra condizione. Non ha dubbi, in questo senso, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
E nell’intervista rilasciata al nostro giornale prende come esempio Caterina Tekakwhita, la nativa nordamericana che Benedetto XVI eleverà domenica prossima 21 ottobre agli onori degli altari, insieme con altri sei beati: il gesuita Jacques Berthieu, il giovane catechista Pedro Calungsod, il sacerdote bresciano Giovanni Battista Piamarta, María Carmen Sallés y Narangueras, fondatrice di un istituto religioso dedito all’emancipazione delle donne e della gioventù, Marianna Cope, che spese tutta la sua vita al servizio dei lebbrosi nell’isola di Molokai, la laica Anna Schäffer, che visse la sofferenza come strumento di redenzione per sé e per gli altri. Un gesto significativo che si compie in un periodo particolarmente importante nella vita della Chiesa universale.


Come possiamo interpretare queste canonizzazioni nel pieno svolgimento del Sinodo e a pochi giorni dall’avvenuta apertura dell’Anno della fede?

Nell’Anno della fede, queste canonizzazioni celebrano uomini e donne, grandi e piccoli, che hanno vissuto con eroismo la loro fede battesimale. Il Papa non poteva dare un messaggio più chiaro per l’inizio di quest’anno benedetto. La fede, infatti, va non solamente accolta e motivata, ma soprattutto vissuta e testimoniata, anche con eroismo. La Chiesa chiede oggi ai suoi figli di superare il rispetto umano e di essere espliciti nell’affermare e nel difendere la loro identità cristiana. La nostra cultura, che va così fiera nel difendere i fondamentali diritti della libertà di coscienza e del rispetto delle altrui convinzioni religiose, viene enormemente arricchita dalla coerenza di vita e dalla perfezione della carità dei cristiani.

Due sacerdoti, due suore e tre laici: si può dire che il popolo di Dio è interamente rappresentato. Cosa unisce queste figure ecclesiali così lontane, nel tempo, anche tra di loro?

Il filo conduttore è la loro santità, che è la vocazione di ogni battezzato: «Siate perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5, 48). Il concilio Vaticano II ha dedicato un ampio capitolo della costituzione dogmatica sulla Chiesa proprio alla «vocazione universale alla santità nella Chiesa», affermando che tutti sono chiamati alla santità, sia coloro che appartengono alla gerarchia, come coloro che dalla gerarchia sono diretti. A tutti è, infatti, rivolta la parola dell’apostolo Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3). Nel nostro caso, noi abbiamo il gesuita francese Jacques Berthieu (1838-1896), missionario in Madagascar. Colpiva profondamente il suo zelo evangelizzatore e la sua fede immensa. Fu ucciso in odium fidei con un colpo alla nuca, mentre cercava di difendere i suoi fedeli dagli attacchi dei ribelli, che vedevano nei missionari coloro che, portando Cristo, avevano fatto perdere il potere alle divinità pagane e ai loro amuleti. Nel gruppo dei sette beati c’è anche un altro martire. Si tratta del giovane catechista filippino Pedro Calungsod (1654-1672), uno dei tanti ragazzi che accompagnavano i missionari gesuiti spagnoli in missione nelle isole dell’Oceano Pacifico, oggi denominate Marianne. Fu martirizzato, insieme al beato Diego Luis de San Vitores, con un colpo di lancia. I loro corpi furono abbandonati, con un grosso masso legato ai piedi, in fondo all’oceano. Il fatto destò enorme impressione tra i cristiani, che ricordavano Pedro come un ragazzo virtuoso, fedele a Cristo ed entusiasta della sua fede. Con il suo martirio, Pedro diede prova di essere un coraggioso soldato del Signore Gesù (cfr. 2 Tm 2, 3).

Molti padri sinodali, nei loro interventi, hanno sottolineato l’esemplarità dei santi per una evangelizzazione più efficace. Crede che la Chiesa debba dare più importanza al valore testimoniale dei suoi fedeli?

Fin dalle origini la Chiesa è stata benedetta dalla testimonianza dei suoi fedeli. I martiri sono appunto i «testimoni» eroici della fede, fino al dono della propria vita. Santi martiri e santi confessori sono tutti testimoni qualificati del Vangelo di Cristo. Essi riflettono il loro Signore, imitandolo con una esistenza di povertà, di purezza di cuore, di misericordia, di carità. I santi, come san Francesco d’Assisi, evangelizzano con la loro esistenza interamente evangelica di completa assimilazione al loro Signore e Maestro. Oggi soprattutto, il popolo di Dio ha bisogno di maestri, ma soprattutto di testimoni santi.

In queste figure di santità, quale aspetto è maggiormente attuale per la Chiesa e per la società?

La loro fedeltà al battesimo. Ciò significa che essi hanno fatto fruttificare i talenti spirituali ricevuti al battesimo e cioè le virtù teologali della fede, speranza e carità. Con l’esercizio della loro carità verso Dio e verso il prossimo essi fanno risplendere la Chiesa, come la casa della misericordia che accoglie i diseredati, che consola gli afflitti, che istruisce gli ignoranti, che cura gli ammalati. Questa loro santità — come dimostra la nostra civiltà dell’amore — aiuta a promuovere un tenore di vita più umano anche nella stessa società terrena. Da questo punto di vista, i santi si rivelano anche dei veri benefattori della città dell’uomo. Il sacerdote bresciano, Giovanni Battista Piamarta (1841-1913), ad esempio, è fondatore della congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth e delle Umili Serve del Signore. Sono due istituzioni finalizzate alla formazione cristiana e all’avviamento professionale dei giovani. Questo apostolato è ancora oggi altamente benefico per quei ragazzi che, senza l’acquisizione di un mestiere, si troverebbero abbandonati all’ignoranza e all’indigenza. Anche la suora spagnola, Maria del Monte Carmelo (1848-1911), fondatrice delle suore Concezioniste missionarie dell’insegnamento, si è preoccupata della formazione cristiana e professionale delle ragazze. Come si vede, questi due santi, sull’esempio di Gesù che passava per i villaggi e le città facendo il bene, arricchiscono la società con aspetti concreti della carità cristiana, mediante l’istruzione scolastica, l’avviamento professionale, l’assistenza ai lavoratori, la cura della loro formazione umana e cristiana. In tal modo il Vangelo si incarna nella società, promuovendo un tenore di vita più buona e onesta.

Vi sono due martiri, Pedro Calungsod e Jacques Berthieu, nel gruppo che il Papa canonizza. Perché c’è ancora oggi tanta ostilità nei confronti dei cristiani in molte parti del mondo?

La storia della Chiesa è segnata fin dall’inizio dal martirio dei suoi figli innocenti. Del resto, tra le beatitudini evangeliche, che delineano i comportamenti essenziali dei discepoli di Cristo, c’è anche la persecuzione: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5, 11-12). Gesù stesso, l’innocente agnello senza macchia, fu ingiustamente condannato a morte e crocifisso. Ma la morte perdette il suo confronto con Colui che era l’autore della vita, che dopo tre giorni risuscitò, svelando all’umanità il vero traguardo dell’esistenza terrena: la vita eterna. Lo scorso 13 ottobre, due giorni dopo l’inizio dell’anno della fede, sono stati beatificati a Praga 14 frati francescani, uccisi in odium fidei dai nemici della Chiesa di Cristo. Perché le persecuzioni anticristiane? Perché le tenebre hanno paura dei figli della luce e non esitano a sopprimerli. Invano, però, perché il sangue dei martiri è seme fecondo di cristiani. La morte, così come il male, non ha mai l’ultima parola.

Tra i nuovi santi vi è la prima nativa nordamericana a salire agli onori degli altari. Quale significato riveste per questi popoli e per quanti li hanno discriminati?

Diciamo subito che la Chiesa non ha mai discriminato nessuno. Si è sempre interessata — si veda la beata Madre Teresa di Calcutta — dell’assistenza e della protezione degli esseri più deboli ed emarginati. Anzi, è stata spesso l’antesignana di molti diritti umani, che oggi vengono considerati non negoziabili, come la dignità e la libertà di ogni persona umana, la sacralità della vita, la difesa dei più piccoli e dei più poveri. È nota la lettera che Meshkioassang, capo di una tribù indiana del Nord America, il 13 marzo 1885, scrisse al Papa per manifestare tutte le virtù di questa giovane e chiederne il riconoscimento della santità per offrirla alla venerazione dei suoi fratelli indiani. La Chiesa non ha lasciato inascoltata la preghiera del capotribù. Nel concistoro di sabato, 18 febbraio 2012, Benedetto XVI ha risposto alla domanda fatta dalle 27 tribù di cattolici nativi americani, sparse tra gli Stati Uniti del Nord e il Canada, annunciando la canonizzazione della beata Caterina Tekakwitha per il 21 ottobre 2012. La glorificazione di Kateri Tekakwitha (1656-1680), figlia di un capotribù irochese, pagano, e di una algonchina, fervente cristiana, ha suscitato grande gioia ed entusiasmo tra i nativi americani. È un grande onore per questo popolo fiero e coraggioso, che vede in questo atto solenne della Chiesa, loro madre spirituale, il riconoscimento ufficiale dell’eroismo della loro giovane figlia, dal temperamento dolce e caritatevole, che viveva lavorando e pregando nei boschi della sua terra. Dedicandosi completamente all’amore di Gesù, fece il voto di verginità perpetua. Nel febbraio del 1680, stremata dalla malattia, si spense, dicendo: «Gesù, ti amo». Si era ancora una volta verificata la beatitudine evangelica: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5, 8). La purezza angelica è il messaggio sconvolgente che la giovane Tekakwitha lascia alla Chiesa e al mondo d’oggi, così lontano dalla semplicità divina di questa ragazza.

Tra i nuvi santi ci sono quattro donne e tre uomini. È forse un segno della maggiore attenzione della Chiesa verso le donne?

In questo caso si tratta della semplice maturazione delle rispettive cause e quindi di coincidenza fortuita. Anche in questo campo, comunque, la Chiesa ha sempre dato grande spazio alle sue figlie. Si veda l’autorità concessa alle badesse dei monasteri e anche alla libertà di movimenti e di decisioni che hanno le superiore generali delle congregazioni religiose. Ma è più importante soffermarsi un attimo sulle figure di queste due sante, entrambe con un grande desiderio di diventare missionarie. La Schäffer, però, non poté realizzare questo suo sogno perché colpita da incidenti e malattie, che la costrinsero per lungo tempo a letto. Accettò la sua infermità come via di santificazione personale e di edificazione del prossimo. Marianne Cope, invece, è conosciuta come Madre Marianna di Molokai. Come san Damiano de Veuster, anch’essa si prodigò con eroismo e abnegazione nell’assistenza ai lebbrosi. Nella Chiesa la santità è sempre accompagnata dalla carità verso i bisognosi. Questa benefica sporgenza sociale fa del Vangelo il libro della vita per l’umanità intera.
L'Osservatore Romano 21 ottobre 2012