lunedì 25 giugno 2012

Vaticano
«Così avvicinerò il Vaticano alla Rete». Intervista a Greg Burke  
Corriere della Sera - Spoglie 
(Luigi Accattoli)  «Speriamo che io possa fare qualcosa, mi rendo conto delle difficoltà e non ho motivi per montarmi la testa»: parla così il giornalista statunitense Greg Burke, 52 anni, che è stato nominato "advisor per la comunicazione" e che avrà un ufficio all'interno della Segreteria di Stato Vaticana.
Burke era ultimamente corrispondente da Roma per Fox News e lo era stato in precedenza per altre agenzie e per il settimanale Time. Un suo suggerimento — quando lavorava per Time — fu all'origine dell'attribuzione della qualifica di «uomo dell'anno 1994» a Giovanni Paolo II da parte di quel settimanale. Un mese dopo quel riconoscimento ero accanto a Burke sull'aereo che portava Papa e giornalisti a Manila quando qualcuno gridò a Wojtyla: «Santità, Time l'ha scelta come uomo dell'anno... ». «Già passato, passato» rispose sornione Giovanni Paolo e sornione si mostrava anche Burke che glissava sui complimenti dei colleghi: «Non sono io che decido l'uomo dell'anno». È ragionevole immaginare che in Vaticano si siano ricordati di quell'episodio di buon vicinato con i media quando hanno cercato un rimedio ai casi di «cattiva comunicazione» intervenuti in tempi recenti. Burke è un uomo dell'Opus Dei, un giornalista professionista, un americano.
Sarà stato scelto perché è americano e dall'America viene sempre la prima critica alla comunicazione vaticana...
«È vero che sono americano ma è anche vero che da un mese ho la cittadinanza italiana. Non c'era collegamento tra le due cose: quando facevo la pratica per la cittadinanza vostra — sono 24 anni che vivo a Roma — non sapevo ancora di questa possibilità. La cittadinanza l'ho avuta il 4 maggio e la proposta del Vaticano è arrivata un mese dopo. La decisione è stata poi del 10 giugno».
Che si propone di fare?
«Io vedo la comunicazione della Santa Sede come una grande nave che manovra lentamente. Non entrerò certo in questa macchina al modo che fanno i marines, so che devo entrarvi con prudenza. So che per me è una sfida. Da un quarto di secolo mi occupo come giornalista delle attività della Santa Sede e sarà ora per me interessante vedere quelle attività dall'interno».
Ha un piano d'azione?
«Non ho piani e neanche illusioni ma spero di poter dare una mano perché quell'antica macchina comunicativa possa fare qualche passo avanti. Considero la mia stessa nomina come un passo e lo dico oggettivamente, senza tener conto dalla mia persona. La mia nomina rivela l'avvertenza della necessità di prestare attenzione ai media non solo nel momento della comunicazione ma già in quello della preparazione di quanto verrà comunicato. Non sono un esperto di pubbliche relazioni ma so che cosa cercano i giornalisti, sono abituato a monitorare lo scenario informativo, ho qualche competenza per capire su che cosa andrà a cadere una parola che si dice o una notizia che si dà. Posso dire: stiamo attenti a questo, ricordiamoci di quest'altro».
Un laico tra i preti non è come un agnello tra i lupi?
«Spero di no ma so bene che non entro in quell'ambiente così esigente con la veste di un prete o di un vescovo e in più per quel mondo io sono anche giovane. Prevedo che qualcuno non amerà ascoltare un "giovane laico". Perché si tratterà di questo: io potrò dare consigli ma non avrò competenze decisionali».
Si dirà che l'hanno imposta i vescovi americani seccati della cattiva immagine mediatica che viene da Roma…
«Chi lo dice sbaglia. Un aspetto americano nella faccenda c'è ma non riguarda la mia provenienza, riguarda piuttosto la dominante anglofona del mondo di internet. Non sarebbe giusto e neanche vero che uno dica: gli americani sanno quello che i curiali non sanno, date dunque la faccenda in mano a un americano. Ma è vero che quanto la Curia dice e fa — magari in latino, o in inglese classico — va oggi verso un mondo che parla l'inglese di internet. Io li aiuterò a tener conto di questo mondo».

Spogli