martedì 23 novembre 2021

Italia
Il Vaticano osserva da lontano la partita del Quirinale: «Ormai siamo ombre»

(Massimo Franco, Corriere della Sera) Senza papi italiani e senza Dc l’influenza nelle scelte è sparita -- Il Vaticano osserva da lontano, ai margini. «Noi siamo ombre. Sono passati i tempi in cui la Santa Sede veniva consultata e diceva la sua sulla scelta del presidente della Repubblica italiana. Quella storia è finita da anni. Non contiamo più, e oltre tutto non sapremmo neanche con quali interlocutori parlare…». L’anziano monsignore che fotografa la distanza tra le due sponde del Tevere alla vigilia del voto sul Quirinale trasuda nostalgia. Il fatto che da quarantatré anni non ci sia un papa italiano, e che da quasi trenta non esista più la Dc, ha cambiato le dinamiche e la storia dei rapporti tra le due sponde del Tevere.
Non è affatto detto che sia un male, anzi. Semplicemente, quella stagione ha fatto il suo tempo. E l’argentino Francesco, come prima di lui il tedesco Benedetto XVI e il polacco Giovanni Paolo II, verso la politica italiana hanno assunto un atteggiamento distaccato. Non significa che i rapporti tra capi dello Stato e pontefici siano peggiorati. Sono sempre stati cordiali e perfino amichevoli, tra due istituzioni e due entità statali che sono abituate a convivere nello stesso Paese, e si rispettano. A guardare bene, le uniche tensioni si registrarono, almeno di recente, non all’inizio ma nella fase finale del settennato di Francesco Cossiga.
Il democristiano «picconatore» del sistema e della Dc alla fine degli Anni Ottanta del secolo scorso aveva intuito che un equilibrio si stava sgretolando insieme con gli assetti della Guerra Fredda: un epilogo che spaventava la nomenklatura scudocrociata quanto la Santa Sede. E, successivamente, ci sono state frizioni con il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1992 dopo la strage di Capaci contro il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta. Scalfaro entrò presto in rotta di collisione col segretario di Stato, Angelo Sodano, e col presidente della Cei, Camillo Ruini. Dopo il 1994, li accusava di essere troppo indulgenti nei confronti del centrodestra nascente di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale. E in Vaticano imputavano all’inquilino del Colle una marcata inclinazione a sinistra.
Da allora, è stato sempre più chiaro che la sintonia tra i sacri palazzi e i politici cattolici non costituiva più un dato scontato. Quando nel 1999 approdò al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi, il cortocircuito fu evidente. Le due identità, quella laica e quella cattolica, nell’ex premier ed ex governatore della Banca d’Italia, si mescolavano. Dunque facevano saltare non solo le vecchie dicotomie ma gli stessi orientamenti delle gerarchie ecclesiastiche. Così, quando la segreteria di Stato vaticana e la Cei espressero apertamente una preferenza per lui rispetto a un esponente storico del Partito popolare come Franco Marini, lo strappo era compiuto. Ma il Vaticano non si pentì.
Ricordano ancora Ciampi e la signora Franca in prima fila all’apertura della Porta Santa in occasione del Giubileo del 2000; e la familiarità della signora con Ruini. Forse, l’ultima occasione nella quale i mediatori vaticani svolsero un ruolo fu in occasione dell’elezione di Giorgio Napolitano. «Cercammo di capire, e esprimemmo il nostro parere. Ma non credo che fummo decisivi», spiega uno dei protagonisti occulti della diplomazia vaticana. «Ci muovemmo perché si muovevano altri poteri, a noi ostili», confida alludendo alla massoneria. «E concordammo che Napolitano era la soluzione migliore rispetto ad altre candidature di sinistra».
Per anni, il «cardinale italiano» delegato ai rapporti con i politici è stato Achille Silvestrini. Alla Camera il «cappellano» era monsignor Rino Fisichella. E, nella filiera dei collaboratori alla segreteria di Stato c’era monsignor Antonello Mennini, futuro nunzio a Mosca e a Londra e amico di Aldo Moro e della famiglia: al punto che nacque la leggenda di un sacerdote intermediario con le Brigate rosse quando il presidente della Dc fu sequestrato, nel 1978. Dopo Silvestrini, almeno per un tratto, negli ultimi anni il ruolo era passato di fatto all’allora numero due della Segreteria di Stato, Giovanni Angelo Becciu, prima che cadesse in disgrazia con Francesco e da cardinale fosse «degradato» in un amen. «Oggi è difficile immaginare il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, che parla con qualcuno del voto per il Quirinale. A volte mi chiamano dei parlamentari per sondarci e io rispondo: telefonate alla Cei. Ma non sanno a chi rivolgersi», racconta il vecchio negoziatore. «È vero anche il contrario, però: i vescovi non sanno bene chi rappresenti chi, nei partiti». La frantumazione delle formazioni politiche e la dispersione del potere nell’ultimo decennio scoraggiano qualunque strategia, che rischierebbe di rivelarsi velleitaria, se non dannosa. E poi, ogni mossa irriterebbe Francesco.
Spiega un vescovo che conosce bene il Parlamento e il papa: «la Santa Sede non vuole intervenire perché questa è la volontà del pontefice, in continuità con i predecessori». Altri tempi, rispetto a quelli in cui il «numero due» della Segreteria di Stato, Angelo Dell’Acqua, poteva chiedere a Amintore Fanfani di ritirarsi dalla corsa al Quirinale per favorire l’unità della Dc, aprendo la strada al socialdemocratico Giuseppe Saragat. O quando, negli Anni Settanta, il successore Giovanni Benelli interveniva pesantemente sulla politica italiana per conto del papa.
«Erano tempi diversi. Si avvicinavano le persone. Si facevano capire le prospettive: mai nulla di scritto, per prudenza. Eppure i messaggi arrivavano alle orecchie giuste», si spiega Oltretevere. «Di certo non si sarebbe lambita la violazione del Concordato come adesso, sulla proposta di legge Zan». E così, oggi al massimo si vedono alti prelati che oscillano tra l’appoggio all’uno o all’altro, cercando sponde col rischio costante di essere strumentalizzati, senza ottenere nulla. Ma non ci sono più «le orecchie giuste». La sensazione più inconfessabile è quella dell’irrilevanza. «Dobbiamo chiedercelo senza fingere», confida un vescovo. «Se anche parlassimo di Quirinale, i politici ci ascolterebbero?».

(Corriere della Sera)