domenica 17 ottobre 2021

Europa
Che cosa significa davvero l’«immunità» del Vaticano

(Paolo Busco* e Filippo Fontanelli**, Corriere.it)
La Corte europea dei Diritti dell’uomo di strasburgo ha confermato che il Vaticano è «immune» dalle domande di risarcimento proposte dalle vittime di abusi sessuali commessi da ecclesiastici. Ma che cosa significa? Una decisione pubblicata martedì dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha destato un certo scalpore nel confermare che il Vaticano è «immune» dalle domande risarcitorie proposte dalle vittime di abusi sessuali commessi in seno alla Chiesa.
Per comprendere il significato della sentenza va chiarito un concetto – l’immunità – che ricorre nelle cronache giudiziarie internazionali.
Partiamo però da una ricostruzione dei fatti.
In Belgio un gruppo di persone, che asseriscono di aver subito abusi in gioventù da parte di preti cattolici, ha avviato una class-action civile nelle corti locali, chiedendo un risarcimento. L’azione non è stata intentata contro i religiosi per gli atti di abuso, ma contro gli arcivescovi belgi e lo Stato del Vaticano, per l’omesso controllo che avrebbe consentito la commissione degli atti, e per una generale «politica del silenzio».
I giudici belgi hanno bloccato la causa contro il Vaticano, applicando una regola nota come «immunità dello Stato estero»: uno Stato estero (come il Vaticano) non può essere citato in giudizio civile davanti alle corti di un altro Stato (come il Belgio).
Si tratta di una regola antica, che esprime un principio fondamentale delle relazioni internazionali. Tutti gli Stati sono uguali e hanno pari dignità; pertanto, le corti di uno Stato non possono pronunciarsi sulla condotta sovrana di un altro Stato.
Evidentemente, l’applicazione di questa regola limita le opzioni di tutela aperte a chi lamenti di aver subito un torto da parte di uno Stato estero. Proprio sulla scorta di questa considerazione i ricorrenti si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del cui rispetto la Corte è garante, impone agli Stati membri (tra cui il Belgio) di garantire a tutti un processo equo. In particolare, ciascuno ha diritto a che la propria causa «sia esaminata equamente». A questo riguardo è allora bene chiarire che il ricorso alla Corte Europea non è stato sollevato contro il Vaticano, ma contro il Belgio, perché la decisione delle corti belghe sull’immunità — secondo i ricorrenti — avrebbe leso il loro diritto a un processo equo.
La Corte di Strasburgo ha però respinto questa tesi, ritenendo che l’immunità realizzi un giusto bilanciamento fra gli interessi degli Stati esteri e la protezione dei danneggiati. Su questa conclusione è lecito discutere.
Per esempio, la Cassazione italiana decise alcuni anni fa che la Germania non è immune dalle domande risarcitorie proposte in Italia dalle vittime di crimini nazisti e dai loro eredi. In risposta, la Germania citò in giudizio l’Italia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, rivendicando il proprio diritto all’immunità. Il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite ha dato ragione alla Germania, pur mostrando qualche rammarico a riguardo. In un successivo sviluppo della vicenda giudiziaria, la Corte Costituzionale ha sancito l’incompatibilità della regola sull’immunità con il principio costituzionale del diritto alla difesa, autorizzando così le corti italiane a «prendere in carico» i casi contro la Germania.
Questa posizione, però, non è unanimemente condivisa. Anzi, nella pratica internazionale si tende piuttosto ad applicare l’immunità quasi automaticamente, in relazione ad attività sovrane dello Stato. La recente pronuncia della Corte di Strasburgo si innesta quindi su una prassi piuttosto consolidata.
Ma allora immunità vuol dire impunità? Non sempre. Anzitutto, questo tipo di immunità riguarda la responsabilità in sede civile dello Stato: restano aperte l’azione penale e quella civile contro gli individui responsabili degli abusi. Inoltre, le vittime possono ricorrere a metodi alternativi per ottenere soddisfazione, come è accaduto in effetti nel caso belga, visto che molti dei ricorrenti hanno ottenuto un risarcimento attraverso il meccanismo arbitrale stabilito dalla Chiesa cattolica per i casi di abuso.
L’immunità dello Stato opera inoltre solo davanti alle corti straniere, e non invece nelle corti dello stesso Stato convenuto in giudizio, o davanti a tribunali internazionali. Infine, nulla vieta che uno Stato rinunci all’immunità riconosciutagli dal diritto internazionale, e acconsenta ad essere citato in giudizio anche davanti a corti straniere.

* Paolo Busco è Avvocato internazionalista, Twenty Essex Chambers
** Filippo Fontanelli è docente di Diritto internazionale all’Università di Edimburgo