martedì 14 gennaio 2020

Repubblica Centrafricana
Risposte alle domande di pace. Nel messaggio dell’episcopato della Repubblica Centrafricana
Fides
«Fate discepoli tutti i popoli»: comincia citando Matteo (28, 19) il messaggio che la Conferenza episcopale centrafricana ha diffuso il 12 gennaio nella cattedrale di Bangui al termine dell’assemblea plenaria, nel contesto delle celebrazioni per i 125 anni di evangelizzazione. Rivolto alla Chiesa «famiglia di Dio» e agli uomini e alle donne di buona volontà, contiene una serie di esortazioni (ad operatori pastorali, comunità cristiane, giovani, Governo, leader politici, gruppi armati, organizzazioni internazionali) con l’obiettivo di costruire una pace duratura nel paese.
Nonostante l’accordo del febbraio 2019, «resta ancora molto da fare» e non solo per colpa del conflitto che «infuria con tutte le sue conseguenze drammatiche». Emergono esempi di contro-testimonianza cristiana: alcuni «separano la loro vita professionale dalla vita di fede, altri mescolano pratiche magico-feticistiche con le celebrazioni sacramentali, altri ancora si lasciano attrarre da sette e società segrete oppure abbandonano i grandi valori di unità, dignità, lavoro, rispetto, solidarietà, onestà, per un facile guadagno e interessi personali».
Nel messaggio — firmato tra gli altri dal vescovo di Bossangoa, Nestor-Désiré Nongo-Aziagbia, presidente dell’episcopato, e dall’arcivescovo di Bangui, cardinale Dieudonné Nzapalainga — si analizza la situazione e si chiede «a che punto siamo nel contratto sociale che ci lega come figli e figlie della Repubblica Centrafricana? Sono stati presi impegni per la giustizia, insistendo sull’impunità e sulla tolleranza zero. Sono stati istituiti meccanismi giudiziari: quando saranno resi effettivi la Corte penale speciale e la Commissione verità, giustizia, riconciliazione e riparazione, a favore delle vittime e di una pace duratura? Inoltre, ci domandiamo dell’efficacia dell’autorità statale dispiegata all’interno del paese. Servizi sensibili come l’educazione, la sanità, le infrastrutture per lo sviluppo agropastorale e quelle stradali sono gravemente carenti. Anche se l’anno accademico è partito, il calo del livello di istruzione è preoccupante. Come si può indulgere con la “politica dei genitori maestri” o nella scelta di un’educazione con lo sconto? Eppure sentiamo che ci sono finanziamenti concessi per la ripresa socioeconomica del nostro paese. A cosa servono tutti questi fondi? E chi se ne approfitta?».
All’inizio dell’anno elettorale (a fine dicembre 2020 i cittadini dovrebbero tornare alle urne per le legislative e le presidenziali) le preoccupazioni sono reali e, «anche se vengono compiuti sforzi per ridurre la violenza, viviamo in un contesto di insicurezza, paura e angoscia. Nonostante i tentativi di disarmo — scrivono i vescovi — molte armi pesanti e leggere circolano ancora nel paese alla vista e a conoscenza di tutti. I recenti drammatici avvenimenti ad Alindao, a Birao e ad Amdafock mostrano che gli imprenditori della guerra non hanno ancora detto la loro ultima parola. Chi trae vantaggio dal business della guerra così fiorente in Repubblica Centrafricana?». Apprezzamento viene espresso per gli sforzi del Governo tesi a ristrutturare le Forze di sicurezza interna e le Forze armate centrafricane ma, «siccome la soluzione del conflitto armato non è solo militare, ci chiediamo a quando la formazione di qualità e il massiccio inserimento di insegnanti, professori, infermieri e medici? Di fronte a questi contrasti e a questi grandi progetti, cari fratelli e sorelle, come troveremo la nostra identità di figli e figlie di Dio e rinnoveremo il nostro impegno per sanare l’ambiente spirituale, sociale e politico del nostro paese?».
Le risposte sono suggerite nelle esortazioni che concludono il documento. Agli operatori pastorali, per esempio, si chiede «fedeltà alla grazia battesimale e agli insegnamenti cristiani», non utilizzando il nome di Dio «per servire i vostri interessi personali spesso legati al denaro». Servono «coraggio evangelico e virtù eroiche» per prendere decisioni e compiere azioni tese a fare del bene, «anche a rischio della nostra vita». Ai giovani la Conferenza episcopale consiglia di non lasciarsi scoraggiare dalla situazione nel paese o disorientare «dai demoni dell’odio e dagli imprenditori della violenza e della distruzione». Ma è al Governo che i presuli rivolgono l’appello più stringente, ricordando quei «doveri regali che possono essere considerati come una “missione” da compiere per il popolo». Raccomandano specialmente di «organizzare nel periodo previsto dalla Costituzione elezioni libere e trasparenti che rispondano alle esigenze democratiche di uno Stato di diritto», di «tornare al tavolo delle trattative con i gruppi armati per trovare soluzioni consensuali e pacifiche» e di «mettere in opera con urgenza misure per la sicurezza della popolazione civile», soprattutto dei rifugiati.

L'Osservatore Romano, 14-15 gennaio 2020