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Le ambigue parole di Bashar al Assad e quella “colpa” di Papa Francesco di chiedere solo il rispetto di ogni vita umana(a cura Redazione "Il sismografo")
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| M. Maggioni - B. Al Assad |
Comunque,
chiunque avesse l'opportunità di intervistare in futuro il Presidente
Assad potrebbe per favore chiedergli se sa qualcosa di Padre Paolo
Dall'Oglio? Sarebbe importante per tutti noi saperlo e soprattutto
sarebbe fondamentale conoscere l'opinione di Assad su questa triste vicenda. Fare questa domanda fa parte del buon
giornalismo.
(Damiano Serpi) Quando si parla di ciò che è successo e, purtroppo, accade tuttora in Siria occorre essere chiari e precisi. Ce lo impongono gli oltre 300 mila morti, i quasi 3 milioni tra feriti e mutilati, i 7 milioni di sfollati interni e i 6 milioni di rifugiati all’estero. Cifre, queste, che dovrebbero farci rabbrividire e scuotere profondamente la nostra coscienza dinnanzi all’uso troppo disinvolto, quasi inevitabile delle armi. In tanti si sono scandalizzati e continuano ad esserlo dopo la diffusione del contenuto di una intervista che il Presidente della Siria (leggasi tiranno) Bashar Al Assad ha rilasciato nelle settimane scorse ad una nota giornalista Rai.
Non è affatto secondario il problema etico sull’opportunità di dare risalto con l’intervista alle ragioni di un dittatore che ha dimostrato negli ultimi decenni di non amare affatto la sua terra e, soprattutto, il suo popolo. Tuttavia, occorre essere pragmatici. Bashar Al Assad, dopo quasi 9 anni di guerra civile e dopo essere stato molto vicino alla sua fine, è ancora ben saldo al comando di ciò che resta di una Siria svuotata di oltre il 35% dei propri cittadini. Dopo quasi un decennio di duro e sanguinoso conflitto, di bombardamenti a tappetto, di uso indiscriminato di armi non convenzionali, di interventi diretti di eserciti stranieri, di veri e propri assedi di città e villaggi, di sotterfugi e violenze di ogni tipo, lui, il segretario del partito Ba’th siriano, è ancora indenne al suo posto nel palazzo presidenziale della città di Damasco. Può piacere o meno, ma questo è il dato di fatto che conta e che legittima il diabolico desiderio e la perversa pretesa di quell’uomo di dare al mondo la sua versione dei fatti con freddo orgoglio, reiterato cinismo e un ritrovato assetato piglio di comando. Non è la prima volta che accade né sarà l’ultima. E’ già successo in passato con Saddam Hussein, con Mu’ammar Gheddafi e con tanti altri dittatori mediorientali fatti crescere con l’aiuto, spesso nascosto e mai disinteressato, delle diplomazie occidentali e poi fatti cadere rovinosamente a terra perché diventati ingestibili o non più utili. Si è tentato di farlo anche con Assad, ma qualcosa è andato storto e ora bisogna rifare i conti con lui. Assad è ancora lì “sano e salvo” e avrà ancora voce in capitolo su ciò che avverrà in quella parte di Medio Oriente sconquassata da inaudite violenze. Questo, in sintesi, ci racconta questa sua ultima intervista che faremmo bene ad analizzare fino in fondo per depurarla di ciò che offusca la verità dei fatti e si può legittimamente definire pura propaganda.
Innanzitutto, come ogni buon dittatore o tiranno sa e deve fare, Assad ha mischiato verità con plateali menzogne. È normale che sia così e non c’è nulla di cui meravigliarsi in questo. È, infatti, vero e inconfutabile che l’Occidente e l’Europa abbiano tante cogenti colpe in ciò che sta avvenendo in Siria e dintorni dal lontano 2011 ad oggi. Su questo Assad non mente affatto, anche se racconta solo una parte della verità, quella che ovviamente gli fa più comodo. Non vi è dubbio, infatti, che l’Occidente abbia cercato in ogni modo di sfruttare quelle legittime proteste di piazza di un popolo stanco di una dittatura corrotta e opprimente per raggiungere altri meno nobili scopi. Lo si è fatto mestando nel torbido, fornendo armi e attrezzature militari a vari gruppi, finanziando movimenti e organizzazioni estremistiche, intervenendo a gamba tesa sugli affari interni di paesi esteri, forse anche alterando verità fattuali come avvenne nel 2003 con l’invasione dell’Iraq. È altresì provato dai documenti ufficiali che l’Occidente e molte monarchie del Golfo Persico hanno in un primo tempo finanziato e armato persino l’Isis affinché contribuisse sul campo di battaglia a rovesciare per conto terzi il regime di Assad, salvo poi pentirsi amaramente di quella mossa che permise di far degenerare l’apporto di una milizia di mercenari nella follia di un nuovo sanguinario Califfato. Roba da manuale si dovrebbe dire, dato che successe esattamente la stessa cosa già nel lontano tra il 1979 e il 1989 con i vari gruppi di mujaheddin in Afghanistan e nel conflitto fratricida tra Iran e Iraq.
Assad, in tutto questo, fa solo il suo gioco, non meno sporco di quello di tanti altri. Ha sempre fatto così e continuerà a farlo perché questo fanno i dittatori che vogliono e devono mantenere il potere. Proprio per questo ciò che dice in quell’intervista è un atto di accusa contro tutti. Bashar al Assad salva solo sé stesso. Lui è la vittima che deve impersonare il dolore del suo popolo, la sofferenza della sua terra, l’integrità violata sua patria-nazione. Nel parlare di ciò che è avvenuto Assad usa la solita retorica poliedrica dei dittatori, quella che abbiamo sentito per decenni in giro per il Mondo. Assad parla di sé stesso usando il plurale maiestatis perché nella sua visione non può esserci una Siria senza di lui. Ogni tirannia deve avere i propri nemici, i propri alibi, le proprie giustificazioni perché ciò rende credibile un racconto e la perpetua sospensione della libertà che grava solo sul popolo. Lui ha gioco facile a proclamarsi vittima di un complotto, di un tentativo di colpo di stato, di una guerra mossa al suo paese per destabilizzarlo e renderlo facile preda degli appetiti esterni. I terroristi sono sempre e solo gli altri. Nel far questo è chiaro e evidente che Assad si autoassolva da tutto imputando al “resto del mondo” ogni colpa, responsabilità, malefatta. Lui deve solo recitare la parte di chi si è solo difeso da un attacco ingiusto (come, ad esempio, grida ai quattro venti ogni giorno anche il dittatore Maduro in Venezuela) e ringraziare chi, dalla Russia di Putin all’Iran sciita, è entrato in scena per aiutarlo soltanto perché pervasi da un “grande amore e rispetto del diritto internazionale” (e non da più sostanziose necessità di geopolitica mondiale). La sua è la classica visione di chi vuole giustificarsi prendendo in prestito la teoria della “guerra giusta”.
La realtà, però, non è questa. Assad e il suo regime hanno responsabilità pesanti. Le avevano già da molto prima che la gente iniziasse a scendere in piazza e ad occupare le strade nel 2011 per chiedere quel cambiamento di cui avevano un disperato bisogno. Questa non è altro che storia già stampata. Il regime di Assad ha oppresso il proprio popolo, annientato le minoranze (che peraltro in Siria sono state sempre maggioranze numeriche), compresso ogni forma di democrazia e ha usato la violenza e la tortura per far tacere oppositori e contestatori. La politica di Assad ha, inoltre, influenzato quella di molti paesi vicini. Uno tra tutti il Libano che per troppo tempo è stato soggiogato dalla potenza politica e militare della Siria fino ad esserne diventato a lungo un piccolo stato satellite. Una situazione esplosiva e corrosiva che il Paese dei Cedri sta ancora salatamente pagando e che dovrà pagare per molto tempo ancora, forse per sempre. Tutto questo è stato possibile non solo grazie alla cattiveria di un dittatore senza scrupoli e di un regime disposto a tutto pur di sopravvivere ma, soprattutto, alla connivenza interessata dell’Europa e alle teorie perverse delle geometrie variabili in politica estera. Quell’interessato silenzio della democrazie del Vecchio Continente che fino al 2010 vedevano in Assad un prezioso alleato, un valido interlocutore, un affidabile partner da coccolare e lusingare. Diplomazie europee che stendevano per bene i tappeti rossi e facevano a gara per ricevere in patria il dittatore siriano con cui concludere importanti affari commerciali.
Questo Assad non lo ha detto nell’intervista, ma non è stata una dimenticanza la sua. Sbaglia chi crede che lo sia. Assad nel voler attribuire con forza la colpa maggiore ai paesi europei, e non agli USA, per ciò che è accaduto in Siria ha voluto mandare loro un chiaro criptico messaggio come a dire “ecco, voi che mi accoglievate come un leader mi avete poi tradito, voi che mi cercavate proponendomi accordi commerciali avete poi cercato di farmi fuori, ma io sono ancora qua e ora dovete fare i conti con me”. Questo è il messaggio subliminale.
Fino al 2010 Assad era un ospite rinomato nei palazzi europei del potere. Così rinomato che ogni sua visita era momento gradito per ricoprirlo di doni e di alte onorificenze. Solo un anno prima dall’inizio della guerra civile, ovvero l’11 marzo 2010, l’allora Presidente della Repubblica italiana Napolitano concesse a Bashar al Assad il titolo di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana, ossia la più alta onorificenza prevista dall’ordinamento italiano. Stesso trattamento gli venne riservato dalla Repubblica Francese che nel 2001 gli attribuì addirittura la Legion d’Onore. Tutte onorificenze poi frettolosamente revocate ma che sono rimaste in bella vista nelle vetrine del palazzo presidenziale di Damasco a dimostrazione di ciò che per Assad è stato solo un tradimento.
Ciò nonostante, Assad non è una vittima di questa guerra ma né è un artefice assieme a tanti altri. Le vittime sono coloro che hanno perso la vita negli scontri e nei bombardamenti, i feriti e i mutilati, le vedove e gli orfani, i bambini a cui è stata rubata la propria infanzia e la voglia di giocare, i rifugiati che sono dovuti scappare all’estero e, nel farlo, hanno rischiato di perdere la propria vita nell’indifferenza totale degli altri. Proprio per questo stride molto, troppo, l’ingiusta e infondata accusa mossa da Assad a Papa Francesco di far dipendere i suoi giudizi su ciò che avviene in Siria dalla sola “narrazione occidentale”. No, non è così e lo dimostrano i fatti. Papa Francesco non ha nessuna colpa o responsabilità per ciò che è avvenuto e, purtroppo, avviene tuttora in quella terra che più volte da Piazza San Pietro ha definito “l’amata e martoriata Siria” se non quella di aver chiesto e implorato a squarciagola le parti in causa a deporre le armi e iniziare un dialogo.
Assad ha la memoria corta. Si è già dimenticato di ciò che avvenne nel settembre del 2013, quando furono le parole del Papa ad evitare una nuova strage di innocenti e, con tutta probabilità, anche la sua fine. L’Occidente era pronto a colpire duramente la Siria dal mare e dal cielo per punirla dell’uso indiscriminato di armi chimiche sui civili inermi. I fatti non erano stati ancora totalmente accertati ma l’ordine di attacco era già stato scritto e giaceva sul tavolo dell’allora Presidente USA Barak Obama. Lo stesso Assad aveva le ore contate e i piani prevedevano di eliminarlo con qualsiasi mezzo allo scadere dell’ultimo infruttuoso ultimatum. Forse se quell’attacco fosse avvenuto il conflitto avrebbe preso una piega diversa, chissà. Molti oggi ci ricamano sopra per evidenziare che forse è stata un’occasione persa per chiudere prima il conflitto. Altri, più maliziosi, hanno più volte usato l’episodio per colpire proprio Papa Francesco con l’accusa di essere stato troppo pro-Assad, filorusso e, di concerto, antioccidentale. Tuttavia, il Papa, così come fece tanti anni prima il suo predecessore Giovanni Paolo Secondo alla vigilia della guerra di invasione dell’Iraq, pronunciò solo un accorato appello per la pace e propose una veglia di preghiera e un digiuno affinché sbocciasse il dialogo.
Quell’attacco non ci fu. Usa e Russia si sedettero attorno ad un tavolo e trovarono un accordo. Gli arsenali chimici siriani furono svuotati e la Siria evitò una caterva di missili. Certo, la guerra non finì in quel momento. Purtroppo, alle parole non seguirono tutti i passi sperati e di lì a qualche mese il conflitto si infiammò nuovamente. Tuttavia, quella volta le parole pressanti e accorate del Papa salvarono molte vite umane di persone innocenti. Fu la dimostrazione al Mondo che la via del dialogo era possibile e che un’alternativa all’uso delle armi c’è sempre se la si vuole trovare. Qui sta il vero punto che, evidentemente, rimane oscuro all’Assad di oggi che, forte della sconfitta dell’Isis, del disimpegno USA e del supporto russo, può permettersi il lusso di criticare quelle stesse parole del Papa che, però, cercò nel 2013 quando le cose per lui si stavano mettendo male sul serio. Il Papa e con lui la Chiesa perseguono sempre la salvaguardia della vita umana contro ogni violenza e ogni guerra. Non ci sono per il Papa e la Chiesa vittime buone o vittime cattive, guerre giuste o guerre sbagliate, sacrifici umani più sopportabili di altri. Il Papa non si schiera, non parteggia, non fa il tifo per nessuno che combatte, ma sta dalla parte di chi soffre, di chi rischia di perdere ciò che si ha di più prezioso, ovvero la vita.
Nel 2003, proprio mentre gli Usa e i suoi alleati si preparavano ad invadere l’Iraq sulla base di informazioni sul possesso di armi chimiche, poi rivelatesi completamente false, San Giovanni Paolo Secondo gridò da Piazza San Pietro al mondo intero quel suo “Mai più la guerra”. Nessuno lo ascoltò e sappiamo tutti molto bene come è andata a finire e quanto l’umanità intera stia pagando quella follia. Quelle stesse identiche parole sono state usate nel 2013 da Papa Francesco a dimostrazione del fatto che la Chiesa non ha cambiato opinione, non baratta la parola di Dio, non cede di fronte alla violenza dell’uomo. Tutti in Siria devono rispettare la salvaguardia della vita umana e adoperarsi perché cessi ogni violenza. Questo chiede ininterrottamente il Papa da 7 anni seguendo l’unica “narrazione” che conosce: quella del Vangelo.

