lunedì 11 novembre 2019

(a cura Redazione "Il sismografo")
Se in Bolivia c’è stato golpismo — e probabilmente è così — non vi è dubbio che l’alleato più importante di queste forze è stato lo stesso Evo Morales.
(Luis Badilla) Evo Morales sarebbe potuto entrare nel pantheon dei grandi leader politici e governanti dell’America Latina che per la verità non sono molti. Ma purtroppo per “l’indio Evo” non sarà così, anzi. La sua uscita dalla presidenza del Paese e sicuramente dal cuore di moltissimi boliviani, disonorevole e ingloriosa, poche ore fa, è il sigillo del suo suicidio politico da tempo preannunciato. Ciò che su di lui si racconta in questi oltre 20 giorni di crisi non è altro che un copione di un harakiri andino.
Evo Morales, finito politicamente in modo rovinoso, è meritevole di applausi per le molte cose positive fatte in favore del suo Popolo, in particolare dei più poveri e scartati, soprattutto nel primo periodo di governo e nella metà del secondo.  Poi però il suo percorso ha avuto una condotta suicidaria, non nuova nel caso di molti governanti latinoamericani, e cioè quella del “caudillo”, dell’uomo forte, messianico, indispensabile, circondato da una foltissima corte di corrotti, truffatori, opportunisti dove ovviamente operavano anche dei veri infiltrati. 
Nulla di nuovo. Anche questo fa parte della storia politica latinoamericana. Evo Morales ci ha creduto e anche contro il verdetto di un referendum popolare ha voluto essere comunque candidato alla presidenza per la quarta volta, dopo quasi 14 anni di governo, manovrando la legge, i giudici e le autorità elettorali amministrative. Come dicevano molti dei suoi amici: "una follia che finirà male".
In questi anni, Morales ha costruito un sistema di potere personale, in molti passaggi totalitario, corrotto e nepotista, ritenendo che questi meccanismi potevano garantire a lui e al suo progetto politico — ogni giorno però sempre più sbiadito, carente di propulsione riformista, ammuffito e demagogico — una sorta di diritto ad esistere illimitato. Secondo lui bastava appellarsi al carattere aborigene, indigena, autoctono, realtà e concetti che la sua propria azione di governo finì per svuotare e snaturalizzare.
Su questi errori e cattivi consigli dell'entourage di adulatori di Evo Morales, in questi anni parlarono con sincerità molti amici, in America Latina, in Europa e anche in Vaticano, dove il leader è passato diverse volte. Con lui parlarono i pochi vescovi che potevano avvicinarlo (tre o quattro) e toccarono la questione dei suoi cattivi rapporti con la gerarchia cattolica che lui, gratuitamente, accusava di essere "al servizio degli Stati Uniti". Non poche volte fece un errore mortale: usare il suo rapporto personale con Papa Francesco come arma contro i vescovi del suo Paese. Un'altra follia.
E’ sicuramente certo che nell’odierna crisi boliviana che ha fatto fuori Morales, ci sono elementi e congiure golpiste. E' una cosa scontata, da sempre, di fronte a governi con progetti politici e sociali progressisti e quando qualcuno ora si sorprende è quasi patetico. Al posto di denunciare azioni golpiste, sarebbe il caso di fare autocritica e di riconoscere come sono state aiutate queste forze con le proprie azioni ed errori. Se in Bolivia c’è stato golpismo — e probabilmente è così —, non vi è dubbio che l’alleato più importante di queste forze è stato lo stesso Evo Morales.
Infine, va riconosciuto e detto con chiarezza che l'ex Presidente Evo Morales con la sua rinuncia ha compiuto un gesto di grande responsabilità patriotica che la Bolivia dovrà ricordare come un decisivo e sofferto contributo alla pace del Paese in un'ora così drammatica e pericolosa. Un gesto estremo ma un vero esempio che, in passato, avrebbero dovuto compiere Nicolás Maduro in Venezuela e Daniel Ortega in Nicaragua. Avrebbero risparmiato a due nobili popoli dolori, lutti e miserie infinite. In questo, Evo Morales è molto diverso  da Maduro e Ortega, politici corrotti, meschini ed incompetenti.