venerdì 2 agosto 2019

L'Osservatore Romano
Nella casa natale di Canale d’Agordo. Il volume Albino Luciani - Giovanni Paolo I. Biografia ex documentis. Dagli atti del processo canonico (scritto a più mani sotto la direzione di Stefania Falasca) viene presentato nel pomeriggio di venerdì 2 agosto a Canale d’Agordo, nella casa natale del Pontefice bellunese. Pubblichiamo quasi integralmente in questa pagina l’intervento del cardinale prefetto della Congregazione per il clero, postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione di Luciani.
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(Beniamino Stella) La mia partecipazione — consentitemi di dirlo — tocca una sfera personale della mia vita, dal momento che Luciani fu Vescovo di Vittorio Veneto, la mia diocesi di origine, per 11 anni. Personalmente, ho il vivo ricordo della sua santità umile e sobria, nonché del suo tratto amabile e cordiale. Ho conservato nel cuore, lungo gli anni, la memoria di una persona semplice che non amava apparire, di un Pastore buono e attento che incarnava la mitezza evangelica, di una figura che per me è stata come un faro luminoso lungo il cammino vocazionale e sacerdotale, nonché nel mio servizio alla Chiesa.
Il volume su Albino Luciani che oggi presentiamo raccoglie, sotto la forma della biografia ma anche dell’agiografia, gli aspetti salienti del profilo umano e sacerdotale di questo servo del Signore, ripercorrendo gli anni bellunesi dalla nascita fino al 1958, il tempo dell’episcopato a Vittorio Veneto prima e a Venezia poi, e, infine, quella breve parentesi di vita che va dal 10 agosto al 28 settembre del 1978, e che comprende le Congregazioni previe e il conclave che lo elesse Pontefice e la morte improvvisa che provocò un vero e proprio shock nella Chiesa e nel mondo intero.
Ci troviamo davanti a un’opera particolarmente densa, che raccoglie un imponente lavoro di indagine storico-critica e una notevole investigazione delle fonti archivistiche; allo stesso tempo, il testo contiene numerosi spunti biografici corredati da un variegato panorama testimoniale.
Ne emerge uno scritto di circa mille pagine, che non si limita a ripercorrere una cronologia di date e di circostanze riferite alla biografia di Luciani, ma, molto di più, racconta un’esistenza cristiana, sacerdotale ed episcopale che ha incarnato con eroicità la sequela del Maestro.
A far emergere il profilo dell’amato Papa Luciani contribuiscono, nell’opera, alcuni grandi nuclei di ricerca; infatti, essa riprende integralmente il IV volume della Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, riporta i risultati di un’ampia consultazione archivistica i cui dettagli sono riportati nella nota bibliografica finale, dà voce a numerosi testimoni le cui deposizioni sono state raccolte in oltre duecento sessioni processuali e, infine, fa riferimento alla più qualificata bibliografia esistente sulla vita e sul ministero del servo di Dio.
Inutile dire che la mole dell’opera non rende facile il compito di tracciare una sintesi del contenuto biografico e spirituale di queste pagine; ciò non deriva solo dal fatto che la redazione comprende circa mille pagine, ma, ancor più, da ciò che queste righe trasudano e lasciano intravedere, cioè la statura di un uomo che ha vissuto la sequela del Signore in modo straordinario, che ha servito la Chiesa da prete, da vescovo e per poco più di un mese anche da Papa, senza perdere mai la semplicità d’animo e la sua povertà di spirito, di un apostolo cui stava a cuore l’evangelizzazione dei fanciulli e degli adulti.
Seguendo i diversi periodi della sua vita così come sono classificati nel libro, mi soffermerò brevemente su alcuni aspetti che, nelle diverse fasi della vita — sacerdozio, l’episcopato e pontificato — fanno emergere di Luciani il tratto del Buon pastore, a immagine di Cristo.
Dalla nascita al sacerdozio
Il volume narra con dovizia di particolari e di testimonianze gli aspetti principali di quel primo contesto umano e spirituale in cui Luciani crebbe, cioè la sua famiglia. Albino viene descritto come un bambino abbastanza irrequieto, «che non sta fermo un minuto» (p. 39), che a volte si lancia in giochi pericolosi e, perciò, un bambino normale come tanti; al contempo, egli era già da piccolo attaccato ai libri e desideroso di leggere e di studiare, diventando ben presto uno dei più bravi della scuola.
L’humus della sua casa di origine, segnato dalla semplicità e dalla povertà del tempo, lo rese particolarmente ricettivo anche nei confronti della fede cristiana; la sua “prima maestra di catechismo” — come egli stesso dirà più tardi — fu sua madre Bartola, dalla quale apprese una fede genuina, l’educazione alla preghiera ma anche — e mi sembra questo un dato davvero interessante in riferimento al suo futuro Magistero Pontificio — imparò una grande fiducia nella Provvidenza, sperimentando già da piccolo la paternità e la maternità di Dio.
Un altro elemento profetico degli anni che precedono l’ingresso in seminario e poi il Sacerdozio riguarda la corrispondenza tra Luciani e suo padre — che in quel momento si trovava in Francia — a proposito dell’inizio del percorso vocazionale; in una lettera, che poi il futuro Papa conserverà per sempre nel portafoglio e considererà un vero testamento per la vita, suo padre gli scrisse: «Spero che quando sarai prete starai dalla parte dei poveri, perché Cristo era dalla loro parte». Nel modo in cui Luciani ha vissuto l’essere pastore del popolo di Dio c’è un riverbero di quelle parole che il padre volle rivolgergli, nonché un filo diretto che lo lega all’attuale magistero di Papa Francesco.
In questa prima parte dedicata agli anni dell’infanzia, del seminario e del sacerdozio, il libro mostra come Luciani fu capace di incarnare l’immagine di Gesù buon pastore, in special modo in tre ambiti: quello dell’evangelizzazione, del governo e della direzione spirituale.
Infatti, assumendo l’incarico di direttore dell’ufficio catechistico, Luciani si prodigò — anche scrivendo numerosi articoli — per quella che riteneva essere un’urgenza pastorale, cioè una rinnovata presentazione del Catechismo ai fanciulli e agli adulti, anche attraverso nuove metodologie che egli stesso contribuì a far sorgere; il suo indefesso lavoro sfociò, nel dicembre del 1949, nella pubblicazione di un libretto dal titolo Catechetica in briciole, che ebbe addirittura sette edizioni. Con un linguaggio fresco e uno stile semplice, egli si proponeva di promuovere il contenuto della fede cristiana e di istruire i catechisti sulle metodologie da adottare con i fanciulli.
Circa il governo, il volume raccoglie alcune intense testimonianze del tempo in cui Luciani fu vicario generale della diocesi; si ricorda come il rapporto con i sacerdoti fu sempre affabile e cordiale, di come egli avesse il dono dell’ascolto e fosse attento alla salute e alla sensibilità di ogni confratello e di come, attraverso questo incarico, egli avesse cercato di promuovere l’armonia del clero, di ascoltare i preti, di risolvere i loro problemi e di portare avanti il suo ruolo senza mai rivestirsi di autoritarismo. Mi ha colpito quella testimonianza in cui si dice: «Non ho mai sentito Luciani dire qualcosa contro i preti» (p. 214). Emerge qui la figura di un pastore che, come Cristo, sa essere mite e umile di cuore, sa comprendere e sa offrire la vita per gli altri.
Infine, l’ambito della direzione spirituale, circa il quale il libro fa vedere la disponibilità di Luciani ad accogliere quanti lo cercavano per essere guidati, consigliati o confessati; egli viene definito — e anche questo tratto ci riporta al Buon Pastore — come un «amorevolissimo confessore e consigliere» (p. 232), disponibile a ricevere e ascoltare le persone anche quando era ammalato, e con il dono straordinario della perscrutatio cordium, cioè la capacità di leggere nel cuore della persona che aveva davanti e di saperla orientare al meglio.
Dunque, in questa prima fase della vita di Luciani possiamo cogliere il profilo del buon pastore nel desiderio dell’evangelizzazione, nel governo e nella direzione spirituale.
Vescovo di Vittorio Veneto e Patriarca di Venezia
Il 4 dicembre 1958 Luciani venne nominato vescovo della diocesi di Vittorio Veneto. Era trepidante, ma accettò quella chiamata con fiducia nella Provvidenza e in spirito di obbedienza al Papa.
Il libro riporta la celebre omelia che Luciani tenne a Canale d’Agordo, pochi giorni dopo la consacrazione episcopale; emerge anche qui il tratto umile del servo di Dio, che, ripercorrendo con la memoria le strade, le case e la Chiesa del paese dove era cresciuto, parlò del vecchio sistema che Dio usa: «Prende i piccoli che sono nel fango e nella storia — disse — e li solleva alle altezze».
Anche per ciò che concerne questa nuova fase della sua vita, il testo fa emergere un notevole slancio pastorale; ripercorrendo il ministero episcopale, infatti, dalle pagine del libro si ricava l’instancabile zelo con cui Luciani corse da un angolo all’altro della diocesi, si immerse nella vita di ogni singola comunità, riuscì a concludere due visite pastorali e aprì due missioni diocesane, una in Burundi e l’altra in Brasile. Significativa è, inoltre, la chiusa della prima omelia da vescovo, pronunciata nella cattedrale di Vittorio Veneto domenica 11 gennaio: «Io sarei veramente il più sfortunato di tutti i vescovi se non cominciassi il mio ministero soprattutto da questo, dal voler bene, e molto bene, alle vostre anime» (p. 263).
Dalla ricostruzione offerta dalle pagine del volume, emerge come Luciani strutturò le sue giornate e il suo ministero episcopale secondo una disciplina spirituale, potremmo dire un’ascesi quotidiana che comprendeva al primo posto la preghiera, a partire dalle 5.30 del mattino; poi l’ascolto delle persone, la lettura della posta, delle informazioni e degli articoli più importanti; e, ancora, lo studio, la preparazione di prediche e conferenze, e naturalmente gli impegni pastorali in giro per la diocesi. Una vita scandita al ritmo regolare «di studio, preghiera e lavoro» (p. 274).
Da vescovo egli illuminò le coscienze, si dedicò all’insegnamento della fede, diede slancio alle opere laicali e desiderò conoscere personalmente i sacerdoti; di quest’ultimi — afferma il libro — «ricordava bene il volto, le mansioni e anche le informazioni sui loro familiari. Ne ascoltava i desideri e valutava le difficoltà di ministero. Si interessava di tutti, partecipava ai loro problemi in modo attento e discreto» (p. 293). Ancora una volta ci troviamo dinanzi al profilo del buon pastore, capace di ascolto, di dialogo e di attenzione personale verso ciascuno.
Infatti, del ministero episcopale — anche quello non facile vissuto come patriarca di Venezia, in un tempo e un contesto ecclesiali segnati da profonde divisioni e da un clima incandescente — si ricorda soprattutto la sua capacità di ascolto delle persone e delle situazioni, nonché di equilibrio nel governo pastorale.
Pontefice
Riguardo al terzo grande periodo della sua vita, quando fu eletto Papa della Chiesa cattolica, si può rinvenire nella numerosa documentazione di cui il Volume è corredato, che Albino Luciani era visto come immagine viva di Cristo buon pastore; infatti, nei giorni immediatamente precedenti al primo conclave del 1978, il profilo che lentamente prende corpo nei dialoghi tra i cardinali e nelle consultazioni informali — sia intra-ecclesiali che giornalistiche — potrebbe essere sintetizzato dal ritratto che il cardinale brasiliano Aloísio Lorscheider aveva tracciato in un’intervista, prima che il conclave iniziasse; nel 1998, lo stesso porporato affermò che le caratteristiche di quel ritratto «esprimevano gli orientamenti del collegio cardinalizio, alla ricerca di un Papa che fosse innanzitutto un buon pastore» (p. 723).
Nel testo vengono anche riportate alcune testimonianze di altri cardinali che presero parte a quel conclave, i quali affermano, non senza un certo stupore, che l’assise fu come investita dal soffio dello Spirito Santo e, nonostante le iniziali tensioni che lasciavano presagire una lunga discussione, tutto convogliò in breve tempo verso la figura di Luciani, soprattutto per due aspetti che lo contraddistinguevano: la semplicità e la vicinanza al popolo.
I pochi giorni del pontificato, come anche il libro mette in evidenza attraverso molteplici testimonianze, bastarono perché Luciani colpisse l’opinione pubblica; egli conquistò il cuore del Popolo di Dio per la sua genuinità, la chiarezza del linguaggio, il sorriso cordiale che era espressione della sua naturale empatia.
Proprio con lo stesso desiderio del buon pastore, che cerca di raggiungere ogni pecora del suo gregge per condurla ai pascoli verdi della vita divina, Papa Luciani desiderava «che tutti comprendessero e sentissero il Vangelo più vicino all’uomo e alle preoccupazioni di ciascuno», e questo, «lo induceva ad usare un linguaggio semplice e immediato» (p. 784), che gli procurò da subito l’affetto del Popolo di Dio.
Conclusione
Il volume di Stefania Falasca, don Davide Fiocco e Mauro Velati, come si può immaginare, offre tanti altri elementi significativi della biografia di Papa Luciani, insieme ad aspetti importanti della sua spiritualità, del profilo umano e del ministero sacerdotale, episcopale e pontificio; tante sono le suggestioni che emergono leggendo queste pagine, che raccolgono una gran quantità di documentazione e sono frutto di una ricerca accurata e appassionata.
Da parte mia, ho ritenuto importante fare emergere quei tratti che attestano la bellezza della figura di Albino Luciani, la sua spiritualità radicata nella semplicità dell’educazione cristiana ricevuta, la sua generosa dedizione alla Chiesa, la sobrietà del tratto e la virtù dell’umiltà che lo contraddistingueva, la semplicità del linguaggio col quale desiderava annunciare il Vangelo a tutti; in tal senso, mi è sembrato di poter quasi rinvenire, soprattutto grazie all’apporto di queste pagine, il ritratto del buon pastore, che offre la vita per il suo gregge.
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Un prete è bravo quando è servo degli altri
Per i partecipanti alla presentazione della biografia di Giovanni Paolo I è stata organizzata anche una visita guidata alla dimora natale del Pontefice, aperta al pubblico per la prima volta. Nella circostanza è stata inoltre diffusa la registrazione dell’omelia pronunciata da Luciani il 29 giugno 1968, quando era vescovo di Vittorio Veneto, per l’ordinazione del sacerdote don Giuseppe Nadal. Ne diamo di seguito il testo quasi integrale.
Cerimonie come questa, di solito, si fanno nella cattedrale ma, la parrocchia di Santa Maria del Piave è stata così brava, ha fatto sforzi così meritevoli di lode e di plauso, innalzando questa chiesa a quasi una cattedrale...
Il mio primo pensiero va ai suoi parenti: alla mamma — il papà poverino è morto, lo ricorderemo insieme, il vescovo e il suo figliolo, nella santa messa — i suoi fratelli, la famiglia; perché, miei cari fedeli, sinceramente io crederei di mancare a un mio dovere se, consacrando un sacerdote, non pensassi, prima di tutto ai sacrifici che per lui ha fatto la sua famiglia. Intanto l’ha messo a disposizione del Signore. C’è stato uno scrittore francese che ha detto: «Ci sono delle mamme che hanno un cuore “sacerdotale” e lo trasfondono nei loro figlioli».
Mia madre non mi ha mai detto di andare prete, però era così buona, amava tanto il Signore che, al suo contatto, io spontaneamente ho preso questa strada; mi pareva che per me non c’era altra strada. Oltre all’ambiente religioso, ci sono dei sacrifici che le famiglie devono fare lungo tanti anni. Sono sicuro che le famiglie dei sacerdoti non rimpiangeranno di aver fatto questi sacrifici. E neanche i sacerdoti, se sono fedeli alla loro vocazione e alle grazie del Signore, non si pentiranno mai di ciò che hanno fatto, accettando questi poteri sublimi. Poteri che importano pesi, sacrifici, e specialmente spirito di grande dedizione. Spero veramente che il Signore aiuti il nuovo sacerdote e lo faccia dedito al popolo, capace di servire. Voi sentite che si dice “ministri di Dio”, ministri vuol dire “servi”, servi di Dio e servi del popolo. Un sacerdote è bravo quando è servo degli altri. Se è servo di sé stesso non è a posto. C’è stato un santo sacerdote che ha scritto: «Il sacerdote deve essere pane, deve lasciarsi mangiare dalla gente, deve essere a disposizione della gente in tutti i momenti».
Il sacerdote ha rinunciato a una sua famiglia per essere a disposizione delle altre famiglie. Qualcuno dice che i preti non si sposano perché la Chiesa non apprezza il matrimonio, ha paura di mettere il matrimonio accanto a queste cose sante. Non è vero, non è vero! San Pietro era sposato. Noi pensiamo invece che la famiglia è una cosa sublime e grande e, appunto per questo, se uno è padre di famiglia ne ha basta per fare il suo dovere: figlioli da educare, figlioli da crescere...: è tutto impegnato per la famiglia. È troppo grande la famiglia perché uno possa essere con una famiglia e poi avere anche un incarico così grande come il Sacerdozio: o una cosa, o l’altra.
Quindi, ripeto, il sacerdote sia servo di tutti: è questo specialmente il suo compito, servire. E il popolo sa capire, e vede se il sacerdote è veramente un servo che si disfa per gli altri. Allora dice «Abbiamo un bravo sacerdote!». Allora il popolo è veramente contento.
Durante il rito, ho detto che questo sacerdote leggerà la Bibbia: bene! Bisogna che quello che ha letto lo creda dopo; bisogna che quello che crede lo predichi alla gente; bisogna che quello che predica alla gente lo faccia lui prima. La prima missione del prete è predicare la Parola di Dio, una parola che prima dovrebbe essere vissuta. Io non posso dire agli altri siate buoni se prima non sono io buono. E se sapeste, alle volte, che rossore, anche per il vescovo, presentarsi davanti alla gente e dire: Siate buoni, se io non sono buono, non ho fatto abbastanza! Sarebbe bellissimo se io, prima di predicare agli altri, ho fatto tutto quello che dico di fare. Non sempre è possibile, dovete accontentarvi dello sforzo; abbiamo anche noi il nostro temperamento, la debolezza. Però il sacerdote, se vuol essere sacerdote, non si presenti a predicare agli altri se prima lui stesso, non ha almeno cercato, con tutti gli sforzi, di fare quello che domanda agli altri che facciano. E poi ci sono i sacramenti, la confessione, la santa messa celebrata. E poi c’è il governo. Io dico sempre ai miei preti: «Cari fratelli, la gente bisogna trattarla bene; se è vero che siamo servi bisogna trattar bene la gente». Non basta dedicarsi alla gente, ma essere soavi con la gente, anche se qualcuno, a volte, è ingrato. San Francesco di Sales, diceva: «Noi dobbiamo essere un po’ come le mamme. Qualche volta c’è la mamma che allatta, e il piccolo morde la mammella; la mamma deve continuare a dare il latte».
Così deve essere il sacerdote. Qualche volta ci sforziamo di fare il bene e non sempre c’è la giusta riconoscenza, ma non dobbiamo lavorare per la riconoscenza. Il Signore ci aspetta a vedere se, nonostante tutto, siamo capaci di continuare a fare un po’ di bene alla gente...
L'Osservatore Romano, 2-3 agosto 2019.