venerdì 12 luglio 2019

L'Osservatorio Romano
San Benedetto è vissuto in un’epoca in cui si stava sgretolando la stabilitas della civitas e le istituzioni dell’impero romano stavano svanendo o trasformandosi rapidamente sotto gli effetti di molteplici fattori. Il suo merito è stato quello di aver individuato «un’idea forte e attraente a cui aggrapparsi per far fronte alla tempesta del vecchio mondo che tramontava e ai vagiti di quello nuovo che nasceva». Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, durante la messa celebrata nell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore giovedì 11 luglio, festa liturgica del patrono d’Europa. Nella circostanza è stata fatta anche memoria dei settecento anni di fondazione dell’arcicenobio benedettino, che è anche casa madre dell’ordine olivetano. Era, infatti, il 1319, quando san Bernardo Tolomei, nel cuore delle Crete senesi, nel luogo chiamato deserto di Accona per il suo aspetto lunare, iniziò la costruzione dell’abbazia 722 anni dopo la morte di Benedetto. Insieme a Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini, già dal 1313 conducevano vita in comune e avevano scelto la Regola benedettina dando vita alla congregazione di Monte Oliveto.
Dopo aver ringraziato l’abate generale Diego Gualtiero Rosa, il segretario di Stato ha definito la Regola di san Benedetto «una vera cattedrale di sapienza, fondata non sulla sabbia di facili emozioni o di slanci generosi ma poco meditati e deboli», bensì sulla «salda roccia di una fede robusta, temprata dall’esperienza e da una pratica di pietà e delle virtù». Ciò consente di «cogliere i più sottili movimenti del cuore, le sue grandi e nobili possibilità e anche le sue aritmie e malattie, sempre in agguato se si smette di assumere le opportune medicine dell’umiltà e della preghiera».
A tale proposito, il cardinale Parolin ha sottolineato come il santo di Norcia abbia lasciato, con la sua testimonianza di vita e la sua Regola, «qualcosa di grande, che desta stupore per finezza e capacità d’introspezione psicologica» e per il fatto che, «almeno nei suoi fondamenti e nel suo impianto generale, non invecchia con il passare del tempo, ma rimane una luminosa via di perfezione offerta alla nostra generazione e al nostro tempo». A somiglianza di quello di Benedetto, ha fatto notare il porporato, anche «il tempo odierno presenta del resto convulsioni e rivolgimenti, dove l’antico sembra incrinarsi e il nuovo fatica a emergere», e dove, proprio per questo, «cresce il desiderio di solidi punti di riferimento e di un po’ di stabilitas».
È necessario infatti, ha aggiunto il celebrante, ancorare «gli incessanti cambiamenti a una chiave che consenta di interpretarli e viverli con una buona disposizione verso un impegno serio e assiduo, senza farsi depistare dal fuoco fatuo di vuote illusioni o da fughe dalla realtà». La bussola che consente di navigare senza infrangersi sugli scogli è quella evidenziata da san Benedetto nella sua Regola: Nihil amori Christi praeponere ”non anteporre nulla all’amore del Cristo” (4, 21)». Questa, ha spiegato, è la «condizione necessaria e sufficiente per attraversare i cambiamenti rimanendo stabili nella speranza, forti nella tentazione, vittoriosi delle forze che vorrebbero disgregare e dissolvere». Non anteporre nulla all’amore del Cristo «significa interpretare ogni accadimento dell’esistenza alla luce del Vangelo, portando sempre con noi questa fiamma che scalda e consola».
Il Figlio di Dio, ha fatto notare il porporato, ha voluto «regnare servendo» e san Benedetto «si è fatto servitore dei suoi monaci per condurli alla meta come buon discepolo diventato maestro e padre nella fede». Egli ha trovato «parole realistiche di verità, proponendo la soggezione al dolce e leggero giogo del Signore per evitare quello triste, pesante e nefasto del mondo». Per ciascuno di noi «non può esserci altra via che quella di porci alla sequela Christi, ancorando il cuore e la mente a Dio», alla scuola della sua Parola, «con una buona disciplina dei pensieri, delle parole e delle azioni e la disponibilità a lasciarci sorprendere dalla Grazia di Dio».
Per questo occorre accogliere il suo «sapiente disegno d’amore su di noi, sul nostro prossimo, sulla Chiesa e sulla storia». Solo in questo modo, ha detto il cardinale Parolin, si potrà «servire con purezza d’intenzione e divenire attrattive sorgenti di speranza».
Poi, rivolgendosi ai monaci li ha definiti «come un faro posto sul monte», come «un richiamo a una vita piena di significato perché donata e donata perché ricolma di fede in Cristo Risorto e quindi colma di pace, nonostante gli errori, i peccati, le miserie umane e i drammi della storia». Del resto, ha aggiunto, essi rappresentano per il nostro mondo «una vera alternativa, un’oasi di ristoro dalle intemperie e un sicuro e potente segnale sul cammino a volte confuso e contorto di tante persone che cercano a tentoni quella salvezza e quella felicità che potrebbero trovare facilmente se solo alzassero lo sguardo verso Gesù e verso Maria sua Madre».
Da qui, l’esortazione conclusiva a essere quel faro che «illumina la notte e fa intravedere il volto paterno e misericordioso del Signore». E in tal senso, «la preghiera, il lavoro e lo studio siano come il ritmo del vostro respiro, regola di vita autenticamente vissuta», ha raccomandato il segretario di Stato. Infatti i monaci con la loro coerenza possono mostrare a tutti che «è possibile sconfiggere quella “mondanità spirituale” , tante volte segnalata da Papa Francesco «come uno dei pericoli più grandi».
L'Osservatore Romano, 12-13 luglio 2019.