lunedì 11 febbraio 2019

Svizzera
Sì nel cantone di Ginevra alla legge sulla laicità dello Stato. Regole comuni per tutte le religioni
L'Osservatore Romano
Con il 55 per cento di sì i cittadini del cantone svizzero di Ginevra hanno votato a favore della nuova legge sulla laicità dello Stato che, fra l’altro, estende ai deputati locali, ai magistrati e ai dipendenti pubblici il divieto (già riguardante gli insegnanti) di portare o indossare segni visibili di appartenenza religiosa, nell’esercizio delle loro funzioni.
Questo referendum, svoltosi ieri con altri tre, era stato promosso da partiti di sinistra, sindacati, organizzazioni femministe e gruppi musulmani, contrari alla legge, adottata nell’aprile scorso dall’assemblea cantonale, perché ritenuta «discriminatoria» e «islamofoba», in particolare verso le donne che indossano l’hijab.
Di tutt’altro avviso la Chiesa cattolica romana, la Chiesa cattolica cristiana (componente dell’Unione di Utrecht e in piena comunione con la Comunione anglicana) e la Chiesa protestante di Ginevra che, pur con alcuni distinguo, hanno definito il testo «un passo avanti per la pace religiosa». L’obiettivo della legge è di fare chiarezza sui principi di laicità e neutralità dello Stato, sul lavoro nelle cappellanie, sulla lotta contro le derive settarie, sull’insegnamento del fatto religioso nelle scuole. La popolazione ginevrina ha scelto dunque di accettare delle disposizioni normative tese a proteggere la libertà di coscienza, di credere e di non credere, a preservare la pace religiosa e a definire il quadro appropriato delle relazioni fra autorità civili e organizzazioni religiose.
«Noi Chiese — si legge in un comunicato congiunto — salutiamo il risultato del voto a favore di una legge che segna un avanzamento per la salvaguardia della pace religiosa. La legge sulla laicità chiarisce i termini della neutralità dello Stato e stabilisce regole comuni per l’insieme delle comunità religiose presenti nel cantone». Il risultato del voto popolare «rafforza il nostro impegno a favore del vivere insieme e delle nostre cappellanie per i più deboli ed emarginati, qualunque siano le loro convinzioni religiose o credenze». Mano tesa poi al «dialogo costruttivo con quei musulmani che, oggi, si sentono colpiti nella propria identità, al fine di proseguire insieme la riflessione sugli aspetti riguardanti le convinzioni di fede e la loro espressione». Al tempo stesso le Chiese cristiane di Ginevra mantengono le riserve espresse già prima del voto. In particolare, sottolineano nella nota, seguiranno con attenzione i ricorsi depositati contro gli articoli che limitano di portare i segni religiosi esteriori (specialmente per i deputati) e la messa in opera di altri articoli come quello sull’uso di luoghi pubblici per le attività cultuali. Disposizioni, avvertono cattolici romani, cattolici cristiani e protestanti, che andranno applicate con «discernimento».
Uno dei ricorsi sarà presentato, presso la Corte costituzionale, dalla Rete evangelica di Ginevra, contraria all’articolo 3 sui segni religiosi e all’articolo 6 sulle manifestazioni cultuali nello spazio pubblico. Sulle norme approvate hanno ovviamente confermato il dissenso comunità e rappresentanti islamici: «Spero che i tribunali prendano le nostre parti, visto che questa legge va contro la Costituzione elvetica e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo», ha affermato Sabine Tiguemounine, deputata dei Verdi, musulmana, in pubblico sempre in hijab.

L'Osservatore Romano, 11-12 febbraio 2019